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COMUNITARISMO E UNIVERSALISMO:
PROSPETTIVE DI ALTERNATIVA E DI RESISTENZA ALL'IMPERIALISMO AMERICANO
Intervista con il
Prof. Costanzo Preve: a cura di L.Tedeschi
(tratto da ITALICUM, numero
9-10 settembre-ottobre 2004)
DOMANDA
=>
Gli elementi caratterizzanti l'attuale fase storico politica dominata
dall'impero americano e conseguentemente dal capitalismo, non sono più
costituiti dalla dicotomia destra/sinistra, bensì dalla contrapposizione tra gli
USA e i popoli e le nazioni che si oppongono al dominio americano.
Al modello capitalista si vuole contrapporre il comunitarismo, quale "difesa
dello stato-nazione indipendente concepito in modo nazionalitario e non
nazionalista, razzista e imperialista". Dato l'attuale "nichilismo nazionale" e
la quasi assenza di valori e costumi identitari specialmente in Europa, quali
sono i fondamenti filosofici e politici di un comunitarismo inteso quale modello
politico e culturale diverso e migliore dell'individualismo liberale?
RISPOSTA =>
Mentre 1'impero americano ed il tipo di "turbocapitalimo" che esso sostiene ed
organizza sul piano geopolitico esistono e sono corpose realtà storiche e
politiche, un "comunitarismo" che sappia essere ad un tempo anti-imperialista e
democratico non esiste invece ancora, ed in questo momento resta ancora in larga
misura un orizzonte astrattamente possibile. Vi è qui dunque una dolorosa
asimmetria.
Così come la conosciamo storicamente la dicotomia Destra/Sinistra non è affatto
universale come si pensa, ma è prevalentemente europea e latino-americana. In
estrema sintesi essa e già passata attraverso tre fasi storiche fondamentali. In
una prima fase (I789-1914 circa) questa dicotomia si è sovrapposta al conflitto
sociale, politico ed economico fra democratici prima e socialisti poi (sinistra)
ed un fronte vario e nobile di conservatori e di liberali (destra). In una
seconda fase (1914-1991 circa) questa dicotomia si è sovrapposta allo scontro,
prima soltanto sociale e poi geopolitico, fra il comunismo storico novecentesco
ed i suoi alleati (sinistra) ed un fronte vario e mobile che ha visto a volte in
conflitto ed a volte alleati i fascismi storici ed il liberalismo capitalistico
(destra). Siamo però ormai in una terza fase storica, in cui si è formato un
"pensiero unico" capitalistico ed imperialistico, cui il "politicamente
corretto" di sinistra è quasi completamente subordinato ed asservito. Il vettore
culturale e giornalistico principale di questo asservimento, che non è ancora
purtroppo colto come tale da gran parte delle classi e dei gruppi dominati, è
stato la trasformazione metabolica della sciagurata generazione del Sessantotto.
La critica originariamente di "sinistra" al socialismo autoritario, burocratico
e gerarchico di tipo sovietico si è dialetticamente rovesciata in appoggio
culturale di "destra" all'impero americano, visto come società libertaria e
multiculturale delle sconfinate possibilità individuali. La connessione fra
queste due posizioni unilaterali rovesciatesi l'una nell'altra è evidente per
una coscienza filosofica dialetticamente bene educata, ma non lo è per gli
incoscienti educati ai miti operaistici del monoclassismo sociologico proletario
rovesciatosi oggi in sciagurato mito imperiale messianico armato e bombardatore.
Il "nichilismo nazionale" denunciato nella domanda è reale, ed è a sua volta
frutto della confluenza di due componenti, la componente di "destra" del
capitalismo cosmopolitico e senza patria rivolto unicamente ai profitti e
particolarmente agli interessi erogati dal capitale finanziario transnazionale,
e la componente di "sinistra" critica dello stato borghese nazionale in nome di
una sintesi di monoclassismo sociologico proletario globalizzato (il che spiega
il perché della facile riconversione di questa componente al mito della
globalizzazione) e di critica anarchica della morale borghese tradizionale,
particolarmente familiare e sessuale (il che spiega perchè costoro stiano oggi
in prima fila nell'imporre a colpi di bombardamenti strategici i costumi
sessuali occidentali alle renitenti società "musulmane". La Francia (ed in parte
i paesi scandinavi) è oggi il solo paese europeo che resiste, sia pure
debolmente, al nichilismo nazionale europeo. Dio la benedica. In questa
sacrosanta e benemerita resistenza è troppo debole e residuale per innescare
oggi una vera inversione di tendenza su scala europea. E qui, in poche parole,
risiede il 70% del dramma storico di oggi.
DOMANDA =>
Lei annovera tra gli errori più rilevanti della sinistra marxista il voler
configurare il capitalismo come un fenomeno unitario e di natura conservatrice,
in quanto incapace di sviluppare le forze produttive. Il vorticoso sviluppo
della tecnologia e la modernizzazione sono fenomeni scaturiti invece dallo
sviluppo del capitalismo che costituisce un modello produttivo incontrastato a
livello globale. Il progresso si identifica quindi con l'evoluzione del
capitalismo. In tale contesto, certo è che il progresso sia scientifico che
tecnologico è stato indirizzato secondo le esigenze proprie della produzione
capitalistica. Tuttavia le potenzialità di sviluppo scientifico e tecnologico
sono infinite. Non sorge quindi il dubbio che la scienza e la tecnologia non
siano fenomeni esclusivi del capitalismo, che semmai ne ha sviluppato solo quei
particolari settori da cui possa generarsi profitto, a discapito di altre forme
della ricerca (vedi energie alternative) incompatibile con la logica del mercato
globale. Il capitalismo quindi, non potrebbe configurarsi come un fattore che ha
impedito diverse ed ulteriori potenzialità del progresso scientifico e
tecnologico?
RISPOSTA =>
Condivido integralmente lo spirito della domanda, che mi sembra rivolto a
scongiurare la demonizzazione unilaterale della scienza e della tecnologia. Oggi
in Italia posizioni come quelle di Emanuele Severino e di Umberto Galimberti,
volte ad una ossessiva demonizzazione della Tecnica senza aggettivi, e
convergenti nel proporre una ricostruzione complessiva della storia
dell'occidente che banalizza ulteriormente la teoria di Heidegger
sull'inevitabile destino della risoluzione della metafisica greca in tecnica
planetaria, finiscono con il contribuire al senso di fatalismo e di impotenza
che già rappresentano lo "spirito del tempo" odierno. ma questa "impotenza
filosofica" in realtà funzionale all'assenza di critica determinata dalla
"potenza pratica" delle tecnologie capitalistiche. La critica ecologista, sorta
circa trenta anni fa e poi diffusasi, ha fatto bene sperare all'inizio, ma oggi
mi sembra purtroppo rifluita o nell'integrazione sistemica in apparati politici
corrotti o nell'autoemarginazione testimoniale di critici primitivisti della
scienza e della tecnica in quanto tali.
La domanda pone in forma prudentemente dubitativa l'essenziale per una risposta
teoricamente corretta. No alle demonizzazioni metafisiche unilaterali della
scienza e della tecnica, funzionali al rafforzamento dell'impotenza sociale
progettuale, e sì ad ogni progetto di uso alternativo ed ecologisticamente meno
distruttivo delle forze produttive frutto del millenario lavoro umano.
DOMANDA =>
Il comunitarismo presuppone l'istaurarsi di un nuovo rapporto dialettico tra
individuo e comunità. Esso pertanto determina una nuova concezione della
democrazia, intesa come dominio della politica sull'economia e come autogoverno
della comunità attraverso leggi, valori etici e costumi liberamente accettati.
Ma la creazione di tante comunità nazionali fondate su specificità diverse (se
non in contrasto), dinanzi all'internazionalismo della globalizzazione, data la
inevitabile frammentarietà di universo comunitario, non sarebbe in grado di
produrre che una debole resistenza nel confronto con l'impero americano. Il
comunitarismo allora, non potrebbe presentarsi come un progetto di liberazione
dell'umanità che dinanzi al capitalismo economicista e globalizzatore
assumerebbe il ruolo del profeta disarmato?
RISPOSTA =>
Tutti i profeti per definizione nascono disarmati, e solo in un secondo tempo
fisiologicamente si "armano" con il consenso di gruppi sociali e nazionali più
vasti. Il motto machiavellico per cui i profeti armati "vincono" e quelli
disarmati "ruinorono" è dunque vero solo a metà. Marx fu un profeta del tutto
disarmato, e Lenin fu un profeta armato che non sarebbe mai esistito senza la
fase "disarmata" precedente. Fra l'altro è esattamente questa la ragione per cui
oggi Lenin è mille volte più diffamato di Marx. Ma quanto dico non vale
ovviamente solo per la tradizione di "sinistra". Vale per Maometto, Gesù di
Nazareth e gli stessi Confucio e Budda. Purtroppo i tempi storici di evoluzione
non corrispondono alla normale impazienza umana, specie da parte di chi ha già
superato la mezza età e si duole di non avere più l'età per assistere a fenomeni
storici di cui auspica l'avvento.
Fatta questa premessa storico-metodologica, oggi il comunitarismo
anticapitalistico si trova nella fase in cui deve ancora risolvere alcuni
problemi pratici e teorici determinanti per la sua identità presente e futura.
Deve congedarsi dal "comunitarismo organico", in cui non c'è spazio per il
dissenso e la non-condivisione di individui che fanno parte della comunità, e
che invece devono avere il diritto giuridicamente garantito delle loro scelte
anti-conformistiche. Deve congedarsi dal "comunitarismo tradizionale" (del tipo
della Lega di Bossi, per capirsi), per cui la comunità è concepita e vissuta
come chiusura sociale identitaria verso lo "straniero", fino a comportare
episodi sgradevoli ed inaccettabili di discriminazione "razzìsta".
Un comunitarismo democratico, come quello auspicato e correttamente descritto
nella domanda (primato della politica sull'economia, autogestione economica ed
autogoverno sociale, eccetera), può solo farsi strada faticosamente contro due
avversari strutturali e permanenti. Da un lato, i comunitarismi di tipo organico
e di tipo tradizionale, che sono in generale eredità e riattualizzazione di
forme culturali di "destra". Dall'altro, i multiculturalismi ed i
cosmopolitismi, che si presentano spesso in modo seducente come superamento del
provincialismo ed adattamento al modello unico della anglofonia globalizzata, e
che sono invece quasi sempre la copertura di un modello unico monoculturale,
quello dell'impero americano e dei suoi profili culturali e di consumo (un
consumo ovviamente differenziato sulla base della scala disegualitaria dei
poteri d'acquisto).
Il sentiero sembra molto stretto. Ma una volta che ci si sia incamminati, esso
apparirà probabilmente praticabile in nodo agevole.
DOMANDA =>
La critica di Alain de Benoist all'americanismo coinvolge lo stesso
universalismo. Egli preferisce il politeismo greco al monoteismo cristiano in
virtù della critica differenzialista in difesa delle identità originarie delle
singole civiltà. Oggetto della critica di de Benoist all'universalismo è la
stessa filosofia dialettica di Hegel e di Marx, oltre alle pretese
normalizzatrici e uniformatici proprie della globalizzazione capitalista. Lei
critica a sua volta tale teoria "differenzialista" in quanto essa darebbe luogo
a forme di relativismo che di per se stesse sarebbero prive di contenuto
veritativo. Come lei afferma, "in de Benoist non c'è una teoria della verità".
Ci chiediamo dunque quali sono gli elementi in base ai quali un pensiero possa
definirsi universale. Inoltre, un pensiero solo in quanto universale può avere
contenuto veritativo? Lo stesso pensiero universalista, non contiene in se
stesso le premesse di una logica totalizzante e quindi uniformatrice? L'era
della mondializzazione ha determinato la fine della cultura eurocentrica. Ma non
potrebbe però manifestarsi in avvenire il sorgere di una pluralità di
universalismi nelle culture dei vari continenti tra loro potenzialmente
configgenti? Le pretese universalistiche originarie non potrebbero allora
condurre ad esiti relativistici contraddicendo le loro stesse premesse?
RISPOSTA =>
Mentre alle prime tre domande ho cercato di rispondere in modo conciso e
sintetico, anche perchè nella loro formulazione c'erano già spesso i
suggerimenti impliciti per la risposta, a questa quarta domanda intendo
rispondere in modo più ampio ed analitico e questo per almeno due ragioni. In
primo luogo, perchè la mia personale competenza specifica è di tipo filosofico,
e quindi posso dire di muovermi su questo terreno con maggiore sicurezza. In
secondo luogo, infine, perchè il problema filosofico, del rapporto fra
universalismo (o più esattamente, pretese di universalismo) e differenzialismo
(o più esattamente, rivendicazioni di differenzialismo) forse il maggiore
problema filosofico che si pone in quest'epoca detta (a mio avviso
impropriamente, ma per il momento assumiamo pure il termine per capirci) di
"globalizzazione". Per impostare in modo filosoficamente corretto il problema
dell'universalismo, la cui formulazione teoricamente più esatta sarebbe "pretesa
di universalismo contro rivendicazione di differenzialismo", possiamo partire
dagli antichi greci ed in particolare da Erodoto. Erodoto descrive due popoli,
il primo dei quali, divora i cadaveri dei propri genitori mentre il secondo
lascia questi cadaveri ai vermi, e che sono ovviamente entrambi orripilati e
scandalizzati dai costumi dell'altro. Dal momento che Erodoto non vive in una
cultura del Libro, cioè della rivelazione divina dell'unico comportamento
moralmente accettabile, ma in una cultura del Mito, in cui la ragione umana deve
liberamente decostruire i miti stessi per trarne un significato in qualche modo
"universalistico", egli non è ovviamente in grado di concludere su quale sia il
comportamento più "universalistico" (mangiare noi stessi la carne dei genitori
oppure fare mangiare la stessa carne ai vermi), e si limita a presentare al
lettore questo enigma. Il lettore, ovviamente, ne trae una conclusione
inevitabilmente e spontaneamente "relativistica", quella peraltro tratta, anche
dai sofisti contemporanei di Erodoto, per cui ogni popolo ha i propri costumi,
che non sono sostanzialmente comparabili con un criterio "oggettivo", ma che
bisogna limitarsi a descrivere con attonita meraviglia e con insaziabile
curiosità.
Il pensiero greco ha storicamente cercato di uscire da questa aporia erodotea
con Pitagora ed il pitagorismo (di cui a mio avviso la concezione di Parmenide
dell'Essere non è che una derivazione sapienziale. In questa impostazione
pitagorica c'è almeno una cosa che può essere definita veramente universale, e
cioè la teoria dei numeri unita alla teoria degli assiomi e dei teoremi della
geometria. Mentre infatti gli uomini possono dividersi sui riti funerari, sui
costumi sessuali, sulle cerimonie religiose, eccetera, vi è almeno un terreno su
cui è possibile cercare e trovare un consenso "universale". Di qui è nata, e
viene continuamente ripetuta a distanza di duemila e cinquecento anni,
l'espressione "la matematica non è un'opinione". L'importanza storica della
filosofia di Platone consiste appunto nell'aver cercato di portare questo
"universalismo matematico" al livello di un "universalismo etico e politico". Si
tratta appunto della cosiddetta dialettica platonica, di cui a mio avviso (ma
non c'è purtroppo qui lo spazio per argomentarlo) la dialettica hegeliana non è
che uno sviluppo innovativo. Vediamo allora che la contrapposizione fatta da
Alain de Benoist fra politeismo greco e monoteismo ebraico-cristiano non è
esatta, almeno a mio avviso. Platone infatti è un greco, non certo un ebreo o un
cristiano, eppure persegue comunque una sorta di "monoteismo razionale" di tipo
universalistico, a meno che, ovviamente, il suo pensiero venga interpretato non
come un tentativo universalistico di portare il pitagorismo dalla matematica
all'etica, ma solo come una risposta determinata e non universalistica alla
crisi della polis ateniese dei suoi tempi (ed è possibile farlo).
Ma torniamo al tema dell'universalismo. Il cristianesimo, insieme a tutte la
religioni monoteistiche di tipo "abramitico", non lo risolve per nulla, ma
effettua una regressione verso la rivelazione religiosa di tipo sumerico,
babilonese e mesopotamico (di cui la Bibbia è a mio avviso solo una tarda
traduzione in ebraico ed in aramaico, ma non certo un contributo originale). Un
"universalismo rivelato" non è ovviamente un universalismo (ed il caso di Bush
oggi è esemplare). Le scuole filosofiche razionalistiche di origine ebraica
(Mamonide), musulmana (Averroé) e cristiana (Tommaso d'Aquino) se ne accorgono,
e sono allora costrette a mettere fra parentesi la rivelazione ed a tornare sul
terreno razionale e dialogico della filosofia greca, cioè la teoria della natura
umana e del diritto naturale. Quanto più si vuole "salvare" Grerusalemme, tanto
più si è costretti a tornare ad Atene.
Do ovviamente qui per scontato, e non lo ritengo neppure degno. di
argomentazione, che il preteso universalismo colonialistico europeo, da Pizarro
a Bush non è affatto un universalismo, ma un particolarismo differenziale
occidentale che si presenta come universale unicamente perché è più armato delle
sue vittime. Lo do per scontato, perchè non mi interessa perdermi in una
casistica anti-coloniale, ma non perdere di vista il problema filosofico, della
pretesa universalistica confrontata ad una rivendicazione differenzialistica.
Del resto la domanda, che allude alla difesa del differenzialismo sostenuta oggi
da de Benoist, sembra suggerire uno scenario di universalismi plurali che
scelgono la via del confronto pacifico per sostenere le loro pretese, oppure lo
scenario di differenzialismi culturali autofondati in reciproca coesistenza,
convivenza e tolleranza. E'questo dunque il terreno su cui conviene riflettere.
Detto in estrema sintesi, io sono per un universalismo tendenziale, processuale,
regolativo (in senso kantiano), dialogico e razionale e nello stesso tempo sono
perfettamente cosciente che ogni pretesa universalistica può essere usata come
arma ideologica di supporto "culturale" per strategie economiche, militari e
geopolitiche di dominio, di aggressione e di occupazione. Ma allora, si tratta
di una "quadratura del cerchio" impossibile, perché non c'è soluzione per questa
antinomia paralizzante?
Un passo per volta. In primo luogo, anche un relativista, un politeista ed un
differenzialista estremo come de Benoist (cui sono personalmente legato da
sentimenti di amicizia) deve ammettere di condividere con me almeno un elemento
universalista comune, e cioè la ragione dialogica. Ma se la ragione dialogica è
l'elemento comune che unisce gli universalisti ed i differenzialisti, allora si
apre la via per un possibile consenso non solo formale ma anche sostanziale.
Facciamo gli esempi estremi del rogo delle vedove indù e dei sacrifici umani
sulle piramidi azteche. In un'ottica radicalmente relativistica e
differenzialistica è impossibile criticare questi due fenomeni. In un'ottica di
universalismo dialogico e procedurale è invece possibile farlo. Ma per poterlo
fare è necessario presupporre non solo il concetto di certo (l'acqua bolle a 100
gradi) e di esatto (4+4=8), ma anche di vero-bene. Con questo, non ne deriva
assolutamente che bisogna bombardare gli indù e gli aztechi. Ne deriva soltanto
per ora la legittimità del terreno dialogico comune (ed universalistico) della
condanna di queste due pratiche.
Qui siamo soltanto, ovviamente, su di un terreno teorico, ma anche questa
simulazione teorica è importante per poterci orientare. Quando invece
l'occidente si arroga il diritto di proclamare universalistico lo sfruttamento
pornografico dell'immagine del corpo femminile, e di condannare invece come
arretrato, barbarico e particolaristico l'uso dal velo sul viso o sui capelli,
eccetera, siamo di fronte ad un caso palese e scandaloso di arroganza
particolaristica travestita da "diritti umani". Il concetto di "umanità",
ovviamente, ha la doppia ed ambigua caratteristica di essere contemporaneamente
un modello normativo universalistico del comportamento (è umano assistere gli
inermi, è disumano ucciderli, eccetera) ed una posta in gioco ideologica di
strategie di potenza (Clinton e Bush sono umani, Milosevic e Saddam non lo
sono).
Tuttavia, poiché concordiamo tutti sulla strumentale ipocrisia dell'occidente e
del suo sistematico uso dei due pesi e delle due misure (i palestinesi sono
terroristi, gli israeliani no, le autobombe irachene sono terroriste, i
bombardamenti americani no, e via via in questo delirio di ipocrisia
istituzionalizzata), non è necessario fare altri esempi, ma è utile proseguire
su questa linea di ragionamento "universalistico".
L'universalismo ed il differenzialismo non sono due polarità identitarie che ci
ingiungono di "prendere o lasciare" e ci intimano di "schierarci" come su di un
ring di pugilato. Sono piuttosto due polarità dialetticamente unite in una
correlazione complementare essenziale. La pretesa di universalismo e la
rivendicazione di difftrenzialismo devono allora essere concepite
filosoficamente come un'unità concettuale dinamica, all'interno della quale si
articola la totalità espressiva umana di tipo etico-politico.
Oggi l'arrogante livellamento della macchina da guerra costituita dall'unità di
pensiero unico (lato di destra) e di politicamente corretto (lato di sinistra)
vorrebbe distruggere ogni residuo non normalizzato, dalla caccia alla volpe in
Inghilterra alle corride in Spagna, dalla poligamia in Arabia alla poliandria in
Polinesia, eccetera. Questo conformismo è asfissiante, ma esso non deve essere
confuso con la nozione filosofica di universalismo. Personalmente, rifiuto di
schierarmi fra i cacciatori e gli animalisti. E'questo schieramento non è
neppure necessario. La conoscenza etico-filosofica non può e non deve coprire
maniacalmente tutti gli spazi di dibattito possibile. Per fortuna dell'umanità e
della libertà umana, la filosofia (universalistica e/o differenzialistica) non
potrà mai diventare una scienza esatta, e nello stesso tempo non credo nella sua
"messa ai voti" elettorale. Qui non si ha a che fare con la sapienza (sophia) ma
con la saggezza del caso per caso (sophrosyne). Aristotile aveva capito questo
punto molto meglio di Mosè o di Platone.
Posso allora avviarmi a completare questa quarta risposta passando finalmente
dal cielo della interrogazione filosofica, sul nesso pretesa di
universalismo/rivendicazione di differenzialismo alla "terra" degli attuali
conflitti economici, politici, militari e culturali.
Oggi l'impero militare americano, garante geopolitico e militare di un
capitalismo totale nemico di ogni controllo politico (da lui battezzato
indifferentemente comunismo, fascismo o populismo) persegue una strategia
storica di universalizzazione senza universalismo. Mentre l'universalismo è
ideologicamente debole, perché coattivo e costrittivo (ad esempio il comunismo
storico novecentesco 1917-1991), la semplice universalizzazione della forma di
merce assoluta è fortissima, perché non richiede adesione consapevole, ma
semplicemente incorporazione individuale e sociale. In modo solo apparentemente
paradossale, questo processo di universalizzazione della forma di merce,
formalmente del tutto deideologizzato e puramente "performativo" si unisce ad
una ideologia religiosa messianica di matrice veterotestamentaria, e dunque
sumerica assiro-babilonese e pre-greca (e quindi non occidentale), per cui
l'universalizzazione della forma di merce è una missione speciale affidata da
Dio al suo popolo eletto, costituito da élites protestanti ed ebraiche che
guidano una plebe mondiale emigrata ed omogeneiezzata. La sua musica ideale è
una forma di ritualità collettiva estatica ed orgiastica a pieno volume, nemica
della riflessione individuale. La sua religione preferita è una forma di
buddismo psicologico terapeutico, in cui la dimensione comunitaria (dominante
nel buddismo asiatico originario) è interamente distrutta nel suo passaggio dal
Tibet alla California. L'anima è ridotta integralmente a corpo geneticamente
manipolato o ridotto ad icona pubblicitaria e pornografica. E si potrebbe
continuare a lungo, cosa impossibile qui per ragioni di spazio. Ma l'insieme è
ormai facilmente percepibile.
Di fronte a questo "nemico principale" della varietà delle culture, delle lingue
e delle forme di vita la resistenza deve assumere necessariamente la forma della
rivendicazione della differenza. Su questo punto fra me ed Alain de Benoist non
c'è alcuna divergenza, ma anzi la convergenza è completa. Nello stesso tempo,
senza nessun odioso "imperialismo della verità", è necessario tenere aperto lo
scenario del dialogo fra le culture, non per perseguire un impossibile canone
universalistico coattivo, ma per raggiungere soluzioni soddisfacenti caso per
caso, nell'ottica non di un impero universale militarmente onnipotente, ma di
una libera società mondiale.
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