dalla rivista Koiné, nn.
2-4, 2003
La crisi culturale della
terza età del capitalismo
Dominanti e dominati nel
tempo della crisi del senso e della prospettiva storica
1. Il tema che ci
interessa non è di facile inquadramento teorico, e bisogna allora iniziare
con una "buona mossa d'apertura". La mia mossa di apertura consisterà nel
mettere in discussione un grande classico della tradizione culturale
occidentale, il Manifesto del Partito Comunista di Marx e di Engels
del 1848. Questa messa in discussione servirà solo da punto di partenza, e
non ha affatto di mira una discussione critica generale su Marx . e sul
marxismo, discussione che non è oggetto di questo testo.
2. Nel Manifesto del Partito Comunista Marx ed Engels
interpretano tutta la storia passata come storia di lotte di classe, ed
individuano le classi fondamentali della società capitalistica nella
Borghesia e nel Proletariato. Il termine di "borghesia" è usato come
sinonimo dell'insieme dei proprietari privati capitalistici dei mezzi di
produzione, che hanno la disposizione reale non solo sulle materie prime ma
anche sulla forza-lavoro salariata, mentre il termine di "proletariato"
indica l'insieme di tutti coloro i quali, esclusi o espropriati dai mezzi di
produzione, devono vendere la loro forza-lavoro ai capitalisti sotto
l'apparenza di uno scambio eguale (ma in realtà diseguale) fra il lavoro
salariato ed il capitale.
Questa grandiosa "semplificazione" ha esercitato un fascino enorme, perché
non si trattava di una semplificazione infondata, ma dell'effettiva
descrizione dello "scheletro" della società capitalistica. Lo scheletro,
ovviamente, non è tutto, ma ci vuole anche la carne, il sangue e gli altri
organi vitali. È invece sbagliato pensare che lo scheletro equivalga a
tutto il corpo. Si tratta, in estrema sintesi, dell'errore fondamentale
della maggioranza delle forme di marxismo storico.
3. La mia tesi di fondo, che ispira questo intero contributo, è che
Borghesia e Proletariato non sono classi strutturali e permanenti
dell'intero corso storico del modo di produzione capitalistico, ma solo
classi genetiche, iniziali e provvisorie di esso. Nell'attuale età del
capitalismo esse sono nell'essenziale già tramontate, e senza comprendere la
dinamica del loro tramonto non è possibile neppure impostare il problema
della natura di una crisi culturale. A mio parere siamo infatti oggi in
un'età post-borghese e post-proletaria.
Ritengo invece di dover usare la dicotomia di Dominanti e Dominati. Mi si
potrebbe obbiettare che si tratta di una dicotomia tautologica e generica,
che peggiora anziché migliorare la dicotomia precedente. Non lo credo. Non
si tratta di fare il giochetto verbale di continuare a chiamare "borghesia"
i dominanti capitalisti e "proletariato" i dominati salariati. Si tratta di
comprendere che, in mancanza di una credibile terminologia scientifica
ammessa da tutti, è meglio fare un passo indietro e limitarci a chiamare
Dominanti e Dominati gli agenti storici attivi e passivi della riproduzione
sociale complessiva del modo di produzione capitalistico. Almeno ci
sottrarremo agli inganni del linguaggio consueto, quelli che Bacone
chiamava idola fori.
4. Nel corso di questo testo userò i termini di "crisi" e di
"cultura" in un senso molto preciso che chiarirò subito. Il termine di
krisis, usato nella medicina greca, significa il momento cruciale in cui
l'ammalato va o verso la morte o verso la guarigione. Al di fuori
dell'ultima crisi terminale, dunque, tutte le altre crisi sono positive,
benefiche e di guarigione, cioè di riproduzione del corpo e dell'anima. Il
termine di cultura, nel significato che intendo dargli, non significa
solo "alta cultura", la cultura scritta e visiva dei grandi scrittori e dei
grandi pittori, e neppure cultura in senso antropologico come insieme
dell'attività lavorativa, linguistica e simbolica dell'uomo, ma significa
paideia, cioè educazione globale, non solo in senso scolastico, ma
nel senso di accrescimento (e di autoaccrescimento) della coscienza umana
che dura tutta la vita. La cultura è dunque un termine che connota sia
l'individuo, sia i gruppi ristretti, sia l'intera società.
5. La seconda "mossa di apertura" che farò consiste nel chiarire che
la nozione di crisi culturale non può essere ricavata per estensione né
dalla nozione di crisi economica né da quella di crisi politica. Vi è su
questo un largo consenso, ma per chiarezza vi dedicherò egualmente alcuni
paragrafi, perché ritengo che l' "economicismo" ed il "politicismo" siano
approcci riduttivi ed errati al problema che ci interessa. È soprattutto
importante capire però, contro l'approccio di Louis Althusser e della sua
scuola, che la cultura non si identifica con l'ideologia, che ogni equazione
fra cultura ed ideologia è fuorviante, e che respingo ogni tripartizione
consueta delle diverse istanze del modo di produzione capitalistico secondo
il modello della semplice distinzione fra economico, politico ed
ideologico. La paideia, antica, moderna e postmoderna, non è una
ideologia. Prima lo si capisce e meglio è per tutti.
6. Non sono un economista, e tanto meno un esperto professionale di
crisi economiche del capitalismo. Ho tuttavia studiato un poco la
letteratura marxista sull'argomento, e mi pare di poter aderire alla teoria
della cosiddetta ricorsività, nella forma in cui è stata esposta da
Gianfranco La Grassa in numerose opere. Questa teoria della ricorsività (da
non confondere con quella delle cosiddette "onde lunghe" di Ernest Mandel)
ha un doppio merito. Primo, intende segnalare l'esistenza di una crisi
complessiva dentro il modo di produzione capitalistico, che è allora anche
e soprattutto una crisi degli assetti di potere, e non solo una crisi di
tipo monetario e/o tecnologico. Secondo, rompe con tutte le mitologie del
"crollo" (Zusammenbruch) e della crisi finale e decisiva. Come è
noto, questi annunci crollistici sono anch'essi "ricorsivi", e sono
strutturati su di una concezione storicistica, deterministica e stadiale
del modo di produzione capitalistico, di cui si proclama sempre la "crisi
finale". Personalmente, non credo nell'esistenza di una crisi finale del
capitalismo, e comunque non certo nel senso della teoria del crollo.
Considero questa visione una inconsapevole secolarizzazione in linguaggio
economico del profetismo messianico, e rilevo che essa nella storia ha
favorito incredibili sbagli anche e soprattutto da parte di persone serie e
competenti. Ad esempio, Rosa Luxemburg era convinta che il crollo economico
del capitalismo sarebbe derivato dall'esaurimento di tutti gli spazi
geografici pre-capitalistici del globo. Mi sembra un errore totale, se
riflettiamo sull'attuale mondializzazione capitalistica chiamata
"globalizzazione". Per fare un secondo esempio, Paul Sweezy sostenne a lungo
la teoria della stagnazione capitalistica in termini di esaurimento delle
capacità di innovazione tecnologica del sistema. Se vediamo cosa sta
avvenendo oggi, mi sembra un altro errore totale. Non mi interessa però
infierire su questi maestri del pensiero economico, perché considero i loro
sbagli una ricaduta ideologica di un wishful thinking, cioè di una
speranza politica sul prossimo crollo del capitalismo.
7. Non sono un politologo, e tantomeno un esperto professionale di
crisi politiche del capitalismo. A suo tempo, Lenin parlò di crisi
rivoluzionaria in termini di incapacità dei dominanti a governare come
prima e di rifiuto dei dominati ad essere governati come prima. Non sarà
forse un approccio accademico, ma mi sembra un buon approccio. Più difficile
è stabilire la natura non delle rarissime crisi politiche rivoluzionarie, ma
delle ben più frequenti crisi politiche di riproduzione, legittimazione e
rappresentanza. In Italia abbiamo assistito circa un decennio fa ad una
tipica crisi politica di passaggio, quella fra la prima e la seconda
repubblica. Personalmente, non ho mai ritenuto che si trattasse di una
crisi di legittimazione, o meglio di delegittimazione (e cioè i giudici di
Mani Pulite che delegittimavano giudizialmente la classe politica
professionale corrotta dei vecchi partiti, PSI in primo luogo, ma anche DC e
PCI). Queste delegittimazioni sono operazioni a forte impatto emozionale e
mediatico, dovute all'approccio moralistico al potere tipico delle ideologie
spontanee delle classi dominate, che si muovono in base alla semplice (ma
irrilevante) dicotomia Onesti/Ladri. Si è invece trattato a mio avviso di
una crisi di rappresentanza, legata all'eliminazione di un sistema
elettorale proporzionale che in Italia era storicamente legato non tanto e
non solo alla spartizione mafiosa dei posti (che caratterizza al 100%, anche
i sistemi elettorali maggioritari), e neppure alle rendite di posizione
dell'intermediazione politica corrotta (che caratterizza anch'essa al 100%,
i sistemi elettorali maggioritari), ma soprattutto alle richieste di
welfare dei gruppi organizzati della società. Bisognava alleggerire ed
indebolire la rappresentanza, per alleggerire ed indebolire le richieste di
welfare keynesiano (o parakeynesiano), in vista di una maggiore
sovranità dei mercati finanziari internazionali. Ogni personalizzazione di
questo delicato passaggio in termini di "craxismo" o di "berlusconismo" mi
sembra solo una trappola per allodole credulone. Chi non è d'accordo con
questa mia valutazione è pregato di riflettere sul fatto che l'ondata
giudiziaria di delegittimazione delle classi politiche proporzionalistiche
precedenti avvenne "in tempo reale" in quasi tutti i paesi del mondo, dal
Giappone alla Germania, dalla Spagna alla Grecia, anche se solo in Italia
portò alla curiosa metamorfosi di praticamente tutti i partiti della prima
repubblica. Ma siamo pur sempre il paese del Gattopardo, in cui il
presupposto della continuità sotterranea è fingere che cambi tutto.
8. Ho esposto brevemente nei due paragrafi precedenti la mia
personale opinione sulla natura delle crisi economiche e politiche, perché
ritengo che la base dell'etica della comunicazione sia appunto non
nascondere le premesse di valore ed i presupposti interpretativi. Ma non do
a questi due paragrafi molta importanza, perché non sono in alcun modo il
centro del mio intervento. È invece molto più importante chiarire subito
l'erroneità delle posizioni alla Athusser, che identificano di fatto cultura
ed ideologia. Una volta chiarito questo possibile equivoco, potremo
finalmente iniziare il nostro discorso vero e proprio sulla natura specifica
dell'attuale crisi culturale del capitalismo.
9. Il concetto di cultura porta con sé la dimensione della possibile
educazione universalistica del genere umano (paideia, Bildung).
Si tratta di una nozione prodotta da alcuni illuministi tedeschi alla fine
del Settecento, e poi correttamente ripresa da Kant e Hegel. Questa nozione
riprende il vecchio concetto greco di paideia, arricchendolo (o
impoverendolo, a seconda dei punti di vista) con la nuova consapevolezza
della dimensione storica e temporale. L'ideologia invece non è equivalente
alla cultura, e non è neppure una sorta di "parte politicizzata" della
cultura stessa. L'ideologia è una rappresentazione del mondo, o più
esattamente un insieme organico e gerarchizzato di rappresentazioni, che
risponde immediatamente (e cioè senza mediazione ulteriore filosofica e
scientifica) al problema del conferimento di senso e di prospettiva alla
vita quotidiana, non appena questa vita quotidiana diventa oggetto di
autoriflessione, o più esattamente diventa un concetto trascendentale
riflessivo. Come del resto avviene per la religione, di cui l'ideologia
(anche quella atea, ed anzi soprattutto quella atea) è sempre una
forma impoverita, semplificata e privata delle sue dimensioni esistenziali
più importanti, si tratta di una antropomorfizzazione e di una conseguente
soggettivizzazione (individuale o di gruppo) del mondo dei significati
umani.
L'equazione fra ideologia e cultura, fatta da Althusser e dalla sua scuola
(con la conseguente tripartizione errata delle istanze del capitalismo in
economia, politica ed ideologia), è del resto solo il triste raddoppiamento
della precedente equazione fra epistemologia e filosofia, con la riduzione
della filosofia stessa a riflessione di secondo grado sulle procedure di
costituzione delle scienze naturali e sociali. In questo modo il problema
diventa male impostato fin dall'inizio.
L'ideologia, o più esattamente la produzione ideologica, è una dimensione
strutturale permanente, e quindi antropologicamente e socialmente
ineliminabile, dell'attività umana. Non esiste, ed ovviamente non può
esistere, nessuna presunta "fine delle ideologie". Quelle che finiscono, o
quasi sempre si indeboliscono, sono solo delle formazioni ideologiche
storicamente determinate e congiunturali. La cosiddetta "fine delle
ideologie" è a sua volta una ideologia, e per di più particolarmente povera.
Parlare di fine dell'ideologia è come sentir dire da un medico, a proposito
del corpo umano, che c'è la fine del sudore, dell'adrenalina, dello sperma
e degli escrementi. Si tratta di idiozia pura. Filosoficamente parlando, la
fine dell'ideologia intesa come fine di ogni falsa coscienza e di ogni
ripresentazione antropomorfizzata del destino dell'uomo equivarrebbe ad una
impossibile divinizzazione dell'uomo stesso, trasformatosi integralmente in
sostanza spinoziana o in Pensiero del Pensiero aristotelico. Una prospettiva
da abbandonare esplicitamente.
10. Nel titolo di questo saggio si parla di terza età del
capitalismo. Si tratta di una periodizzazione classica, che in questa forma
ho preso dal bel libro in lingua francese di Luc Boltanski ed Eva Chiapello.
La prima età del capitalismo, dalla fine del Settecento agli anni Trenta del
Novecento, è quella dell'impresa patrimoniale e familiare, del "borghese" e
del capitano d'industria alla Sombart. La seconda età del capitalismo, che
si sviluppa a partire dagli anni Trenta, è quella del compromesso fordista
in cui il proletariato rinuncia progressivamente alla critica sociale in
cambio di un flusso stabile e garantito di consumi e di servizi sociali che
ne possano propiziare l'accesso alla classe media. La terza età attuale del
capitalismo, caratterizzata da una enorme crescita di peso dei mercati
finanziari, vede alcune modificazioni radicali non solo in campo economico e
politico, ma anche culturale. Ed è appunto questo l'oggetto di questo
saggio.
11. Boltanski e Chiapello definiscono in modo corretto il capitalismo
come «un processo retto da una norma di accumulazione illimitata del
capitale». Ottima definizione. In altra sede ho fatto notare (e continuerò a
far notare) che questa norma di accumulazione illimitata è incompatibile con
la vecchia sapienza filosofica greca, fondata sul concetto di "limite" (peras),
per cui il limite stesso è la precondizione veritativa del fondamento e
della verità (logos). Incidentalmente, questa è la ragione per cui
non AMO che si definisca il processo di globalizzazione finanziaria e di
mondializzazione degli scambi come "occidentalizzazione del mondo". Il
principio della illimitatezza caotica della ricchezza è un principio
post-occidentale, non occidentale. È l'assassinio dei greci, nostri
maestri, non certamente l'estensione della visione del mondo dei g-reci
all'intero pianeta.
12. Boltanski e Chiapello distinguono due diversi tipi di critica
cultura!e al capitalismo, la critica artistica e la critica sociale. Questa
distinzione sarà il vero punto di partenza di questo mio saggio, la "terza
mossa d'apertura" di cui ho parlato. Boltanski e Chiapello ritengono che
l'unione, o quanto meno la convergenza e la sinergia di queste due critiche
abbiano in qualche modo caratterizzato, sia pure in modo diverso, le prime
due età del capitalismo, mentre il vero problema culturale di questa terza
età del capitalismo sta nel fatto che esse si sono trasformate ed
indebolite, fino ad assumere un'altra forma. Sono completamente d'accordo.
D'ora in poi, però, svilupperò autonomamente questa distinzione in modo del
tutto diverso dai due autori francesi cui ho fatto riferimento.
13. La critica sociale al capitalismo è vecchia più di due
secoli, si fonda sulle due categorie di eguaglianza e giustizia, e si basa
ovviamente sul rilevamento, empiricamente innegabile, della diseguaglianza,
della povertà ( e spesso di quella forma estrema di povertà che è la
miseria, materiale e morale) e soprattutto dell'insicurezza provocate dallo
sviluppo del modo di produzione capitalistico. La triplice domanda di
giustizia, eguaglianza e sicurezza ha ovviamente una "lunga durata" storica,
e non nasce certo solo due secoli fa. Per fare solo alcuni esempi, Thomas
Münzer nel 1525 e Babeuf nel 1796 simboleggiano questa triplice domanda
sociale e culturale, eppure non c'era ancora il modo di produzione
capitalistico.
La prima, ed a mio avviso principale, caratteristica della critica sociale
al capitalismo sta nel fatto che essa eredita elementi simbolici essenziali
delle critiche sociali ai diversi modi di produzione precapitalistici
(asiatico, antico-orientale, schiavistico, feudale, meso-americano, ecc.).
Si tratta di un punto sistematicamente trascurato dai marxisti ortodossi,
per cui il mondo inizia solo nel Settecento, e prima è solo una nebbiosa e
noiosa palude di arretratezza. Ma il mondo non inizia certo con Marx, e
questo vale non solo per i marxisti, ma soprattutto per gli antimarxisti.
Quasi tutte le grandi religioni (e ricordo Siddarta Gautama, poi detto il
Budda, Gesù di Nazareth, e lo stesso Maometto) hanno come punto di partenza
lo scandalo della miseria e della povertà. Sia per chi ci crede che per chi
non ci crede Dio non può essere disgiunto da un concetto pretemporale e
sovratemporale di giustizia, con cui gli esseri umani associati esorcizzano
e contestano ad un tempo (e segnalo di prestare molta attenzione a
questa unità dialettica di esorcizzazione e di contestazione, più
esattamente di esorcizzazione teorica e di contestazione pratica) i rapporti
sociali in cui vivono.
Nell'unità di giustizia, eguaglianza e sicurezza è la giustizia a mio
avviso il concetto fondamentale. Hanno dunque torto quei marxisti che, sia
pure in perfetta buona fede, sostengono che il marxismo non è una
teoria della giustizia, perché la distribuzione ineguale del plusvalore e la
sua stessa produzione non derivano da scelte distributive ingiuste, ma da
meccanismi del tutto indipendenti dall'etica. Se il marxismo vuole
sopravvivere deve diventare una teoria della giustizia, anche se a mio
avviso non in forma neocontrattualistica o neoutilitaristica. A differenza
di come pensava il "ribelle aristocratico" Nietzsche le domande di
eguaglianza e di sicurezza non sono affatto in conflitto con la giustizia,
ma ne sono anzi degli elementi di specificazione assolutamente organici. Del
resto, anche i bambini sanno che negli ultimi duecento anni non si è mai
divenuti rivoluzionari dopo aver compreso il meccanismo della teoria del
valore di Marx, ma sempre e solo per domanda di senso, richiesta di
prospettiva e reazione al1'ingiustizia, alla diseguaglianza ed alla
insicurezza.
14. A differenza di come pensano tutti i marxisti (e gli stessi Marx
ed Engels) ritengo che la sede sociale originaria di questa richiesta
di giustizia, matrice della critica sociale al capitalismo, non sia stata
la classe operaia ma la classe contadina. Esiste un pregiudizio storico
contro i contadini, visti come individualisti, superstiziosi, ignoranti,
sempre in bilico fra servile sottomissione e sanguinosa ma breve
ribellione, luogo della passività sociale e dell'egemonia dei preti. Più
correttamente rileva Gianfranco La Grassa: «L'accumulazione originaria del
capitale [...] non poteva avvenire a spese del solo ceto sociale degli
artigiani - con arricchimento di alcuni, diventati capitalisti, e fallimento
di altri che si trasformavano in operai -. ma richiedeva il trasferimento di
imponenti masse dall'agricoltura all'industria. I contadini possedevano una
reale complessiva cultura altra (pur se certo non in grado di
diventare dominante nella società tutta) rispetto alla borghesia
capitalistica nascente. Il loro trasferimento in un ambiente totalmente
diverso, la loro irregimentazione negli stabilimenti industriali, eccetera,
creava un violento contrasto sociale con la nuova classe dominante oltre
che un legame di solidarietà fra masse di individui in via di espropriazione
dei loro saperi, delle loro precedenti modalità di vita e di ambientazione,
dei loro usi e costumi, della loro cultura insomma».
Qui La Grassa a mio avviso coglie il centro della questione. E lo coglie
ancora di più quando fa ripetutamente notare che, mano a mano che i
contadini si trasformano in operai, non diventano affatto più
rivoluzionari, ma anzi si integrano sempre più nei meccanismi di
legittimazione e di consumo della società capitalistica stessa. Non si
tratta di negare l'assoluta pertinenza della teoria dello sfruttamento e
dell'estorsione di plusvalore assoluto e relativo di Marx. La Grassa non la
nega e tantomeno la nega chi scrive. Si tratta di capire che la spiegazione
del meccanismo dell'estorsione del plusvalore non spiega, e non può
spiegare, la reale dinamica della genesi e della formazione di una cultura
anticapitalistica alternativa. Qui "cultura" non significa ovviamente solo
educazione universalistica del genere umano (paideia, Bildung),
ma insieme complessivo ed organico di visioni del mondo, abitudini,
concezioni della vita, eccetera.
Il sindacalismo riformista ha sempre dovuto lottare contro il cosiddetto
"ribellismo operaio", e lo ha sempre sistematicamente collegato a una classe
operaia "arretrata", in cui l'arretratezza era sempre una allusione alla
recente provenienza contadina. Esso coglieva nel segno, assai più degli
apologeti dell'operaismo integrale o delle operose formichine addette alla
dimostrazione della corretta trasformazione marxiana dei valori in prezzi di
produzione.
15. Quanto ho detto nell'importante precedente paragrafo non esclude
ovviamente il fatto che è storicamente possibile parlare di "cultura
operaia" come cultura improntata alla materialità tecnica ed alla
solidarietà etica. Incidentalmente, faccio notare che durante un mio periodo
di studi in Germania ho fatto una breve esperienza di "condizione operaia".
Dopo il Sessantotto in Francia alcuni studenti ed intellettuali scelsero la
via del cosiddetto établissement, e cioè il lavoro in fabbrica.
Robert Linhart vi ha scritto un interessante libro (ma a suo tempo già
Simone Weil lo aveva fatto). Voglio qui ricordare un mio fraterno amico, il
medico lombardo Dino Invernizzi, mancato prematuramente nel 1992, che per
anni scelse di lavorare in fabbrica come operaio. Non mi spaccio certo per
esperto, ma so bene che esiste una cultura operaia della materialità e della
solidarietà, che considero anzi superiore a certe oscillazioni instabili
della piccola borghesia intellettuale accademicizzata o subalterna ai
media.
Fatta questa ovvia premessa, tutto questo non fa una cultura altra da
quella del capitalismo, come è invece possibile dire per la classe contadina
(o almeno per molte classi contadine). Su questo punto Antonio Gramsci a mio
avviso si è sbagliato, quando ha creduto che l'egemonia (indipendentemente
poi da altre questioni come il Moderno Principe o il Blocco
Storico) potesse espandersi nell'intera società a partire da un
"ordine nuovo" derivato dall'esperienza collettiva della produzione di
fabbrica. Si trattò, ovviamente, di una nobile illusione tipica dell'epoca,
e sarebbe sciocco oggi criticarla con lo sterile senno del poi. Non a caso,
l' "egemonia gramsciana" fu sempre e solo uno strumento ideologico di
mistificazione da parte di burocrazie politiche professionali pienamente
integrate nella cultura del capitalismo.
Vi sarebbero in questa sede molte cose da dire sulle ragioni strutturali per
cui non si è formato in passato un lavoratore collettivo cooperativo
associato, dal direttore di fabbrica all'ultimo manovale, di cui la classe
operaia avrebbe dovuto essere solo l'avanguardia politicamente e
sindacalmente organizzabile. Era questo (e non certo un generico
"proletariato") il vero soggetto rivoluzionario inter-modale ipotizzato da
Marx. Ma questo non è l'oggetto del presente saggio, e rimandiamo quindi ai
testi in cui è stato discusso nel dettaglio.
16. I rilievi storici e teorici fatti nei due precedenti paragrafi ci
dicono semplicemente che è normale e fisiologico, e non è dunque un
"tradimento", il fatto che nel passaggio dalla condizione contadina alla
condizione operaia i lavoratori diventino sempre progressivamente meno
rivoluzionari, e non più rivoluzionari. E non si dica, per favore,
che diventano meno ribelli, e diventando meno ribelli diventano
rivoluzionari più maturi. Questo è un sofisma che non può resistere a
qualsiasi esame storico comparativo svolto nell'arco di duecento anni.
Bisogna dunque respingere con forza le due pseudoteorie della cosiddetta
"aristocrazia operaia" e del presunto "imborghesimento". La teoria
dell'aristocrazia operaia, che sarebbe stata corrotta con dei sovraprofitti
imperialistici dovuti allo scambio ineguale dello sfruttamento coloniale, fu
come è noto avanzata da Lenin per spiegare l'integrazione politica e
culturale delle socialdemocrazie della II Internazionale. Vera o
falsa che sia, questa teoria non è una "integrazione" di Marx, ma è un
mutamento radicale di terreno rispetto alla concezione autentica di Marx,
che era quella della formazione del lavoratore collettivo cooperativo
associato. Esattamente come per la teoria gramsciana dell'egemonia, la
teoria leniniana delle aristocrazie operaie delle metropoli imperialistiche
ha la scusante di essere stata prodotta in un momento di ricerca e di
riflessione su fenomeni inediti. Chi pensa di non sbagliare mai, scagli la
prima pietra.
La teoria del cosiddetto "imborghesimento" della classe operaia non merita
invece tanta comprensione. Ho sempre trovato vergognoso che ci si lamenti
del fatto che gli operai vogliano comprare l'automobile, il frigorifero, la
lavatrice, il televisore, il videoregistratore, la casetta di cattivo gusto
con i nanetti sul prato, le vacanze organizzate, eccetera, anziché
adempiere al loro (presunto) compito storico di riempire fumose sezioni di
partito per organizzare rivoluzioni peraltro sempre dedotte
(illusoriamente) da un processo storico (presunto) necessario ed
inevitabile.
Sul cosiddetto "consumismo" tornerò nel prossimo § 24, dedicato al doppio
ruolo della circolazione autoveicolare e della televisione come fattori di
una specifica forma storica di "individualizzazione", e dunque non solo di
spreco o di scemenza sociale. Qui mi basta solo ricordare che è assurdo
sostenere (anche implicitamente, perché esplicitamente è impossibile farlo
senza cadere nel ridicolo) che tutti possono consumare, ma gli operai no. E
questo non certo per la nota argomentazione non solo keynesiana, per cui il
potere d'acquisto dei salari sostiene la crescita economica e la domanda
complessiva, ma per un fatto di etica elementare.
17. La progressiva perdita delle illusioni sulla centralità
rivoluzionaria anticapitalistica della classe operaia di fabbrica (illusioni
fin dall'inizio dovute alla mancata comprensione del passaggio storico dalla
condizione contadina a quella operaia "normale") ha oggi comportato un
visibile spostamento delle attese rivoluzionarie su di un nuovo soggetto
sociale complessivo, il "movimento dei movimenti" contro la globalizzazione
dell'economia capitalistica. Questo movimento, detto nel linguaggio dei
media movimento no-global, sembra per molti aspetti essere l'erede di
quello che negli anni Sessanta era chiamato "terzomondismo".
Non è così. Il cosiddetto "terzomondismo" era un elemento ideologico ancora
completamente interno al vecchio paradigma rivoluzionario marxista, e
recuperava interamente la teoria leniniana dell'imperialismo. L'attuale
movimento anti-globalizzazione, almeno nei suoi vertici mediaticamente
legittimati, è invece estraneo ed ostile alla teoria dell'imperialismo,
perché sogna una globalizzazione già avvenuta, in modo da avere un oggetto
da poter contestare globalmente, appunto. A mio avviso, il recente successo
delle tesi "imperiali" di Negri e Hardt è dovuto appunto a questo desiderio
di completamento, che è però solo un wishful thinking travestito da
analisi teorica. Si tratta di un "desiderio", impropriamente attribuito a
Spinoza anziché a Lacan e Deleuze, in cui appunto il desiderio fa da
legittimazione teorica.
Il movimento anti-globalizzazione trova la sua fondamentale legittimazione
culturale non solo nel senso di giustizia, che resta sempre il vero movente
originario, ma anche nella decostruzione del vecchio paradigma operaistico
marxista, ormai palesemente insostenibile. Che poi si tratti non tanto di
una "decostruzione" quanto di una "metamorfosi" è una mia radicata
convinzione, che considero però, ancora troppo prematura per essere
veramente compresa dai polloi (che propongo di tradurre sia come
"molti" che come "polli"). In ogni caso è interessante vedere come Che
Guevara, che al tempo del terzomondismo era una persona reale in carne e
sangue, sia oggi divenuto un logo, cioè appunto un simbolo
consumistico ed identitario criticato da molti no-global scopritori
dell'acqua calda.
18. La critica artistica al capitalismo, secondo la proposta
terminologica di Boltanski e Chiapello, non è soltanto quella dei pittori,
scultori, poeti, e scrittori, e neppure quella soltanto dei filosofi critici
della società borghese nelle sue varie fasi storiche. È anche quella di chi
ha scelto forme di vita contestatrici ed anticonformiste rispetto ai canoni
di vita "rispettabili" proposte appunto dallo stile sociale borghese.
Questa critica artistica vede il mondo borghese, e di conseguenza il
capitalismo concepito come suo prodotto necessario, come ad un tempo
alienato ed inautentico. Più esattamente, inautentico perché "alienato", in
quanto fondato sull'alienazione della vera essenza umana, che è creatrice e
"generica" (Gattungswesen), nella sola dimensione unilaterale dei
valori borghesi e della riproduzione capitalistica. Nel linguaggio di Erich
Fromm, l'Avere al posto dell'Essere. Nel linguaggio di Herbert
Marcuse, l'uomo ad una dimensione.
Questa distinzione fra le due critiche è benefica per entrambe, perché
garantisce l'autonomia e nello stesso tempo la collaborazione dei
lavoratori salariati e degli intellettuali critici. Nessuno dei due, in
nessun momento delle prime due età del capitalismo, ha mai il sopravvento
sull'altro, al di là della presunta unificazione fittizia nel cielo della
politica e dell'ideologia, più esattamente nella nebbia dei politici e degli
ideologi professionali.
I discorsi sulla alienazione e sulla inautenticità si nutrono di fonti
filosofiche serissime, che precedono tutte Marx ed il marxismo. Si tratta
delle promesse mancate e non mantenute del migliore Illuminismo e del
migliore Romanticismo, ed in più dell'elaborazione ulteriore della
cosiddetta "coscienza infelice" hegeliana, fonte primaria di ogni critica
non solo della religione, ma anche del capitalismo. Le forme di vita
anticonformiste prendono nell'Ottocento e nel primo Novecento l'aspetto
della cosiddetta bohéme, e nel secondo Novecento il titolo di beat
e di hippy. È questo un segno del passaggio dall'egemonia della
lingua francese a quello della lingua inglese. Il movimento operaio
organizzato sospetta di queste forme di vita anticonformistiche, e ne
condanna il carattere piccolo-borghese. Ma nell'essenziale l'alleanza non
viene mai spezzata completamente, e viene comunque ricomposta dopo ogni
crisi.
19. Le cosiddette "avanguardie storiche", non solo artistiche e
letterarie, ma anche filosofiche (anche se questo termine non è usato
abitualmente nel campo della filosofia), sono un esempio di questa critica
artistica al capitalismo, della sua strutturalità e della sua permanenza. Il
destino di tutte le avanguardie, ovviamente, è sempre quello o di morire nel
primo grande scontro con il nemico, o di essere superate dal grosso
dell'esercito, di riposarsi e di diventare così "retroguardie". In questo
non c'è nulla di strano, nessun tradimento, nessuna corruzione e nessuno
scandalo.
Tuttavia il carattere ambivalente delle avanguardie, ad un tempo protesta
ed anticipazione inconsapevole di tendenze storiche dominanti, sta proprio
nel fatto che esse sono certo scandalose nella prima età protoborghese del
capitalismo, diventano solo imbarazzanti ed inquietanti nella seconda età
borghese-matura del capitalismo stesso, ed infine finiscono con l'essere
fisiologiche ed organiche alla terza età del capitalismo, integralmente
post-borghese e post-proletaria, caratterizzata da nuovi ed inediti ceti
sociali, dalla classe media globale americanizzata al nuovo lavoro salariato
flessibile e precario. In questa terza età del capitalismo l'obsolescenza
rapida delle merci diventa programmata, la pubblicità diventa dominante, e
per usare la corretta definizione del situazionismo francese, "il valore
d'uso delle merci tende a zero e quello di scambio tende all'infinito". Ed
in questo clima di frenetico movimento l'avanguardismo diventa l'ultimo
stadio del conservatorismo. Un educato convegno di antichisti che parlano
sottovoce di seneca è infinitamente meno "conservatore" (dello spirito del
capitalismo, intendo) di quanto non lo sia un concerto rock dei centri sociali
con musica ad altissimo volume.
L'apologia avanguardistica del gesto diventa così l'anticamera del falso
anticonformismo della pernacchia televisiva. Il mercato dell'arte fagocita
tutto, e la critica artistica del capitalismo finisce simbolicamente il
giorno in cui un pittore italiano, di cui mi scuso di non ricordare il nome
e di non voler perdere tempo a cercarlo, riesce a vendere a buon prezzo un
suo barattolino che ha come etichetta "merda d'artista".
20. Il Sessantotto, il mitico Sessantotto (1968 e dintorni) è
certamente una data importante, anche se forse non epocale, nella storia
dell'integrazione della critica artistica al capitalismo. Il fatto che
molti attori sociali del Sessantotto lo abbiano soggettivamente vissuto come
l'anticamera di una rivoluzione comunista classica, edificando nel decennio
successivo organizzazioni politiche dotate di falsa coscienza ideologica di
tipo marxista, leninista, staliniano, bordighista, trotzkista, maoista ed
anarchico è certo interessante sul piano della ricostruzione del "vissuto",
ma lo è molto meno sul piano che qui ci interessa, che è quello di una
ricostruzione prospettica delle tendenze di fondo e di lunga durata
dell'epoca contemporanea.
Nell'ottima formulazione sintetica di Gilles Lipovetsky, «[...] il
Sessantotto è stato una rivoluzione senza finalità, senza programma, senza
vittime né traditori, senza cornice politica [...] un movimento lassista e
molle, la prima rivoluzione indifferente, 1a prova che non c'è motivo di
disperarsi nel deserto [...] in una società intimistica che misura tutto con
il metro della psicologia, l'esito post moderno della logica democratica
consiste essenzialmente nel compimento definitivo del secolare obbiettivo
delle società moderne, cioè il controllo totale della società e, per altro
verso, la liberazione crescente della sfera privata consegnata ormai al
self-service generalizzato».
Sono perfettamente d'accordo. Da un lato, controllo sociale che si vuole
totale. Dall'altro lato, ed in sinergia complementare, self-service
generalizzato negli stili di vita personali e di gruppo. Per capire questo
quasi tutto il marxismo politico tradizionale è inutile, e ci vogliono
soprattutto Alexis de Tocqueville e Christopher Lasch. Ma è interessante che
a conclusioni analoghe giunga anche il militante politico italiano Guido
Viale: «Con il Sessantotto il linguaggio si unifica, nasce il "sinistrese",
un misto di marxismo, di sociologia industriale, di contrattualismo
americano, di terminologia medica e psicanalitica. Ma viene parlato da
tutti. Scompaiono i dialetti, ma anche il linguaggio accademico e quello
letterario. Le condizioni per la scalata del Sessantotto al potere sono
poste. Il potere si riorganizza ed il controllo sociale viene restaurato
nelle forme, con gli strumenti e con il linguaggio forniti dal movimento:
nasce il consenso politico organizzato». Il Sessantotto è dunque una
importante tappa nella storia dell'affermarsi dell'individualismo subalterno
che assume in un primo momento adolescenziale di acne giovanile la forma di
un collettivismo politico esasperato. Un segreto. ma anche un segreto di
Pulcinella.
21. Dopo il Sessantotto, nel suo apparente momento di massimo
successo, il marxismo si frantuma in pezzi disorganici e non comunicanti,
costituiti dall'operaismo sindacalistico, dal femminismo differenzialista,
dall'ecologismo prima radicale e poi addomesticato dal ceto politico, dal
pacifismo generico, dal giornalismo progressista "sinistrese" politicamente
corretto, ed infine dall'incorporazione dei linguaggi universitari, in cui
non c'è alcuna comunicazione fra il dialetto storico, quello filosofico,
quello economico, quello sociologico, quello psicologico, quello
politologico, eccetera. Questa esplosione della critica marxista è
ovviamente preliminare e complementare alla implosione del sistema culturale
complessivo del capitalismo di cui parlerò fra poco nel § 23, che è la
chiave teorica di questo intero saggio e ne giustifica il titolo.
In questa terza età del capitalismo, l'incorporazione universitaria (e poi
giornalistica nella forma dell' "opinionismo autorevole") della critica
sociale assume caratteri quasi totalitari. Ci fu un tempo in cui Rosseau,
Marx, Engels, Gramsci, ecc., non erano professori universitari e neppure
cercarono di diventarlo. Oggi questo "dilettantismo" non è più consentito.
In questo rilievo non intendo affatto riprendere la vecchia polemica contro
la cultura universitaria inaugurata da Schopenhauer. In giusti e moderati
limiti, io sono un fruitore della cultura universitaria. Ma qui noto un
fatto storico e sociale, non un oggetto di facile polemica. L'incorporazione
universitaria della critica sociale (ed artistica) al capitalismo ne
rappresenta anche in modo evidente la neutralizzazione. Adorno aveva ancora
un piede dentro ed uno fuori dall'Università, ma il suo allievo Habermas
ormai né è solidamente dentro con entrambi i piedi. Che questo non c'entri
nulla con il contenuto del pensiero lo lasciamo a coloro che credono che il
6 gennaio il carbone per i bambini lo porti una vecchietta chiamata Befana.
22. Possiamo qui fare una breve pausa, tirare le conclusioni del
discorso iniziato nel § 12, in cui ho proposto la distinzione di Boltanski
e Chiapello sulle critiche sociali ed artistiche al capitalismo. In questa
recente terza età del capitalismo si sono entrambe indebolite ed
hanno entrambe subìto un progressivo e graduale processo di integrazione e
di neutralizzazione. Il loro spostamento fuori dal sistema capitalistico
vero e proprio inteso in senso "metropolitano" (terzomondismo, movimento
anti-globalizzazione, ecc.) è certo giustificato sul piano morale, ma sul
piano pratico non fa che evidenziare il successo dell'integrazione, o almeno
della neutralizzazione. È necessario partire da questa presa d'atto,
ammesso che sia esatta (come io credo), per poter avanzare una diagnosi
realmente credibile sulla natura profonda dell'attuale crisi culturale del
capitalismo. Ed è quello che farò nel prossimo importante paragrafo.
23. L'indebolimento, la metabolizzazione, la neutralizzazione e
l'incorporazione dei due tipi di critica precedente, sociale ed artistica,
basate sulla convergente denuncia dell'ingiustizia e dell'inautenticità
della vita nel capitalismo borghese, hanno portato egualmente ad una
crisi culturale del potere in questa terza età del capitalismo stesso.
Questa crisi culturale è una crisi implosiva, nel senso che la
vittoria temporanea conseguita contro i suoi precedenti critici è stata
talmente grande da essere anche eccessiva. In che senso diciamo che è stata
eccessiva? Nel senso che essa non si è limitata a dominare il senso e la
prospettiva dei suoi critici, ma li ha praticamente annientati, al punto da
far sparire non solo il senso e la prospettiva "critici", ma il senso e la
prospettiva in quanto tali. Di una vittoria di questo tipo si può anche
morire.
Un cabaret culturale fatuo può anche continuare a dire che Dio è
morto, Marx è morto, il senso è morto, la prospettiva storica è morta e ciò
nonostante non siamo mai stati tanto bene, AIDS e Bin Laden permettendo. È
possibile concentrare nei mercati un gigantesco ammasso di merci e di
servizi, ed è anche possibile (anche se molto più difficile) aumentare
gradatamente il numero dei potenziali clienti solvibili, ma è impossibile
sostenere che tutto questo è senso e prospettiva a sé stesso.
I discorsi sul "virile disincanto" del mondo prodotto dalla scienza possono
soddisfare qualche laico deluso dal suo precedente marxismo
messianico-economicistico, ma sono costretti a coesistere con gli anziani
pellegrini di Padre Pio da Pietrelcina con i loro piedi gonfi e le loro
immagini sacre. Si possono marginalizzare i critici, definendoli in lingua
inglese lunatic fringes (frange folli), etichettare chi si
oppone alle guerre ed ai bombardamenti "pacifisti ideologici" (come se gli
altri non fossero guerrafondai anch'essi ideologici), insultare chi si
oppone ad un unico impero mondiale unilaterale come "antiamericano"
(facendo così diventare anti-americani milioni di americani critici e
sensibili), ecc. Ma in definitiva questo interminabile cacofonico bla-bla
mediatico non può riempire l'assordante vuoto del senso e della
prospettiva.
Ora, l'uomo per sua natura è un animale lavorativo, linguistico e
simbolico, e dunque un animale "generico" che vive di senso e prospettiva.
Possiamo chiamare questo natura umana, oppure anche "anima umana", secondo
una prospettiva aperta dal venerando pensiero di Platone e recentemente
riproposta con grande coraggio linguistico e teorico dal giovane studioso
italiano Luca Grecchi. In ogni caso, comunque vogliamo chiamare questo
fondamento veritativo dell'esistenza individuale e sociale, appare chiaro
che 1'implosione integrale del senso e della prospettiva configurano non
solo una crisi, come è evidente, ma una crisi specifica e
relativamente inedita, che è necessario prima inquadrare sommariamente
nei suoi tratti essenziali, e poi cominciare a discutere in dettaglio. Nei
prossimi paragrafi mi limiterò ad alcune osservazioni introduttive per una
discussione ancora da fare.
24. Inizierò con alcune osservazioni di superficie su alcuni fenomeni
molto noti ma anche poco compresi come il tifo sportivo, la pornografia, la
circolazione autoveicolare ipertrofica ed asfissiante, ed infine la
televisione e la sua centralità comunicativa, o meglio escludente. Si
tratta di quattro fenomeni ben noti, ma come dice giustamente Hegel, il
noto in quanto noto non è ancora conosciuto. Per poter portare la
comprensione di questi quattro fenomeni sociali al livello della conoscenza
teorica occorre abbandonare ogni visione moralistica, snobistica ed
elitaria di questi fenomeni, per comprendere che si tratta di quattro
fenomeni di individualizzazione artificiale, e pertanto di
socializzazione adattativa, del suddito-consumatore di questa nuova
terza età del capitalismo.
Il tifo sportivo è spesso visto con disprezzo dalle cosiddette "persone
colte". Vi sono anche persone di cultura, come lo scrittore inglese Tim
Parks, tifoso degli "ultra" del Verona, che invece ne rivalutano gli aspetti
ludici e comunitari. lo sono totalmente privo di snobismo, la gente comune
non mi fa per niente schifo, e tendo dunque a prendere sul serio Tim Parks.
Ma Tim Parks, ed i molti come lui, parlano anche di calcio, non
solo di calcio. C'è una sottile differenza, che non dovrebbe sfuggire
neppure a Parks. Quando lo spettacolo sportivo satura ogni comunicazione
mediatici, le squadre vengono quotate in borsa, l'ossessiva chiacchiera
calcistica ed automobilistica sostituisce nei bar il precedente "parlare di
donne" (forse a causa di una diminuzione del desiderio dovuto
all'inquinamento atmosferico), ecc., non siamo più di fronte ad un fenomeno
sportivo, ma ad una sostituzione della virtualità alla precedente sportività
stessa. È bene ribadire che non intendo affatto sostenere che i nuovi
tifosi vengono "distratti" dai loro veri interessi sociali o dalla
organizzazione della prossima rivoluzione proletaria. Questo modo
inattendibile di vedere le cose era tipico dell'ideologia di sinistra, per
cui già nell'antica Roma i giochi dei gladiatori e più in generale i
circenses avevano il compito di distrarre le masse dalla lotta contro il
modo di produzione schiavistico. In realtà, come ha a suo tempo chiarito lo
storico francese Paul Vevne, i circenses non avevano lo scopo di
"distrarre" le masse da una improbabile rivoluzione, che in forma cristiana
avvenne poi comunque, ma di affermare simbolicamente il potere senatorio o
imperiale, e poi esclusivamente imperiale. Del resto questo avviene anche
oggi, da Agnelli a Berlusconi. Il discorso sportivo socializza in modo
artificiale, contrapponendo agonisticamente tifosi socialmente del tutto
omogenei, ed in questo modo individualizza in modo adattativo queste stesse
persone che vengono teatralmente fatte scannare per Totti e Ronaldo.
La pornografia è anch'essa un fenomeno per molti aspetti nuovo ed inedito, e
sbaglia chi parla soltanto del mestiere più antico del mondo, o fa notare
che l'eccitazione erotica per gli organi sessuali fa parte del corredo
biologico della riproduzione umana. Non intendo discutere Charles Darwin, di
cui sono ovviamente ammiratore. A suo tempo Herbert Marcuse colse una parte
del problema, quando scrisse che una bomba è molto più pornografica del pelo
del pube di una donna. Infatti è esattamente così. Ma Marcuse non coglieva
integralmente il centro della questione, perché riteneva liberatorio il
disvelamento non-repressivo degli ultimi organi sessuali non ancora
consentiti dal moralismo borghese. È vero che lo spettacolo più
pornografico è quello della violenza organizzata. Personalmente, non ricordo
uno spettacolo televisivo più pornografico di quello messo in onda ogni
giorno, e parecchie volte al giorno, della partenza dei bombardieri della
NATO da Aviano fra il marzo ed il maggio del 1999, direzione Belgrado. La
domenica ondate di pornografi socialmente approvati invadevano con le loro
automobili i dintorni degli aeroporti militari. Eppure nell'odierna
pornografia, venduta in busta chiusa ed in videocassetta, e soprattutto
dilagante in Internet, c'è qualcosa di specifico, e cioè la derealizzazione
della stessa materialità del corpo umano, del contatto fisico e della
conseguente affettività che ne deriva (perché nessuno negherà che contatto
fisico ed affettività spirituale sono legati), in vista di una virtualità
integrale. La masturbazione non è più dunque un momento iniziatico
giovanile, ma la modalità adulta normale con cui la sessualità è proposta e
praticata nella terza età del capitalismo.
Contro la circolazione autoveicolare è stato scritto molto, non solo per le
conseguenze devastanti sull'inquinamento ambientale e sulla salute umana, ma
anche per la desocializzazione che un inutile uso eccessivamente
individuale dell'auto comporta. Sarebbe sbagliato negare che l'auto è stata
e può ancora essere un formidabile momento di libertà e di avventura. Chi
scrive fa parte della generazione che negli anni Sessanta scoprì l'Europa
in autostop, ed io personalmente mi onoro di far parte del ristretto club di
chi è andato in autostop fino a Capo Nord in Norvegia (luglio 1963). Non mi
piace sputare nel piatto in cui ho mangiato. E tuttavia la circolazione
autoveicolare, inferno fordista per i produttori e paradiso turistico per i
consumatori, ha imboccato la strada senza ritorno di un modello di vita non
più sostenibile. È stato notato che se la circolazione autoveicolare oggi
presente negli USA, in Europa, in Giappone e in Australia, fosse estesa al
resto del mondo, gli equilibri ambientali salterebbero definitivamente. Le
città storicamente non fatte per le auto (ed io cito solo alcuni casi che
conosco personalmente, Napoli, Il Cairo, Istambul, Atene) sono già state di
fatto uccise dalle auto stesse. Ma ancora una volta l'aspetto culturale che
ci interessa sta in ciò, che l'individuo viene socializzato in modo ormai
del tutto artificiale, come guidatore inscatolato nel traffico in perpetua
oscillazione fra la rassegnazione e la rabbia, ed anche come supremo giudice
non solo della sua vita ma anche di quella altrui sulla base delle sue
sovrane scelte di comportamento e di velocità.
Fatte queste ovvie ed un po' banali premesse, è chiaro che la televisione
resta a tutti gli effetti lo strumento più noto e meno conosciuto del tempo
presente. Jean Baudrillard ha avuto il merito di rilevare il carattere
dirompente e passivizzante di questo mezzo rispetto soprattutto alla guerra
e alla violenza, ridotte a simulazioni da video gioco ed a luci di tracciati
nella notte, senza il contorno di sudore, di sangue e di distruzione. Come
molti francesi della rive gauche, egli si compiace narcisisticamente
dei suoi paradossi, ma finisce con il cogliere l'aspetto principale della
questione. Un aspetto che a mio avviso non è colto molto bene da Popper,
altro grande nemico della televisione, che finisce per fare un'eccezione
nella sua ostilità al dirigismo per la televisione stessa, in cui sembra
che auspichi un intervento di filosofi-re platonici per limitare
1'onnipervasività diseducativa di questa scatola di scemenze.
Un'interessantissima contraddizione.
Ma è forse Pierre Bourdieu che coglie meglio a mio avviso il centro della
questione. Nella produzione televisiva della comunicazione il mezzo
determina il contenuto del messaggio, scegliendo sistematicamente gli
aspetti più superficiali ma anche più "visivi", e dunque impressionanti,
dell'evento riprodotto. In questo modo, ad esempio, la CNN americana, che è
lo strumento televisivo dell'impero, sceglie di rappresentare le "atrocità"
che poi serviranno da legittimazione pubblica alla risposta dei bombardieri
americani. Tutto questo è rivestito da un'aura di presunta imparzialità ed
autenticità che sembra non nascondere niente mentre nasconde tutto, dagli
interessi economici in gioco ai precedenti storici. Lo voglia o meno, il
giornalista televisivo è al servizio di questo meccanismo di eccezionalità
visiva, che gira sempre intorno a tre forme archetipiche di spettacolo, lo
spettacolo sportivo, lo spettacolo porno e lo spettacolo di morte in
diretta.
25. Nel paragrafo precedente ho fatto una breve fenomenologia di
quattro fenomeni sociali contemporanei. Questa fenomenologia è
indubbiamente povera ed un po' banale, ma il suo scopo era esclusivamente
quello di mettere a fuoco il processo sinergico di individualizzazione e di
socializzazione del suddito della terza età del capitalismo come cittadino
dimezzato di una nuova "folla solitaria". Utilizzando la classica
espressione di David Riesman di "folla solitaria" intendo ricordare che non
si ha qui più a che fare con il "popolo", l'espressione moderna che indica
la base sociale ed elettorale di una "democrazia partecipativa". La folla
solitaria non è il popolo. Il popolo produce programmi politici
alternativi, li discute e ne fa oggetto di negoziazione razionale. La folla
solitaria è oggetto di strategie prevalentemente televisive di seduzione
personalizzata di leaders mediatici, i cui programmi politici sono al
95% identici in quanto preventivamente compatibilizzati con i vincoli
economici e finanziari transnazionali. Solo alla luce di questa comprensione
storico-politica è possibile impostare problemi come quelli del discorso
sportivo, della pornografia e del sesso virtuale, della circolazione
autoveicolare patologica e della manipolazione televisiva.
Toccherò in questo paragrafo altri tre problemi, quello della cosiddetta
anomia giovanile, quello della famiglia e quello della scuola. Enormi
problemi, che però toccherò solo nell'ottica dell'ipotesi della
individualizzazione adattiva precedentemente avanzata.
Recentemente vi è tutto un fiorire nel mondo (e quindi anche in Italia) di
discorsi sulla cosiddetta "afasia giovanile", sui giovani culturalmente
fallati, sull'impoverimento del linguaggio giovanile ridotto a messaggio
SMS, sulla diminuzione delle capacità di ragionamento e scrittura, sulla
malvagità della "violenza di branco", eccetera. Insegnanti, psicologi,
teologi, mamme preoccupate, politici ipocriti e distratti, eccetera, tutti
si esercitano su questo tema. Alcuni giovani reagiscono con vivacità a
queste diagnosi di rincretinimento, ma la maggioranza non se ne accorge
neppure.
Tentiamo un ragionamento. Personalmente, non credo che i giovani oggi siano
moralmente più cattivi ed intellettualmente più cretini di noi o dei nostri
padri e nonni. Queste diagnosi ricorrenti, già sicuramente espresse in
sumerico, antico egizio e miceneo, sono generate da un'ideologia spontanea
della prima senilità (50-70 anni), che in questo modo reagisce
fisiologicamente allo spaesamento temporale dei costumi. La seconda
senilità è in generale più tollerante, ma non perché invecchiando si diventi
più buoni, ma perché con l'approssimarsi della morte si ha altro a cui
pensare e non si ha più voglia di perdere tempo sparando sugli adolescenti
indifferenti. In ogni caso, bisogna dire che al di là della vecchia
ideologia spontanea della prima senilità si è oggi effettivamente in
presenza di una novità storica da sottolineare.
Se è vero che 1'implosione del senso e della prospettiva caratterizza
l'attuale terza età del capitalismo, che non solo ha vinto contro le due
critiche sociale ed artistica, ma ha stravinto e dunque vinto troppo, allora
i giovani sono le prime vittime. I giovani infatti vivono di senso e di
prospettiva. Questo fu detto molto bene dai romantici, e da Fichte in
particolare. La trasformazione dei giovani in un gruppo consumistico
generazionale è effettivamente una preoccupante novità storica. Se gli
insegnanti notano nel mondo intero una caduta delle capacità logiche degli
studenti, questo è dovuto al fatto che ormai il general intellect
capitalistico ha raggiunto un tale livello di incorporazione anonima di
conoscenze da avere sempre meno bisogno di una famiglia in cui si parli e di
una scuola in cui si ragioni. La questione giovanile è dunque storica e
filosofica, non psicologica e pedagogica. I giovani devono tornare ad avere
senso e prospettiva. Allora, si vede subito che recuperano d'incanto
capacità logiche, espressive ed emozionali.
La tendenza della famiglia a ridursi ad un "centro di consumo" di merci e
servizi non è certo nuova. La demenziale ideologia futuristica della
cosiddetta "sinistra" ha sempre sparato sulla famiglia, ed ancora una volta
la convinzione di essere anti-borghesi ed emancipati ha solo accompagnato
una tendenza del capitalismo nel suo passaggio dalla sua seconda alla sua
terza età. La borghesia colta, la cultura contadina e le religioni
organizzate sono state sempre meno stupide, anche se come si suol dire "ci
vuole proprio poco". I centri di consumo prima implodono nell' anomia
a causa della insensatezza, e poi esplodono in frammenti sulla base della
fine della comunicazione sensata fra le tre generazioni (giovani, adulti ed
anziani). In un'epoca di rapidissima trasformazione tecnologica gli anziani
non hanno più competenze da trasferire ai giovani (computers, ecc.).
Diventano inutili, ed il loro patetico brontolio non riesce a vincere il
clima di disattenzione in cui vivono. Mamme trafelate passano la giornata ad
accompagnare rampolli e rampolle a lezione di inglese, danza, flauto dolce,
ecc., ma questo non fa cultura ma solo presenzialità ansiogena. Il deserto
familiare è provvisoriamente coperto da tate e badanti messicane negli USA e
moldave in Europa, ma questo non fa senso e prospettiva. La famiglia
borghese, che a suo tempo Hegel correttamente ed intelligentemente
metteva alla base della "eticità" viene liquidata dal capitalismo stesso, e
non certo dai fumatori strafatti di canne e di paglie.
Il sistema scolastico si trova di conseguenza nel centro di un tifone, e
cioè nella crisi più grande dal tempo in cui ne è nata la versione moderna,
fra il Settecento e l'Ottocento. Non si tratta solo di alcune stupidità
assolutamente congiunturali ed alla moda oggi, come l'annientamento
dell'educazione classica, l'odio provinciale e regressivo per la lingua
francese in favore di un inglese da portieri d'albergo, l'indebolimento
della stessa matematica in favore di una semplice alfabetizzazione
informatica, ecc. Queste sono disgrazie come le invasioni delle cavallette,
cui si può forse resistere. Più pericolosa e decisiva, a mio avviso (e parlo
da competente sulla questione scolastica) è la scelta strategica dei quiz
nel sistema di esami e controlli. Il sistema dei quiz, che a mio
avviso merita solo di essere fatto saltare con una resistenza ad oltranza, è
concepito per distruggere la lunga consuetudine al ragionamento logico ed
ancor più al dialogo su cui si basa da più di due millenni la
tradizione occidentale. Dialogo significa etimologicamente in greco
dia-logos, il fatto cioè che la ragione passa attraverso due
interlocutori almeno, ed in questo modo si incrementa e si modifica. La
fine della scuola del dialogo è la fine della scuola così come l'abbiamo
conosciuta, e questo al di là di tutti i discorsi secondari sull'asse
umanistico e/o sull'asse scientifico, eccetera.
26. La rapida fenomenologia svolta nei due precedenti paragrafi
intende suggerire al lettore che ci troviamo ormai in un paesaggio
culturale nuovo. Le vecchie mappe non servono più. Un terremoto ha cambiato
il corso dei fiumi ed ha spianato alcune montagne. I ghiacciai si stanno
sciogliendo. Questo lo stanno cominciando a capire in molti.
Fra questi molti non ci sono però i "marxisti", o almeno la maggioranza di
essi. 1 più conservatori, numerosi fra i militanti di base e gli animatori
dei gruppetti fondamentalisti, sono fermi alla prima età del capitalismo. I
più vivaci ed aggiornati sono giunti confusamente a capire che c'è una
seconda età del capitalismo, e sono pertanto in ritardo solo di mezzo
secolo, e non di un secolo intero. Bravi, mi compiaccio. Mi compiacerei
però ancora di più se qualcuno prendesse atto che ormai siamo giunti ala
terza età, non solo alla seconda. Ma questo presupporrebbe una rivoluzione
culturale gigantesca. Io conosco abbastanza bene il mondo culturale dei
cosiddetti "marxisti". Nessuna illusione. Non sono preparati a fare questa
rivoluzione culturale. Giocano a fare i progressisti contro i conservatori,
e non capiscono che il capitalismo della terza età non intende conservare
più niente. Giocano a fare gli atei contro i credenti, e non capiscono che
la religione non è più un'ideologia di legittimazione di questo capitalismo
maturo, ma lo è stata solo in epoche passate da tempo. Giocano a fare i
"sinistri" contro i "destri", e non capiscono che questa dicotomia obsoleta
è rimasta solo una sorta di protesi elettorale artificiale da reintrodurre
durante gli scontri simulati delle campagne mediatiche. Giocano a fare i
"materialisti" contro gli "idealisti", senza neppure sospettare che questa
dicotomia fu introdotta da Engels nel lontano 1878 sulla base delle
classificazioni dei professori positivisti tedeschi, barbuti borghesi che
più barbuti proprio non si può. Giocano alle figurine ed alle biglie in
un'epoca di videogiochi, e questo non sarebbe neppure sbagliato, se non
credessero di essere alla cosiddetta "avanguardia".
Questa impotenza è tragicomica. Alla base, naturalmente, c'è sempre lo
smarrimento del senso e della prospettiva. A suo tempo (esattamente nel
1956) il grande Lukàcs individuò nella "prospettiva", cioè nella
prospettiva storica credibile, l'elemento fondamentale e primario del
marxismo teorico e del comunismo politico. Se mi si consente un semplice
gioco di parole, un movimento senza prospettiva non l,a prospettiva. E
questo è proprio il caso del movimento comunista oggi.
Lo smarrimento del senso è legato al disprezzo tradizionale del marxismo
verso una concezione conoscitiva e veritativa della filosofia. Alla lunga
l'overdose di ideologia annienta l'organismo. L'alleanza fra dirigenti
cinici e disincantati e militanti credenti ma creduloni ha distrutto per ora
ogni tessuto vitale. Ma la situazione non è forse irreversibile, anche se
tutto è nelle mani di una possibile nuova generazione che sappia disfarsi
dell'orribile ciarpame teorico e pratico accumulato nell'ultimo mezzo
secolo. Essa deve credere nella filosofia, non smettere di praticare la
scienza, ridurre l'ideologia al minimo possibile (non credo nella sua
eliminazione integrale, e neppure la auspico), aprirsi agli altri e non
credersi autosufficienti.
27. L'implosione del senso e della prospettiva frutto dell'eccessiva
e smodata vittoria del capitalismo della terza età sui suoi deboli nemici,
si accompagna oggi ad una nuova idolatrica religione imperiale. Essa
è compendiata nella stesura del documento sulla Strategia nazionale di
sicurezza degli USA, presentata a Washington il 20 settembre 2002, e
dichiara testualmente: «L'umanità ha nelle sue mani l'occasione di
assicurare il trionfo della libertà sui suoi nemici. Gli Stati Uniti sono
fieri della responsabilità che incombe loro di condurre a termine questa
importante missione». Questa missione, ovviamente, nessuno gliela ha
affidata. Se la sono affidata da soli. Questa è la mossa imperiale per
eccellenza. In questa neolingua profetizzata da Orwell nel 1948 non
ci può essere conflitto fra la comunità internazionale e gli USA perché gli
USA si sono autodefiniti "comunità internazionale". Il "terrorismo" è ciò
che viene fatto contro di loro, mentre ciò che viene fatto da loro (e dai
loro servi-padroni sionisti) non è terrorismo, ma legalità internazionale.
Gli ultimi scritti di Noam Chomsky sono tutti dedicati a questa "neolingua"
scandalosa e orribile.
La legalità internazionale si manifesta nella forma della guerra umanitaria
per liberare i popoli dai dittatori che li opprimono. Diamo la parola a Gian
Enrico Rusconi, che ha cercato di definirla: «La logica delle guerre
umanitarie del nuovo interventismo unilaterale si basa su quattro elementi:
a) la prova di gravi crimini, in forma di massacri indiscriminati, di
genocidi effettivi o anche solo potenziali; b) questa prova, affidata al
sistema mediatico internazionale, colpisce la pretesa di insindacabile
sovranità dello stato interessato...; c) il soggetto internazionale deputato
ad intervenire in prima istanza è l'ONU, ma in caso di paralisi o lentezza
di riflessi dell'ONU si fa valere un'informale comunità internazionale,
costituita di fatto dalle grandi nazioni occidentali che si candidano
all'intervento umanitario armato; d) lo scopo finale dichiarato
dell'intervento è la ricostruzione di un ambiente ... pacificato, in forme
democratiche possibilmente di stampo occidentale».
Il pensiero imperiale è un pensiero fondato su una logica circolare,
in quanto parte da se stesso e finisce con se stesso. La prova (evidente)
del comportamento non-umanitario è data dal sistema mediatico
internazionale (CNN, ecc.), che mette in movimento l'informale comunità
internazionale (da cui sono escluse India, Cina, Africa, mondo arabo,
Russia, ecc., in base al principio orwelliano per cui sono tutti
internazionali, ma alcuni sono più internazionali degli altri). Questa
informale comunità internazionale ristabilisce se stessa allargata.
Tutto questo è semplicemente ripugnante per ipocrisia e violenza.
L'universalismo non è più un progressivo processo dialogico, ma una
proclamazione preventiva in cui ci si autoinveste di una Missione
Speciale la cui investitura è quella di un Dio sionista-protestante che
per definizione esclude non solo i musulmani ed i buddisti, ma anche i
cattolici e gli ortodossi. In sintesi, possiamo dire che il nucleo
dell'attuale crisi culturale del capitalismo globalizzato della terza età
sta in una implosione del senso e della prospettiva coperta da una
idolatrica religione imperiale. È difficile frenare il disgusto scrivendo
queste righe.
28. La resistenza alla religione imperiale della
Missione Speciale diventa quindi oggi la premessa per ogni azione
culturale dotata di senso e di prospettiva. Questa resistenza non
può essere evitata, ed è un dovere dell'ora presente.
Essa verrà certamente diffamata come anti-americanismo. Naturalmente non lo
per nulla. La resistenza si esercita contro la religione
imperiale della Missione Speciale, non contro l'Americo, il
popolo americano nel suo insieme e la cultura americana come tale. Se si è
contro Franco non per questo si è anti-spagnoli, se si è contro il sionismo
non per questo si è anti-semiti, se si è contro Stalin non per questo si è
anti-russi (o anti-georgiani), se si è contro Mussolini non per questo si è
anti-italiani. È quasi ridicolo dover ricordare queste banalità, ma ci
troviamo oggi in una tale situazione di barbarie e di manipolazione da dover
ricordare continuamente anche elementari ovvietà.
È invece necessario rilevare (e faccio qui riferimento a temi anticipati nel
§ 17) che la teoria dominante nel movimento anti-globalizzazione non è in
grado di comprendere i termini del problema. Come ha recentemente rilevato
in un lucidissimo contributo Danilo Zolo, il movimento detto no-global
ritiene che la globalizzazione capitalistica sia escludente, cioè escluda
politicamente ed economicamente i popoli e gli stati, laddove al contrario
secondo Zolo (ed io concordo pienamente) essa non è affatto escludente, ma
è includente. Essa "include", ovviamente in forma subalterna e con grandi
differenziali di ricchezza e tecnologia, il più possibile di popoli e di
stati, distruggendo le identità nazionali e le sovranità statuali. Bisogna
dunque favorire l'esclusione, nella forma della secessione politica,
economica e culturale, non chiedere pietosamente l'inclusione. Bisogna
favorire alleanze, federazioni, confederazioni, ecc., di stati, popoli e
nazioni che siano disposti a resistere all'impero della Missione Speciale,
non chiedere in modo querulo di esservi "inclusi".
È questo un punto essenziale, e nello stesso un punto talmente decisivo da
poter essere sicuri che le soverchianti forze della "sinistra
istituzionale", dominanti negli apparati politici, partitici e mediatici
anche e soprattutto nelle aree chiamate di "movimento", faranno
di tutto per cancellare, confondere ed impedire. È vero che la cultura resta
nell'essenziale paideia, educazione universalistica del genere umano,
ma se non si ha anche il coraggio di passare attraverso il purgatorio della
resistenza politica all'arroganza imperiale non si arriverà mai a nessun
universalismo, ed il discorso resterà astratto e vuoto.
29. Segnalando la necessità imprescindibile di resistere alla cultura
imperiale della Missione Speciale si è solo posta una
precondizione, ma non si è neppure lontanamente impostato il problema di una
cultura alternativa alla implosione del senso e della prospettiva concepita
come meccanismo di individualizzazione e di socializzazione adattativa.
Resistenza significa solo anti, ed ogni cultura costruita solo
negativamente sull' "anti" (anticapitalismo, antifascismo,
anticomunismo, ecc.) è per definizione insufficiente. Un "anti" (e si pensi
solo al cosiddetto ateismo) è sempre prigioniero della problematica cui si
oppone, ed è perciò destinato a girare in tondo dentro la circonferenza che
lo tiene sotto controllo.
Dopo e con la resistenza ci vuole ovviamente una cultura, intesa come
educazione progressivamente universalistica del genere umano (paideia,
Bildung). In proposito, chi definisce formalisticamente
l'universalismo in modo di fatto procedurale (ad esempio Habermas, ma non
solo) non avrà mai nessun universalismo, ma solo 1'ipostatizzazione in falsa
coscienza delle regole di produzione della propria limitata cultura
particolare. La "civile conversazione" di Richard Rorty ne è un esempio,
perché si universalizza solo lo stile comunicativo dei campus
americani. Nessuna universalizzazione potrà mai avvenire se non si parte dal
diritto imprescindibile delle comunità e delle nazioni di preservare la
loro identità linguistica e culturale contro i progetti di omogeneizzazione
imperiale globalizzata. Questo non solo non è in opposizione
all'universalismo, ma ne è un presupposto.
30. Finiamo qui, dove il discorso in realtà incomincia. Ma non
avrebbe senso cercare di dire qui qualcosa di più, e cioè "riempire" i
contenuti di questa possibile nuova cultura di educazione universalistica
del genere umano nella inedita condizione storica, politica e militare di
riduzione dello stesso genere umano a "platea di consumatori". Sarebbe
facile riempire pagine con la segnalazione dei contenuti storicamente
prodotti dalla paideia greca e dalla Bildung tedesca. Platone
ed Aristotele, Kant e Hegel, eccetera, sono a disposizione di tutti. Il
novum che verrà fuori nei prossimi decenni non può essere prefigurato e
previsto. In questo contributo ho cercato non certo di prefigurarlo e di
prevederlo (cosa impossibile) ma solo di inquadrarne sommariamente le
condizioni storiche di possibile emersione. Il resto è chiuso da sette
sigilli.
Costanzo Preve
NOTA BIBLIOGRAFICA
Il principale testo di
riferimento di questo mio saggio (tre età del capitalismo, critica sociale
ed artistica, ecc.) è L. Boltanski-E. Chiapello, Le nouvel ésprit du
capitalisme, Gallimard, Paris, 1999.
Sulla distinzione fra Borghesia e Capitalismo (§ 3) vedi il mio La
passione durevole, Vangelista, Milano, 1989. Sul concetto di educazione
filosofica come educazione universalistica del genere umano (§§ 4 e 29) vedi
il mio L'educazione filosofica, Editrice CRT, Pistoia, 2000.
Sulle crisi capitalistiche (§ 6) vedi G. La Grassa, La tela di Penelope,
Editrice CRT, Pistoia, 1999. Sulla crisi politica della prima repubblica in
Italia (§ 7) vedi G. La Grassa-C. Preve, Il teatro dell'assurdo,
Punto Rosso, Milano, 1995.
Sul concetto di civiltà post-occidentale (e non invece occidentale, come
sempre si dice) si veda D. Fennel, The Postwestern Condition, Minerva
Press, London 1999 (§ 2).
Sul Sessantotto (§ 20) si veda G. Lipovetsky, L'era del vuoto, Luni,
Milano, 1995 e G. Viale, Il Sessantotto, Mazzotta, Milano, 1978, pp.
256-270. Sull'incorporazione universitaria della critica ($ 21) vedi dello
scrivente Il ritorno del clero, Editrice CRT, Pistoia, 1999.
Per il § 24 si veda, per la circolazione autoveicolare, Koiné,
Diciamoci la verità, CRT, Pistoia 2001, pp. 21-26, ed i saggi di A. de
Benoist in "Diorama letterario", n. 232, gennaio 2000. Sulla televisione si
veda K. Popper e J. Condry, Cattiva maestra televisione, Donzelli,
Roma, 1996 e P Bourdieu, Sulla televisione, Feltrinelli, Milano, 1997.
I §§ 27-28 sono dedicati al cruciale tema della religione imperiale
della Missione Speciale. Sulla "neolingua imperiale" si vedano
soprattutto gli scritti di Noam Chomsky, cui c'è ben poco da aggiungere.
Sulla nozione di "guerra umanitaria" si veda G. E. Rusconi, Guerra e
intervento umanitario, in "Annale 18 della Storia d'Italia Einaudi",
2002.
Sul carattere "inclusivo" e per nulla esclusivo, della logica globalizzante
imperiale, e sulla necessità di attuare una secessione organizzata, e non di
chiedere in modo querulo (o aggressivo, poco importa) una inclusione, si
vedano le sei stupende pagine di Danilo Zolo, Pace contro l'universalismo
imperiale, in "Rivista del Manifesto", n. 32, ottobre 2002.
In queste sei pagine è compendiato anche il mio punto di vista sulla
questione.