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Hic Rhodus, hic salta. O della necessità di impostare la questione dell'immigrazione oltre ogni luogo comune.

L'immigrazione non è un tema facile da affrontare. Non penso si tratti di dichiararsi a favore o contro in quanto è una contrapposizione tutt'al più utile a mettere su una di quelle tante trasmissioni televisive dove si contendono due schieramenti che se le dicono di tutti i colori... a gran beneficio del totem audience. Organi di stampa, tv e partiti di sistema agitano la questione per suscitare allarme nella società e far pensare che ci si trovi in piena emergenza et voilà, magia, dal cilindro viene fuori il "pacchetto sicurezza". Sindaci che si mobilitano contro i lavavetri, che si rifiutano di officiare matrimoni in assenza di permesso di soggiorno e che segnalano alla polizia tutte le pubblicazioni di nozze tra italiani e stranieri, che mandano polizia e vigili urbani a radere al suolo con le ruspe campi composti da nuclei familiari che Dio solo sa dovrebbero andare, che agitano lo spettro che non si è più padroni in casa nostra. Ultimo non minimo, l'emendamento sui redditi certi votato all'unanimità in Parlamento. Non è forse che si voglia sfruttare il tema dell'immigrazione per trascinare i settori popolari più colpiti e spaesati dal capitalismo schiacciasassi sul terreno della condivisione delle compatibilità del sistema e della "lotta tra poveri" alimentata al fine del divide et impera?

Nel mondo. Nel 1960 erano 76 milioni le persone che vivevano fuori del proprio Paese d'origine. Nel 2000, questo numero è più che raddoppiato raggiungendo 175 milioni. Nel 2005 sono 191 milioni quelli che vengono comunemente definiti "migranti nel mondo" dall'apposita stima periodicamente aggiornata dalla Population Division delle Nazioni Unite. Secondo le stime della World Bank, l'82% degli immigrati proviene dai cosiddetti PVS (Paesi in via di sviluppo). Gli immigrati "irregolari" incidono all'interno dei 191 milioni al 15-20%. Nel mondo circa un miliardo di persone vive in baraccopoli pari al 31,2% della popolazione urbana con una crescita annuale del 2,2%. Se si calcola il Pil medio pro capite mondiale appare con la «massima evidenza la sperequazione della distribuzione del reddito mondiale tra cittadini del Nord e del Sud del mondo: ai primi infatti spettano, a livello teorico, 33.700 dollari e ai secondi appena 5.800 dollari, un importo sei volte inferiori e pari a circa la metà del Pil pro capite disponibile per l'intera umanità che ammonterebbe a circa 10 mila dollari». (Caritas, Immigrazione-Dossier Statistico 2007).

In Europa. Secondo i dati dell'Eurobarometro del 2007, sebbene una maggioranza relativa di cittadini europei (48%) ritenga che la presenza degli immigrati sia necessaria in certi settori dell'economia, quasi altrettanti esprimono insicurezza circa la presenza straniera, in particolare in relazione alla disoccupazione (46%). In alcuni paesi i partiti più spiccatamente anti-immigrazione hanno visto un significativo rafforzamento elettorale e, secondo il rapporto Human Rights First 2007, i crimini di stampo razziale - in particolare quelli islamofobici - sono in aumento in tutta Europa.

Nel luglio 2006 l'Unione Europea adotta un nuovo pacchetto di misure per rafforzare la cooperazione tra gli stati membri e contrastare l'immigrazione "illegale". «Il rafforzamento di quella che è stata definita la "Fortezza Europa", con rigidi controlli alle frontiere e la quasi totale impossibilit à di entrare legalmente se non per determinate categorie, non riesce più però ad impedire ogni anno a decine di migliaia di persone di tentare la via della "clandestinità" alla ricerca della sicurezza personale o della sopravvivenza economica. Le conseguenze sono spesso tragiche, con decine di vittime tra naufragi, ma anche tra coloro che, nascosti nei treni o nei tir, perdono la vita in incidenti stradali, soffocati o schiacciati dal peso delle merci». (Caritas, Immigrazione-Dossier XVI Rapporto statistico 2006).

Questi numeri ci costringono a considerare l'estensione e la profondità del fenomeno alla scala mondiale, ed è questo il contesto che bisogna sempre aver presente quando si parla di immigrazione, anche se ci si limita alla scala più ridotta del territorio nazionale. I movimenti di milioni di persone che si trasferiscono da un paese all'altro in cerca di lavoro sono il frutto avvelenato del capitalismo, prima di esso grandi numeri di popolazione si muovevano per cause o di calamità naturali o di guerre. Il mercato capitalistico mondiale procede per continue e violente accelerazioni che sconquassano le economie nazionali dei paesi dipendenti favorendone la disgregazione. Si tratta di un fenomeno che vede in relazione le parti povere con le parti ricche del globo, in un rapporto evidentemente del tutto sfavorevole alle prime e favorevole alle seconde. Se questa premessa è dimenticata, per "distrazione" o per posizione teorica, si finisce per scadere nel vuoto parlare dove alla meglio la fa da padrone quel "senso comune" che genera chiacchiera da bar. L'immigrazione è un fenomeno destinato a crescere, piaccia o non piaccia, finché esisterà il divario Nord/Sud. Quote annue d'ingresso (1), permessi e carte di soggiorno, espulsioni degli "irregolari", sono gli strumenti utilizzati dai vari paesi meta d'immigrazione; e come scrive il giurista italiano Gustavo Zagrebelsky: «(...) questi sono strumenti spuntati, che corrispondono all'illusione che lo Stato sia in grado di fronteggiare un fenomeno di massa con misure amministrative e di polizia. Esse potevano valere in altri tempi, quando la presenza di stranieri sul territorio nazionale era un fenomeno di élite. Oggi è un fenomeno collettivo che fa epoca, mosso dalla disperazione di milioni di persone che vengono nelle nostre terre, tagliando i ponti con la loro perch é non avrebbero dove ritornare. Li chiamano stranieri "irregolari", ma sono la regola. (...) La condizione dello straniero irregolare, su cui incombe la spada di Damocle dell'espulsione, sembra essere studiata apposta per generare insicurezza, violenza e criminalità che contagiano tutta la società». (Lo straniero che bussa alle porte dell'Occidente, La Repubblica, 13 novembre 2007).

In Italia. Secondo fonti del Ministero dell'Interno, gli sbarchi di cittadini stranieri verificatisi nel corso del 2005-2006 rappresentano appena il 13% della presenza straniera irregolare, che per due terzi è invece rappresentata da stranieri entrati regolarmente ma rimasti in Italia oltre la scadenza autorizzata dal visto. Con l'ingresso nell'Unione Europea di alcuni paesi dell'Est (Romania, Bulgaria) una naturale fetta di irregolari fisiologicamente si riassorbirà, anche se ciò non vorrà dire risoluzione del problema.

La presenza legale di un cittadino straniero ha, come condizione iniziale, la concessione del permesso di soggiorno e quindi, per quelli venuti per inserimento stabile, prevale l'iscrizione all'anagrafe dei residenti del comune prescelto. La residenza è molto importante per far fronte alle molteplici incombenze (carta d'identità, contratti per le utenze, rapporti con le banche, ecc.), ma non sempre può essere acquistata in tempi brevi a causa delle notevoli difficoltà che gli immigrati incontrano nella ricerca di un alloggio nella stipula di un contratto d'affitto e infine per la conformità dell'abitazione ai criteri stabiliti a livello regionale.

La stragrande maggioranza degli immigrati (nove su dieci) arriva in Italia con l'intenzione di restarvi in maniera duratura, quanto meno a medio termine: il 62% è titolare di un permesso di soggiorno per ragioni lavorative e quasi il 30% è venuto per ricongiungersi alla propria famiglia e poi magari per lavorare a sua volta. Ammontano solo al 5,4% i titoli di soggiorno per motivi a cosiddetto inserimento medio-stabile, ossia per studio (2,1%), residenza elettiva (1,7%) e motivi religiosi (1,6%). I titoli di soggiorno a carattere temporaneo, che si ripartiscano in numerose fattispecie, sono di poco inferiori al 3% del totale. Tra i titoli a carattere temporaneo quelli per asilo e richiesta di asilo raggiungono lo 0,6% (con un'incidenza di molto inferiore in Italia rispetto ai valori registrati a livello europeo; ciò è dovuto anche all'insufficiente situazione normativa, come è stato spiegato nell'introduzione e nell'inserto sui rifugiati curato dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati). Ed a proposito di come sia in Italia considerato l'istituto dell'asilo politico vale la pena ricordare il caso del dirigente del Pkk (Partito dei lavoratori curdi), Öcalan. Öcalan si consegnò alla polizia italiana il 12 dicembre 1998 pensando di poter ricevere asilo politico, ma il governo D'Alema (che di lì a poco avrebbe benedetto i bombardamenti NATO su quel che rimaneva della martoriata Jugoslavia), con infamia mista a ipocrisia, non lo estradò in Turchia perché paese a pena capitale, ma lo spedì in Kenya il 16 gennaio 1999 dove il 15 febbraio successivo fu catturato dagli agenti dei servizi segreti turchi. Alla faccia del diritto d'asilo!

Un accenno al ruolo delle Organizzazioni internazionali che svolgono una funzione di cooperazione internazionale a sostegno della Pubblica Amministrazione va fatto. Recentemente l'Unione Europea e l'OIM (Organizzazione internazionale per le migrazioni) hanno finanziato un video nel quale si sconsiglia ai migranti di raggiungere l'Europa perché qui li attenderebbe un futuro di fame e di emarginazione. Fulvio Vassallo Paleologo, dell'Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione, il 30 novembre 2007 scrive: «È a tutti noto il coinvolgimento dell'OIM nelle operazioni di rimpatrio forzato realizzate dal governo Berlusconi a partire dall'ottobre del 2004 da Lampedusa verso la Libia, operazioni censurate anche dal Parlamento europeo, dopo le quali centinaia di migranti deportati dall'Italia sono morti in Libia (per dichiarazione dello stesso governo libico) abbandonati nei deserti al confine con il Niger e l'Algeria. Negli ultimi anni, l'attività dell'OIM si è concentrata sulle operazioni di "rimpatrio volontario assistito" dai paesi di transito ai paesi di provenienza di migranti. (...) L'Italia, malgrado le linee programmatiche del governo Prodi, che avrebbe dovuto favorire la possibilità di ingresso legale e l'accesso alle procedure di protezione internazionale, per quanto concerne la politica estera, è rimasta in piena continuità con il precedente governo, ed ha avuto un ruolo importante nel coinvolgimento dei paesi di transito, della Libia, dell'Egitto, della Tunisia e dell'Algeria in particolare, nella guerra contro la cosiddetta "migrazione illegale", giungendo persino ad avallare frettolose comparazioni tra l'immigrazione clandestina ed il terrorismo, nell'alveo delle politiche securitarie dominanti a livello nazionale come in ambito comunitario». (Il ruolo delle Organizzazioni internazionali nelle politiche di contrasto dell'immigrazione clandestina, http://www.immigrazione.biz/). E sul cosiddetto "ritorno volontario" sempre Paleologo: «Possiamo facilmente immaginare in quali condizioni si formi la volontà dei migranti di abbandonare il proprio progetto migratorio e di fare ritorno verso i paesi di origine, fuggendo da quella Libia che prima è stato un miraggio, paese di emigrazione, ma anche paese di transito verso l'Europa, che poi si è rivelata una trappola, anche mortale, per chi non aveva abbastanza denaro per corrompere, per comprare un passaggio verso la Sicilia. Il "rimpatrio volontario assistito" non è quasi mai una libera scelta dei migranti che si rivolgono spontaneamente agli uffici dell'OIM a Tripoli, ma costituisce una soluzione disperata che si pone a migranti già arrestati dalla polizia libica».

I CPT. Chi si trova in Italia senza permesso di soggiorno, viene rinchiuso nei Centri di Permanenza Temporanea (CPT), dove si può rimanere dai 30 ai 60 giorni. Sul nostro territorio nazionale vi sono 13 CPT ed in questi sono transitati durante il 2005 16.163 persone (+ 3,3% dal 2004). Questi centri, nati per recludere e rimpatriare i non "regolari", furono istituiti dalla legge Turco-Napolitano (6 marzo 1998) del primo governo Prodi e poi confermati dalla legge Bossi-Fini (30 luglio 2002) del secondo governo Berlusconi. Il nuovo governo di centrosinistra costituitosi nel 2006 si è mosso a tal riguardo nel solco delle leggi Turco-Napolitano e Bossi-Fini, a dimostrazione del fatto che l'alternanza destra-sinistra sia solo un gioco degli specchi, quello di raggruppamenti politici che si presentano sulla scena recitando due parti in una infinita commedia degli equivoci, gioco che ha, ovviamente, come regola numero uno la difesa della casa comune capitalista.

I CPT sono, alla prova dei fatti, dei luoghi di assenza totale di ogni diritto, dei "buchi neri", dove la sopraffazione e la violenza esercitata nei confronti degli immigrati reclusi è all'ordine del giorno. Sono leGuantanamo italiane, luoghi di discriminazione totale e di affermazione incontrollata del principio della violenza xenofoba e razzista. Vanno chiusi, vanno soppressi. La clandestinità. «La differenza tra immigrati-lavoratori-regolari e immigrati-clandestini viene presentata in generale (a destra come a sinistra) come una sorta di distinzione ontologica. "Clandestini si nasce . avrebbe detto Totò . e io lo nacqui". Invece "clandestini" si diventa, così come da "clandestini" si diventa regolari». (Enrico Pugliese, Clandestini e onesti lavoratori, Il Manifesto 22 novembre 2003). Lo status di clandestino è del tutto funzionale al mercato capitalistico, se sei clandestino devi adattarti a tutte le situazioni e, se trovi un lavoro, mosca e taci altrimenti... se poi riesci ad ottenere un permesso di soggiorno stai attento, la questura te lo deve rinnovare e ti devi comportare bene in caso contrario il tuo datore di lavoro (un immigrato in un'assemblea disse: «macchè datore di lavoro, prenditore di lavoro!») ti licenzia. Per quanto riguarda la questione della clandestinità, che spesso viene pretestuosamente ricondotta al tema della irregolarità, sembra chiaro che essa assolva ad una precisa funzione: garantire al "sistema paese" un utilizzo pienamente flessibile e ricattabile di questa forza-lavoro. «La clandestinità dell'immigrato non è infatti una sua scelta, ma gli è imposta da una legislazione che stabilisce per l'immigrazione legale condizioni pressoché impossibili a realizzarsi. Gli immigrati regolari non sono stati tali dal momento in cui sono entrati nel nostro paese, ma vi sono entrati da clandestini, e sono riusciti successivamente a regolarizzarsi. La clandestinità dell'ingresso nel nostro paese, insomma, è voluta non dall'immigrato, ma dalla nostra legge. (...) Colpevolizzare, agli occhi di una popolazione in larga misura priva di una strutturazione morale, l'immigrato clandestino per via della sua clandestinità, è un infamia che finisce per essere di supporto ad ogni sorta di angherie e vessazioni. Ne nasce la richiesta di risposte repressive alla presunta piaga della clandestinità, fatta apparire fonte di ogni genere di delinquenza». (Marino Badiale-Massimo Bontempelli, La sinistra rivelata, Utopia rossa 2007, pag. 57). Sicurezza. Il tema dell'immigrazione molto spesso è associato al tema della sicurezza. La societ à dello spettacolo si dà un gran daffare per selezionare e amplificare in modo abnorme fatti di cronaca nera in cui gli attori protagonisti sono immigrati. Accade a Roma il 20 novembre 2007: la cittadina rumena Marinala Martiniuc di 28 anni spingeva una carrozzina con suo figlio Elias di quattro mesi tenendo per mano la nipote Adina di 12 anni; sulle strisce pedonali è spazzata da un'auto guidata da un cittadino italiano in stato di ebbrezza. Il piccolo Elias finisce a 20 metri di distanza, Adina registra lesioni multiple alle gambe. Nessun giornale ha avvertito l'opportunità di diffondere la notizia. Quando invece è accaduto che al volante ci fosse un immigrato ubriaco e questi travolgesse un italiano...apriti cielo! sciacalli di ogni risma a chiedere mano dura, espulsione e ogni pena dell'inferno. Un lavorìo mediatico, quindi, teso a far crescere nella società la domanda di sicurezza che le forze politiche sistemiche cavalcano senza nessun pudore o remora morale, salvo indignarsi quando il consigliere leghista Bettio afferma che bisogna «usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino». Questo il terreno di coltura dal quale nascono le cosiddette politiche securitarie che teorizzano e praticano la "tolleranza zero". Tolleranza zero, naturalmente, verso gli oppressi, gli ultimi. E così mentre il sistema beneficia dell'immigrazione per far girare la sua macchina produttiva «nell'edilizia, nel settore alberghiero, nella ristorazione, nel lavoro di cura verso i bambini e gli anziani, nell'agricoltura e nelle fabbriche del Nord» (come si scrive nei volantini del Comitato Immigrati in Italia), si demonizza l'immigrazione, tout court associata al tema dell'"emergenza criminale". L'immigrato è buttato in pasto alle fiere e diventa il capro espiatorio da sacrificare sull'altare della pace sociale, il soggetto verso il quale nutrire sospetto. Da qui alla costruzione di campagne xenofobe, nella sostanza razziste, che rappresentano l'immigrato (poco importa se albanese, rumeno, cinese, rom, islamico...) come un fattore destabilizzante portatore di insicurezza sociale da risolvere con politiche repressive il passo è breve. E su questo terreno la sinistra rincorre la destra che a sua volta rilancia...

Gli immigrati devono capire di essere ospiti nella nostra terra. Quante volte lo abbiamo sentito dire! Ma ci si rende conto che cosa significhi essere sempre sotto osservazione, sempre sul rischio di sbagliare e soprattutto trovare qualche giustiziere che ti accusa di aver sbagliato per come vivi, per come mangi, per come ti vesti nella quotidianità? Si cerca di far passare la rappresentazione negativa degli immigrati alimentando in tutti i modi possibile l'idea che ci si trovi in una situazione di allarme sociale e che gli immigrati siano una questione d'ordine. Si parla quindi di sicurezza come se questa fosse messa in discussione dalla presenza degli immigrati e non da condizioni sociali sempre meno rassicuranti. Destra e sinistra fanno a gara nel rincorrere il tema e la sinistra si affanna nel dire che la "sicurezza non è né di destra né di sinistra". Così risponde Enrico Pugliese (direttore dell'Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Cnr e professore ordinario di Sociologia del Lavoro presso l'Università di Napoli "Federico II") all'intervistatore che gli ricorda che non è importante solo la sicurezza in quanto tale, ma la percezione che ne hanno i cittadini: «Non so cosa sia, ma conosco, ad esempio, il senso di insicurezza di chi arriva in Italia senza una casa e un lavoro. Se mi si parla di insicurezza, in realtà, non so di cosa si sta parlando. Le questioni, i pericoli vengono da un.altra parte. Mi spiego meglio. Ci sono due tipi di atteggiamenti contro gli immigrati. Il primo è dovuto fondamentalmente al razzismo. Siamo tutti un po' razzisti, riusciamo ad esserlo di meno quando la cultura e le informazioni sugli altri ci permettono di farlo. Penso che il razzista, tutto sommato, sia più giustificabile perché è mosso da un.emozione sincera, naturale. Mi sembra invece orrendamente cinico il secondo tipo di atteggiamento, proprio di chi pensa di cavalcare l.onda e lancia un messaggio di forza, repressione per assicurarsi una porzione maggiore di elettorato. Non so se il senso di insicurezza si può misurare, ma se si potesse misurare sicuramente aumenterebbe se chi svolge un compito istituzionale e di riferimento sparge allarmismo». (http://www.fuoriluogo.it/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/giustizia_il_sociologo_enrico_pugliese)

Cerchiamo di capire perché si voglia imporre il luogo comune che associa il tema della sicurezza alla presenza degli immigrati. L'idea forza che si vuole inculcare nei cittadini italiani è che la loro sicurezza sia messa a seria prova dalla presenza innumerevole di immigrati, molti dei quali dediti ad attività illecite o comunque minacciose del convivere civile. Su questo terreno bisogna essere chiari. È vero, nella società il senso d'insicurezza aumenta, e non si tratta di percezione, in principal modo a livello dei settori popolari, ma come mai? L.insicurezza nasce dal peggioramento complessivo delle condizioni di vita: potere d.acquisto del salario che cala a vista d.occhio, flessibilità e precarietà del lavoro, mancanza d.alloggi popolari e canoni di locazione pari quasi allo stipendio, sanità e istruzione in degrado, sicurezza nei cantieri e nelle fabbriche sempre più negata (gridano vendetta i morti dell.acciaieria torinese ThyssenKrupp e gli oltre mille morti all.anno caduti sul lavoro!), assenza di valori solidaristici che diano senso comunitario al vivere quotidiano. In definitiva, una percezione fisica di peggioramento per sé e per i propri figli. Questi sono i temi sulla sicurezza intorno ai quali sviluppare attenzione, dibattito, intervento. Ma la classe dominante, con i suoi forchettoni d'ogni colore, non può puntare i riflettori su queste insicurezze, dovrebbe mettere in discussione se stessa, e così trova più conveniente mestare nel torbido inventando emergenze ed alimentando mentalità xenofoba e razzista. (Con ciò non si vuole negare che ci siano anche immigrati dediti ad attività delinquenziali, sarebbe ingenua e debole questa posizione; ma poi si dovrebbero compulsare i dati statistici che ci dimostrerebbero che si tratta di una minima percentuale, in ogni caso la questione andrebbe indagata con attenzione, lavoro che potrebbe svolgersi in un articolo separato e dedicato al tema). Ci spieghiamo così i criminali attacchi squadristici ad immigrati rumeni a Roma, le passeggiate leghiste con maiali dove sorgeranno moschee, il vanto veltroniano di aver rimosso i campi rom, e via inanellando perle su perle. E su questo terreno destra e sinistra operano con sostanziale unità d'intenti. Esse puntano ad individuare il rimedio nello scatenamento di sentimenti d'ostilità nei confronti degli ultimi di turno facendo passare questi come lazzaroni.

Scrive Annamaria Rivera, antropologa presso l'Università di Bari: «Il sistema sicurezza reintroduce il criterio barbarico della colpa e della punizione collettive, che sospende le garanzie democratiche per una specifica categoria di persone connotata etnicamente, se non razzialmente, che, prima ancora d'essere approvato, incita, almeno simbolicamente alla vendetta istituzionale e popolare contro quella categoria (...). Se oggi in certi settori popolari serpeggiano odio, disprezzo e aggressività verso i "diversi", non è per qualche legge naturale ma perché lorsignori non solo non hanno fatto niente per attenuare le concrete ragioni sociali dell'insicurezza, ma hanno sollecitato, eccitato e legittimato quei sentimenti con una ben orchestrata campagna; che, se tali pulsioni si esprimono in discorsi ed atti razzisti, di essi sono responsabili personalmente coloro che li pronunciano o li compiono, che siano signori o plebei; che, infine, discorsi ed atti razzisti sono da sanzionare anche con gli strumenti che la legge mette a disposizione. Avete sentito qualcuno, in questo infausto periodo, invocare una severa applicazione delle leggi per coloro che istigano all'odio razziale?» (Annamaria Rivera, Razzisti in doppiopetto: dov'è la differenza dai colleghi di destra?, Liberazione, 16 novembre 2007. Per evitare di cadere nella trappola della colpevolizzazione degli immigrati e dell'accettazione del terreno di scontro interno al fronte dei dominati, del tutto funzionale al sistema di potere capitalistico che è la causa ultima di questa situazione non solo italiana, bisogna che si impari a contrastare gli argomenti utilizzati per generare tensioni tra lavoratori residenti e lavoratori immigratati. E qui non si tratta di far proprio un generico atteggiamento di  ospitalità perché siamo contro ogni barriera e benvenuti; di cianciare di melting pot, di multiculturalità, di cucina etnica e danze etniche, di un mondo di tanti colori, insomma Benetton. No. Bisogna riconoscere che i flussi migratori determinano problemi e incomprensioni, specialmente a livello delle classi popolari, e quindi è importante innanzitutto prenderne atto. La principale contraddizione nasce proprio dal fatto che il capitale utilizza l'immigrato come arma di ricatto per depotenziare la forza contrattuale dei lavoratori nostrani. Non si può negare questo fatto affermando semplicisticamente che gli immigrati riempiono i vuoti lasciati dai lavoratori residenti. Ma il lavoratore italiano (per rimanere in Italia) deve anche capire che non può - e non deve - considerare suo concorrente il lavoratore immigrato, perché accettare questo terreno è come cadere dalla padella nella brace. Significherebbe accettare il terreno di uno scontro interno al mondo del lavoro, uno scontro senza prospettive e del tutto funzionale al sistema che queste contraddizioni genera. Il peggioramento delle condizioni generali di vita non può essere imputato agli "immigrati che rubano il lavoro" ma va ascritto tutto alla antiumana logica del profitto - dai difensori del si-stema considerata naturale - che richiede l'azzeramento delle tanto vituperate "rigidità" (stato sociale) conquistate in anni di lotte politiche e sindacali. L'approvazione del "Protocollo su previdenza, lavoro e competitività per l'equità e la crescita sostenibili" di luglio 2007 recepito dalla Finanziaria per il 2008, dimostra bene come lorsignori continuino nell'opera di smantellamento dei diritti acquisiti dai lavoratori ormai ritenuti non più compatibili con le dinamiche riproduttive dei rapporti sociali capitalistici.

Le azioni di resistenza a queste dinamiche antisociali e antiumane proprie dell'odierno turbocapitalismo non possono che associarsi alla capacità di sconfiggere negli ambienti popolari il virus dello sciovinismo e l'idea che il proprio benessere abbia nei dannati della terra l'agnello sacrificale. Se vogliamo che nella società si affermino percorsi di autodeterminazione che ripropongano il tema del superamento della barbarie capitalistica bisogna assolutamente abbattere tutte le barriere determinate dal pregiudizio xenofobo, anticamera del razzismo.

Hic Rhodus, hic salta!

Conclusioni. Non c'è politica dei flussi, e di contenimento di questi, che possa frenare l'immigrazione; l'immigrazione ha come causa strutturale le condizioni di sofferenza economico-sociali determinate dall'imperialismo nei paesi dominati; l'immigrazione serve alle economie dei paesi "ospitanti" perché li rende più dinamici in quanto mette a disposizione delle aziende una quota di lavoratori alla completa mercé dei loro padroni, fortemente flessibile e quindi adattabile; l'immigrazione serve perché si può disporre di eserciti di riserva che fungono da fattore di pressione e di ricatto nei confronti dei lavoratori autoctoni; il malcontento popolare, che nasce e si sviluppa in seguito al peggioramento delle condizioni di vita, è strumentalizzato dalle forze politiche di sistema (sia di destra che di sinistra) che adottano toni accusatori verso gli immigrati favorendo quel clima di ostilità e intolleranza miglior condizione di controllo sociale.

Che si abbandonino pure le banalità "progressiste" del "multiculturale" cosmopolita capitalistico ma nello stesso tempo si respinga decisamente la rubricazione dell'immigrazione a questione d'ordine pubblico e di sicurezza. I popoli non amano emigrare, desiderano vivere nella propria terra. Uomini e donne hanno il sacrosanto diritto di vivere da liberi, non da schiavi, hanno il diritto di lavorare dove sono nati, e di stabilire lì libere relazioni. Non staremmo a parlare di emigrazioni se non ci fossero tragedie sociali ed umane di proporzioni bibliche che portano interi pezzi di continenti a vivere molto al di sotto della soglia di povertà.

I popoli dei paesi che ricevono i flussi migratori imparino a dissociarsi dalle proprie classi dominanti, che oltre a portare miserie e sofferenze nel mondo sono responsabili di guerre oggi ipocritamente definite umanitarie. Non si può pretendere la botte piena e la moglie ubriaca, cioè un'economia florida che assicuri a tutti gli autoctoni (evento mai accaduto nella storia del capitalismo) lavoro, condizioni di stabilità, reddito garantito e nello stesso tempo lamentare un'eccessiva presenza di immigrati... senza mettere in discussione i rapporti di sfruttamento dei paesi poveri da parte dell'imperialismo. I lavoratori nostrani imparino a considerare gli immigrati non causa d'impoverimento e malessere, ma l'occasione di potenziamento della propria forza contrattuale e sociale, direi anche umana, quindi una risorsa per sé non per il capitale. È una battaglia che si deve combattere e vale la pena di combattere.

 «Vedevo uomini di tutte le razze sballottati nel vagone merci. Stavamo in piedi, o sdraiati, buttati qui e là, uno accanto all'altro, uno sopra l'altro. Sentivo l'odore acre e salato del sudore che inzuppava i miei calzoni e la mia camicia cachi, e i vestiti da lavoro, le tute, gli abiti sgualciti e sporchi degli altri. Avevo la bocca impastata da una specie di polvere grigiastra, quella stessa che copriva il pavimento, spessa un centimetro. Sembravamo una processione di cadaveri.»

(Woody Guthrie, Questa terra è la mia terra)

 

Note:

1- Il decreto 2007 consente l'accesso in Italia di 47.100 lavoratori subordinati provenienti da quegli Stati (14), che hanno sottoscrit-to con il nostro Paese specifici accordi di cooperazione e di riammissione di clandestini. Altre 2.500 quote sono riservate a quei Paesi pronti a concludere analoghi accordi.

Antonio Catalano
 
da Comunismo e Comunità n° 0

 

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