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CECENIA E RUSSIA
Russofilia, nazionalismo e antimperialismo
Premessa
Dopo il massacro di Beslan alcuni compagni hanno argomentato che staccare la
Cecenia dalla Russia vuol dire fare il gioco degli americani. Questa è una
posizione che va molto in voga in una certa sinistra antimperialista.
Vorrei anzitutto segnalare due paradossi. Il primo è che buona parte di coloro
che sostengono questa posizione filo-russa si dichiara decisamente contrario al
nostro antiamericanismo.
Il secondo è anche curioso. Chi è contrario all’autodeterminazione del popolo
ceceno incardina le proprie tesi ad un radicale discorso GEOPOLITICO. Qual’è il
paradosso? Che queste concezioni geopolitiche (quelle per cui le frontiere russe
sono sacre poiché la Russia di Putin non può non essere un avamposto della
resistenza all’impero americano) accomunano buona parte dei comunisti
(specialmente quelli che ritengono la tradizione staliniana la migliore che il
movimento comunista abbia mai avuto) e quelle correnti nazional-comuniste o
nazional-bolsceviche (forti infatti anzitutto in Russia) che ebbero origine,
negli anni ‘20 sia in Russia (Ustrjalov, uno che stava guarda caso coi Bianchi)
che in Germania (Ernst Niekisch, Strasser, ecc.). Il paradosso non è affatto che
lo stalinismo abbia una concezione geopolitica e muscolare (volevo dire di
grande potenza) in comune coi nazional-bolscevichi (voglio ricordare che il
grosso dei nazional-bolscevichi fu sterminato da Hitler, mentre i pochi
sopravvissuti, dopo il 1945, passeranno in blocco con la S.E.D. e la D.D.R.). Il
paradosso diventa grottesco se si pensa che alcuni di coloro che hanno dato
addosso al Campo per il 13 dicembre (accusandoci a torto di stare in un’alleanza
rosso-bruna) vengono proprio da quella scuola di pensiero geopolitico che
accomuna certi comunisti ai nazional-bolscevichi.
Di passata voglio dire due cose: che la geopolitica non è una baggianata, che
solo ora sto studiando seriamente la materia, per cui mi riservo, se sarà il
caso, di tornarci in un secondo momento.
Cecenia e questione nazionale
Sulla Cecenia la questione è stabilire se quel popolo è una nazione e in questo
caso se ha il diritto all’autodeterminazione (fino, eventualmente, alla
secessione). Ovvero lo stesso diritto che la Costituzione dell’URSS attribuiva a
quei popoli che poi si separeranno tra il 1990 e il 1991.
Infine, in barba ai custodi dell’esoterismo geopolitico, occorre stabilire se il
popolo ceceno è oppresso oppure no —ed eventualmente chiamare per nome il popolo
oppressore, che non mi pare sia quello osseto o dagestano, ma quello russo.
La Cecenia è una nazione? Si, lo è. Lo è in base a evidenti fattori storici,
sociali, culturali, linguistici. Voglio sottolineare che il primo fattore che
per Lenin stabiliva se si era in presenza di una nazione era proprio se il
popolo in questione ne avesse coscienza e se l’anelito alla indipendenza fosse
un fattore sociale e politico di massa, popolare, non confinato a piccole sette
nazionaliste. La lotta plurisecolare dei ceceni per la propria indipendenza (la
più tenace tra tutti i caucasici) è una conferma inoppugnabile che questo popolo
si considera una nazione. D’altro canto, la tenace resistenza che la guerriglia
oppone indomita ad uno dei più potenti e crudeli eserciti moderni, si spiega più
per i vasti appoggi tra le fasce povere della popolazione (si sa che la forte
borghesia mafiosa cecena è al 99% dalla parte di Putin e non a caso risiede
nelle metropoli russe) che per l’aiuto dell’imperialismo americano che i
geopolitici denunciano, ma senza portare concreti e inoppugnabili elementi di
supporto (non mi pare che i circa 3000 soldati USA in Georgia possano fare molto
in questo senso, e non risulta alcun coinvolgimento loro in attività militari
antirusse).
Se le cose stanno così questo popolo ha, in linea di principio, un diritto
insindacabile all’autodeterminazione. Questo vuol dire che la lotta per
l’autodeterminazione va sostenuta sempre e comunque? No, non significa questo.
Il particolare va subordinato al generale. Se un piccolo popolo è anzitutto una
pedina delle trame imperialistiche di qualche potenza, se cioè quella lotta è
funzionale e strumentale all’imperialismo, essa non può essere appoggiata.
Secondo: sostenere in linea di principio il diritto all’autodeterminazione non
implica per niente sostenere la secessione, che dell’autodeterminazione è una
solo una forma, quella estrema, l’estrema ratio, diceva Lenin, per evitare che
l’odio nazionale diventi il principale fattore di mobilitazione delle masse (ciò
che taglia sempre fuori le forze rivoluzionarie, poiché hai un conflitto su
linee nazionalistiche e non sociali ovvero universalistiche). I rivoluzionari
riconoscono il diritto all’autodecisione, ma in quanto alla forma preferiscono
una soluzione federale (scusate se cito ancora Lenin: lui prendeva sempre la
Svizzera come modello di un federalismo strutturale che consentiva una pacifica
e rispettosa coabitazione tra nazioni diverse). Ma lo stesso Lenin affermava che
quando lo sciovinismo della nazione più forte pregiudica una soluzione federale,
la sola via d’uscita, per evitare o l’oppressione o lo scannamento
nazionalistico, è la separazione definitiva, preferibilmente per vie
democratiche (referendum), altrimenti non si può non sostenere la lotta di
liberazione del popolo oppresso contro quello che opprime.
Questo criterio, quello dell’oppressione, fa venire l’orticaria ai sostenitori
della “geopolitica”. Essi se ne fregano dei “piccoli popoli”, delle “nazioni
antistoriche”, dato che il loro sguardo è rivolto al grande disegno di un
Eurasia dall’Islanda a Vladivostok. Se un “piccolo popolo” è di intralcio al
loro faraonico disegno, che esso vada alla malora! In questo modo i geopolitici
eurasiatici marcano una distanza siderale, non solo da Lenin (che definì la
Russia zarista una “prigione dei popoli”) , ma dalla migliore tradizione
democratica e rivoluzionaria, che assume come stella polare proprio il criterio
dell’antagonismo tra oppressi ed oppressori, tra sfruttati e sfruttatori.
E’ oppresso il popolo ceceno? Ma come si fa a negarlo? Una nazione rasa
praticamente al suolo negli ultimi dieci anni a causa della sua lotta per
l’autodeterminazione, non è solo oppressa, è una nazione negata, stuprata,
macellata. Chi nega questa evidenza a me fa paura, perché ha il cuore di pietra
e una mente simile non a quella dei rivoluzionari, ma a quella degli statisti,
dei politicanti, dei generali, in una parola degli oppressori.
Questa idiosincrasia per il criterio dell’oppressione, questo disinteresse per
la liberazione degli oppressi fa coppia con un’altra idea tipica dei
geopolitici: per loro la storia non la fanno le masse ma i grandi condottieri
napoleonici, non le rivoluzioni popolari ma gli eserciti.
Questione nazionale e lotta antimperialista
Mi permetto di ricordare, a testimonianza di quanto dirimente e scottante sia la
questione nazionale nel Caucaso, che fu proprio sulla soluzione da dare che
Lenin ruppe per sempre i suoi rapporti personali con Stalin (dicembre 1922,
mentre si adottava la Costituzione dell’URSS). Lenin era talmente infuriato
contro lo sciovinismo grande-russo di Stalin che chiese a Trotsky (gennaio 1923)
di parlare a suo nome all’imminente conferenza di partito (aprile 1923) per
sferrare un attacco frontale a Stalin. Trotsky rifiutò di farlo poiché,
sfortunatamente, non dava alla questione nazionale in URSS l’importanza centrale
e strategica che Lenin invece gli attribuiva.
Qualcuno ha un’impostazione migliore di quella di Lenin? Io devo ancora
ascoltarlo. E voglio ricordare che fu proprio grazie a questa posizione
inequivoca che la rivoluzione bolscevica ottenne il sostegno dei popoli non
russi dell’ex-impero zarista. Nel Caucaso, in particolare, i ceceni furono i più
solidi alleati della rivoluzione, contrariamente ad altri popoli, quali il
georgiano e l’osseto (e qui vanno a farsi friggere tutti i discorsi sulla
“comunità di destino”, dato che georgiani e osseti erano si ortodossi come i
russi, ma sfortunatamente seguirono i bianchi mettendosi al servizio delle
grandi potenze occidentali).
I filo-russi dimenticano che c’è uno sciovinismo russo, anzi, come diceva Lenin,
uno sciovinismo grande-russo, sciovinismo che è un fattore decisivo per
comprendere i problemi nazionali in Russia, prima e dopo il crollo. Questo è
talmente vero che nessuno nega che l’ascesa al potere di Putin si spiega
anzitutto col fatto che questo oligarca ha deliberatamente usato questo
sciovinismo come leva per conquistare il potere. Perché i filo-russi, di
sinistra e di destra, sono indulgenti verso lo sciovinismo grande russo? Perché
hanno tanto in odio gli indomiti ceceni? Un miscuglio di cose. I geopolitici
misticheggianti e russofili hanno il mito della Terza Roma, della missione
escatologica della Russia.
Vi è poi la fobia dell’Islam. Infine vi è la visione tattico-politica che
accomuna tutti quanti: La Cecenia è come il Kosovo, ovvero la lotta cecena è
sponsorizzata da potenze reazionarie (per i post-fascisti plutocratiche e
giudaico-massoniche) se non da alcuni circoli imperialistici occidentali.
Ma il paragone col Kosovo non regge. Anzitutto un elemento salta agli occhi: li
c’era l’aggressione armata delle potenze imperialistiche coalizzate contro la
Jugoslavia. L’imperialismo mondiale fornì un soccorso pieno all’UCK. Il Kosovo è
stato messo sotto protettorato imperialistico. Lì era chiarissimo quali erano i
fronti e che la causa kosovara, pur legittima in linea di principio, era un
piede di porco per scardinare la Jugoslavia e mettere sotto tutela i Balcani —il
tutto con l’avallo dell’oligarchia moscovita!. In Cecenia, I russi hanno
compiuto due invasioni, hanno raso al suolo il paese, con il silenzio dell’ONU e
l’avallo dell’imperialismo. Il tutto spiegabile come risultato di uno scambio:
tu lasci che io sbrani la Jugoslavia io ti permetto di schiacciare i ceceni. Se
poi i russi hanno miseramente fallito nella loro politica, se oggi la Cecenia è
sempre in fiamme, ciò non vuol dire che quello scambio imperiale alle spalle dei
popoli non ci sia stato.
A scanso di equivoci voglio ricordare che ero tra coloro, nell’inverno del 1991,
subito dopo l’aggressione contro l’Iraq, che NON sostenne l’insurrezione
separatista dei curdi di Barzani e Talabani (febbraio 1991), sulla base del
solare ragionamento che quell’insurrezione era del tutto funzionale e
complementare all’invasione che avanzava da sud per spezzare la schiena
all’Iraq. Ma ciò non toglie che i curdi sono curdi e non arabi e che se vogliono
autoamministrarsi ne hanno il diritto. Insomma: un conto è il sostegno aperto e
armato dell’imperialismo tendente a rovesciare un regime, un conto sono le
manovre diplomatiche. Altrimenti non si fa distinzione tra stato di guerra e
stato di pace, fosse pure una pace armata. Altrimenti si giunge all’assurdo per
cui, stabilito che una data potenza è un male minore rispetto agli USA, allora
occorre digerire ogni nefandezza di questo “male minore”, Come disse Mao
riferendosi ai filosovietici del suo partito (1956): “Ci sono alcuni che
vogliono farci credere che anche le scoregge dei russi profumano”.
A coloro i quali si barricano dietro all’eventuale simpatia americana per la
causa cecena vorrei porre due domande.
Si doveva sostenere o no la lotta d’indipendenza dell’India anche se era
sostenuta da Giappone e Germania? E malgrado quella lotta indeboliva la “guerra
antifascista”?
Si doveva o no appoggiare la lotta nazionale araba contro il colonialismo
anglo-francese negli anni ‘30-’40, malgrado essa fosse apertamente e
strumentalmente sostenuta dal fascismo e dal nazismo? E malgrado il petrolio
arabo servisse alla causa “antifascista”?
Questi due esempi mi consentono di farne un terzo, quello argentino. In
Argentina, se non sbaglio nel 1944, vi fu una protesta di massa che culminò in
un poderoso sciopero generale, animato dagli strati più poveri che protestavano
contro la miseria e i sacrifici imposti dalla guerra. Sapete che posizione
presero i comunisti? Che lo sciopero generale andava boicottato perché
indeboliva lo sforzo bellico alleato antifascista (la carne argentina sfamava
infatti gli eserciti angloamericani in Europa). En passant: il PC argentino non
si riprenderà mai da quella posizione scandalosamente antipopolare, mentre il
peronismo mise solide radici.
Se mi si chiedesse cosa dovremmo fare davanti ad una politica aggressiva
americana rispetto alla Russia, non esiterei a rispondere che dovremmo dire, a
modo nostro, e senza mai fare alcuna concessione a Putin, <<GIU’ LE MANI DALLA
RUSSIA!>>
Se mi si chiede: pensi che la politica della Casa Bianca sia di indebolire
Putin? A questa domanda risponderei che NO, gli USA fanno un po’ di manfrina, ma
non si sognano, mentre sono nei pasticci in mezzo mondo, di andare a infastidire
seriamente l’orso nucleare russo. Le dichiarazioni critiche verso le
misure autoritarie e zariste in via d’adozione da parte del regime putiniano
sono più formali che di sostanza (a che titolo dopo il Patriot Act!?). Gli
americani hanno piuttosto un vitale bisogno di una non-belligeranza o di una
neutralità attiva da parte dell’oligarchia moscovita, oggi più che mai visto
l’impaludamento in Iraq. Del resto gli USA hanno truppe in Georgia, basi e
truppe in Uzbekistan e Tagikistan —il tutto avvenuto con il lasciapassare
russo—, e non ritengo che vogliano mettere a repentaglio il terreno acquisito
radicalizzando i latenti attriti.
Se mi si chiede: non ritieni che sul lungo periodo USA e Russia possano entrare
in rotta di collisione? Io risponderei NI, nel senso che nessuno è in grado di
calcolare la percentuale di probabilità di questa possibilità che dipende da una
serie di variabili difficilmente ponderabili. Ne cito alcune: l’evoluzione
europea, il futuro della Cina, l’evoluzione dello scontro in Medio Oriente e,
last but not least, le dinamiche della mobilitazione antimperialista e
anticapitalista, in Russia anzitutto, ma pure in Europa e nel resto del mondo.
Un limite costitutivo dei templari della “geopolitica” è appunto che essi non
tengono in pressoché alcuna considerazione il fattore dei popoli, o se preferite
delle masse oppresse, che sono invece, e in prima istanza, il principale fattore
che dei rivoluzionari debbono tenere in considerazione nella loro visione
strategica.
Banco di prova iracheno
L’Iraq è un decisivo banco di prova per testare le concezioni politiche. Perchè
l’Iraq sta diventando un problema colossale per gli imperialisti americani? Non
per trascendentali e misticheggianti ragioni geopolitiche, ma perché esiste una
scandalosa oppressione, la quale alimenta una Resistenza popolare, ovvero di
massa. Resistenza che consente ai guerriglieri delle più disparate appartenenze
di muoversi come pesci nell’acqua. Ovviamente esistono altri fattori, oltre
all’oppressione-occupazione, che spiegano la performance straordinaria della
Resistenza —il ritmo dell’organizzazione militare guerrigliera è stato
decisamente più veloce di quello di unificazione politica dei vari gruppi, e
forse assisteremo, nei prossimi mesi, alla nascita non di uno ma di almeno due
fronti di liberazione. Quali fattori? Anzitutto quello della tradizione storica,
che per comodità definiamo nazionalista e patriottica, fortemente radicato tra
gli iracheni di tutte le classi sociali e appartenenze religiose o notabilari
(concetto che è preferibile a quello tribale o patriarcale). V’è poi una lunga e
consolidata tradizione di rivolte contro gli invasori, contro gli inglesi ma
prima ancora contro gli ottomani e ancor prima contro i mongoli e i persiani.
Non va dimenticato che dal 1957 al 1959 l’Iraq ha conosciuto una vera e propria
rivoluzione popolare in cui il ruolo guida l’aveva il Partito comunista locale
—rivoluzione popolare potenzialmente socialista che come sottoprodotto ha
scremato il regime baathista. A questi elementi vanno aggiunti: l’ostilità verso
la comunità internazionale (satrapie arabe comprese) per la guerra del 1991 e
l’embargo crudele decretato dalle nazioni Unite; il fatto che il governo
saddamita (lungimirante decisione) ha distribuito capillarmente armi, non solo
leggere, alla popolazione, nell’eventualità dell’occupazione americana. Infine
non va dimenticato l’Islam, che viene concepito, anche dai non credenti (e in
Iraq ce ne sono molti) come elemento simbolico di alterità rispetto alla visione
del mondo imperialista occidentale, un collante ideologico ed escatologico fin
che si vuole, ma decisivo. I popoli non si alzano in piedi grazie a sofisticati
discorsi razionali ed economicistici, e nemmeno irrazionali (geopolitica
spiritualista) ma solo quando, spinti dalla necessità di una situazione
insopportabile, sono mossi dalla convinzione che una lotta mortale è in corso,
una lotta in cui o si perde tutto o si vince tutto. Ogni rivoluzione contiene
elementi religiosi, millenaristici ed escatologici (chi ha letto “Per chi suona
la campana” di Ernest Hemingway, che parlava della Spagna del 1936-39, mi
capisce al volo), ma essi sono solo la forma che un dato movimento di oppressi,
di rivoltosi, assume. Ovvero: v’è lotta di LIBERAZIONE dove c’è un’oppressione.
Chi dimentica questo criterio elementare, certo potrà non avere a simpatia la
tenacia dei ceceni (che in effetti hanno anche amici fetenti), ma rischia di non
capire l’abc: qual’è la forza motrice della rivoluzione, le sue cause, la sua
dinamica.
Antimperialismo, anticapitalismo e nazionalismo
E’ un dato della storia che l’antimperialismo non equivale all’anticapitalismo.
Cosi come l’anticapitalismo non è equipollente al socialismo.
Se una potenza imperialistica depaupera un paese arretrato (ovvero un paese in
cui le strutture sociali non sono compiutamente capitalistiche) le cose sono
due: o abbiamo una resistenza o non ce l’abbiamo. Se ce l’abbiamo, la
resistenza, a causa del tessuto sociale precapitalistico, tenderà a riflettere
quella data composizione sociale, ovvero vedrà combattere quelle classi sociali
che la penetrazione imperialistica tende a fare fuori. Potremmo dunque avere (e
infatti abbiamo avuto, vedi tutti i movimenti anticolonialistici) casi in cui
classi feudali o caste sociali di tipo asiatico, se non addirittura corpi di
tipo tribale, forniscono l’ossatura ai movimenti di liberazione.
E qui i casi sono due: o assumiamo la posizione che era dei socialdemocratici
(con la loro cultura positivistica, progressista e storicistica), per cui la
penetrazione imperialistica, quali siano i suoi costi, portando il capitalismo,
è sostenibile perché strappa quei popoli all’arretratezza e all’immobilismo;
oppure assumiamo la posizione leninista per cui, nonostante il carattere
reazionario delle loro direzioni, questi movimenti vanno sostenuti perché, dato
il carattere imperialistico dell’epoca, entrano come alleati del proletariato
nella lotta tra socialismo e capitalismo (dato che la lotta mondiale non è certo
tra capitalismo e feudalesimo o tribalismo). La prima era una posizione
sciovinista, social-imperialista, la seconda, appunto, antimperialista.
Nel secolo scorso i movimenti di liberazione, data l’impossibilità di un puro e
semplice attaccamento allo status quo, hanno assunto la nazione (ovvero un
elemento tipico del capitalismo europeo), come orizzonte della propria
battaglia. Davanti a questo fatto colossale (davanti al fatto che
l’antimperialismo passava dalle mani di classi e ceti di tipo feudale e
tribalistico ad elite progressiste e moderniste) vi sono solo due posizioni
essenziali: o si assume la posizione estremistica del non appoggio, in quanto la
nazione è concetto e obbiettivo capitalistico, ciò che porta al disfattismo e
all’indifferentismo davanti ai movimenti di liberazione nazionale; o si assume
la posizione che poi assumeranno i comunisti rivoluzionari: sostenere le lotte
nazionali diventando parte integrante di quei movimenti e, facendo leva sugli
strati oppressi, tentare di farle crescere in lotte per la rivoluzione sociale.
Il problema non è quindi accademico: se l’anticapitalismo vada d’accordo o meno
col nazionalismo. Il problema è pratico e politico: solo se un’avanguardia
rivoluzionaria entra nell’agone della lotta la saldatura è possibile, il
passaggio dal nazionalismo al socialismo inter-nazionalista è possibile (pongo
il trattino deliberatamente).
Faccio infatti notare che certi compagni hanno una lettura alquanto bizzarra
dell’internazionalismo. Come se esso corrispondesse all’anarchico
anti-nazionalismo. Non è solo un problema etimologico o semantico:
internazionalismo implica il riconoscimento che le nazioni esistono e non si
possono cancellare né con un atto volontaristico (anarchismo), né con un ukaze
amministrativo (stalinismo).
Riguardo alla globalizzazione, che tende a far proliferare e a consolidare le
nazioni, mi permetto di dissentire radicalmente. Che l’imperialismo globalista
non possa spazzare via la forma dello stato-nazione è evidente. Ma questo sul
piano formale: sul piano sostanziale la globalizzazione imperialistica tende
effettivamente a spazzare via le prerogative, le potestà e le sovranità
nazionali. Ovvero lo Stato- nazione resta una carcassa vuota, poiché esse
perdono potere effettivo e debbono farsi sventrare dalle multinazionali.
Non si può
condividere la tesi snob e politicamente corretta di Negri, stupidamente
antinazionalista, per cui la globalizzazione “è una scopa di Dio” e va agevolata
in quanto “finalmente” fa fuori questi arnesi arrugginiti degli Stati nazione
(viva il progresso delle multinazionali, che le moltitudini possono orientare).
Allora io debbo ripetere che, al contrario, occorre utilizzare ogni fattore
reale che contrasti la globalizzazione imperialistica, anche lo Stato-nazione o,
per meglio dire, i sentimenti nazionalisti dei popoli. O facciamo questo oppure
possiamo fare le valige. E’ davvero penoso dover ricordare queste cose mentre
l’Iraq è in fiamme per la sua indipendenza NAZIONALE e con quello che accade in
Palestina.
Sul piano dei
contenuti poi, il “diritto all’autodeterminazione dei popoli” è un invenzione
USA (non ricordo se di Wilson o di Roosevelt, creata come risposta da
contrapporre all’idea di rivoluzione mondiale). Che poi i sovietici l’abbiano
inserito nella loro costituzione è un dettaglio che non dovrebbe impressionare
chi sa che le costituzioni scritte in genere hanno poco a che fare con la
realtà, specialmente quando si parla di diritti. I ceceni più che “dal popolo
russo” caso mai saranno oppressi dal governo. E qualcuno dovrebbe dire in base a
quale argomento la “indipendenza nazionale” dei ceceni dovrebbe farli stare
meglio invece che trasformarli in una specie di kosovo (o di uzbekistan),
mettendoli in balia delle locali bande mafiose e delle basi militari degli USA.
Che l’autodeterminazione delle nazioni sia una wilsonata americana mi lascia
davvero di stucco!
Come l’altra per cui le Costituzioni sono bazzecole. La supponenza è una brutta
bestia, più che mai quando si veste di panni radicaloidi che in altri tempi
avrei definito borghesi.
I ceceni staranno peggio di adesso se ottenessero l’indipendenza? Mi pare
difficile visto come penano i ceceni. Questo ragionamento potrebbe essere fatto
in tutti i casi, anche quello palestinese, vista la natura mefitica dei
borghesotti mafiosi che si raccolgono attorno ad Arafat. Ma questo non è un
ragionamento serio: i palestinesi, come i ceceni hanno il diritto di decidere
il loro destino (sono cioè loro e solo loro titolari del diritto ad
autodeterminarsi, non altri per loro) e, per quanto ciò che dico possa produrre
un’alzata di spalle, affermo con forza che hanno anche il diritto di scegliersi
di farsi sfruttare dai capitalisti arabi piuttosto che sionisti.
Il fatto è che la lotta di liberazione è un processo, non un evento singolare
miracoloso. Un processo che obbliga gli oppressi a lottare contro il nemico
principale, e a reperire alleati che domani dovranno essere combattuti.
Moreno Pasquinelli