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Democrazia e Potere del Popolo

Il comunismo è democrazia sostanziale delle “libere individualità sociali”

  

1)       Demo-crazia: brevissimi cenni storici (seguendo  pedissequamente uno schema analitico di Norberto Bobbio);

 

Il panorama culturale che ci offre la nostra società sembra dominato, ormai inesorabilmente, da una “costellazione” di verità indubitabili, le quali costituiscono gli elementi fondanti di una sempre più dettagliata “weltanchaung occidentalista”che, dalle televisioni all’apparato scolastico-formativo, viene imposta ai nostri giovani fin dalla più tenera età.

Non si sfugge a questa “grande rappresentazione” del mondo, codificata fin nei più minimi dettagli da quell’immenso apparato propagandistico che viene usualmente denominato come “società dell’immagine”.

L’obbiettivo , forse più ardito, che i meccanismi fondanti di questa società pretendono di raggiungere è la piena giustificazione “morale” e “culturale”, da ottenersi presso le masse popolari occidentali, a riguardo del fatto che la sussistenza( agli attuali standards consumistici)  di un quarto del mondo è determinata dallo sfruttamento intensivo, violento e sterminatore, dei restanti tre quarti.

Non possiamo che interrogarci sugli esiti, prima di tutto dal punto di vista umano, che tale campagna micidiale sortirà in futuro.

Uno dei punti nevralgici, dei momenti topici, di tale propaganda verte sui “significati” comunemente associati al termine “democrazia”.

Vediamo, in maniera sintetica ed estremamente  riassuntiva, i “passaggi fondanti” dello sviluppo di questo concetto(seguendo, o per meglio dire, citando uno schema analitico di Norberto Bobbio1):

 

A)     la Teoria classica: dal IV-V secolo, fino allo Hegel.

 

 “Democrazia” etimologicamente vuol dire   “potere del popolo” (“demos” - popolo, “kratos”-  potere); Ricorda Bobbio come una delle più antiche disquisizioni sulle forme di governo venga menzionata da Erodoto (III,80-83), ove il “governo popolare” viene definito, secondo l’uso greco, “isonomia”: termine che può essere traducibile o come “eguaglianza delle leggi”, o come “eguaglianza di fronte alla legge”;

Per ciò che attiene Platone, dalle cinque forme di governo individuate nella “Repubblica”(aristocrazia, timocrazia, oligarchia, tirannide e democrazia), passando per una classica tripartizione attuata nel “Politico”(ove la “democrazia” è riconosciuta come “la meno buona delle forme buone e la meno cattiva delle forme cattive”), si giunge, con le “Leggi”, a quella bipartizione che verrà in seguito ripresa da Macchiavelli: “monarchia” e “democrazia”, a cui rispondono gli esempi, nell’un caso dello stato persiano, e nell’altro di Atene; persiste sempre l’accezione negativa del concetto di “democrazia”.

Con Aristotele si ha la divisione in tre forme “pure” di governo, cui corrispondono tre varianti degenerative o “corrotte”: il principio della degenerazione viene individuato nell’indirizzo dell’esercizio del potere, a vantaggio di chi lo detiene piuttosto che nell’interesse generale. In questo caso la “democrazia” è considerata come una “variante” impura della “politia”(governo dei molti): un “governo a vantaggio dei poveri”.

Non soffermandoci sulle ulteriori classificazioni della “democrazia” attuate da Aristotele(che ne individua 5 varianti), ricordiamo brevemente la tripartizione classica delle forme di governo:

- Monarchia: cui corrisponde la forma “degenerata” della  “tirannide”;

- Aristocrazia: cui corrisponde la forma degenerata della “oligarchia”;

- Politia: cui corrisponde la forma degenerata della “democrazia”.

 

Questa suddivisione(germinata tra IV e V secolo A.C.) attraverserà il medioevo(pure, come vedremo, segnato da nuove concezioni) per giungere, in evo moderno, fino allo Hegel.

Nel solco di tale impostazione si sviluppano tre significative variazioni additive:

1)      Bodin , che discernendo tra titolarità ed esercizio della sovranità attua una distinzione tra forme di “stato” e forme di “governo” : “onde può aversi una monarchia, cioè uno stato in cui il potere sovrano appartiene al re, governata democraticamente,  per il fatto che le magistrature vengano attribuite dal re indiscriminatamente a tutti, o una democrazia aristocratica, come fu Roma per un certo periodo della sua storia, o una aristocrazia democratica e via discorrendo;(Bobbio p. 310; ibidem)

 

2)      Hobbes, per il quale la sovranità, che è potere assoluto o non è un potere sovrano, non può essere soggetta a criteri interpretativi che ne sanciscano l’uso “corretto” o “l’abuso”: Hobbes sopprime dunque la distinzione tra forme “pure” e  forme “corrotte”.

3)      Rousseau, che degrada le tre forme aristoteliche a tre varianti di esercizio del potere esecutivo: e questo concependo  il potere legislativo, che caratterizza la “sovranità”, come prerogativa del popolo.

 

B)Teoria medievale: dal 1000 D.C. fino ai contrattualisti nell’idea di “sovranità popolare”;

 

I teorici medievali, prendendo spunto da alcune fonti romane, in particolare il “Digesto”, affrontano il tema cruciale della sovranità popolare ponendo in rilievo il dibattito sulla “fonte del potere”.

Nel “Digesto” i passaggi su cui si concentra l’elaborazione teorica dei giuristi medievali sono principalmente due:

- Laddove in  Ulpiano, dopo aver affermato “quod principi placuit, legis habet vigorem”, si sostiene che al principe è data tale autorità perché “il popolo gliela ha conferita”(ed è da qui che parte la discussione sulla distinzione tra “titolarità” ed “esercizio” del potere);

- E laddove, con Giuliano, si dice che il popolo crea diritto anche “rebus ipsis et factis”, cioè con le consuetudini(oltre che con il voto con cui pure si da vita alle leggi): da qui si diparte invece l’analisi che attribuisce al popolo, che pure ha demandato ad altri il potere di fare leggi, la facoltà di “creare diritto” attraverso la consuetudine.

Uno dei testi fondamentali che riassumono la disquisizione teorica medievale sulla “sovranità popolare” è il “Defensor Pacis” del 1324, di Marsilio da Padova: in tale opera si sostiene che il potere di fare leggi spetta  esclusivamente al popolo (o alla sua “parte prevalente”: valentior pars), il quale attribuisce ad altri, e nella fattispecie al sovrano, nulla più che il potere esecutivo;<<(…)il potere effettivo di istituire o eleggere un governo spetta al legislatore o a tutto il corpo dei cittadini, così come spetta  il potere di fare le leggi(…)E similmente spetta al legislatore anche il potere di correggere il governante o anche di deporlo, ove ciò sia conveniente per il comune vantaggio.>>(I,15,2).

In Marsilio da Padova viene definito nitidamente il legislatore come la “causa prima dello Stato”, mentre al governante viene riconosciuto il ruolo di “causa secondaria”: il potere legislativo dunque, accertato come potere principale, viene attribuito al popolo; mentre il potere “esecutivo” è da questi delegato ad altri in via per altro revocabile.

 

C)      Teoria moderna: Macchiavelli, Montesquieu, Rousseau.

 

- “Tutti gli stati, tutti i dominii che hanno avuto e hanno imperio sopra li uomini sono stati e sono repubbliche o principati”; così Macchiavelli, con cui viene introdotta una nuova dialettica tra sole due forme principali di governo: il “principato” e la “repubblica”; laddove, è bene chiarire, con “principato” ci si riferisce ad un regime monocratico, mentre con “repubblica” ad una “poliarchia”(che non coincide affatto con “democrazia” ma indica  un governo in cui il potere è distribuito in diversi “corpi collegiali talora in contrasto tra loro”).

 

- Montesquieu  distinguendo tra “repubblica(sia quella democratica che quella aristocratica), monarchia e dispotismo”, giunge a sostenere che la “virtù” , principio proprio della repubblica, è il “principio classico della democrazia”: ove infatti tale principio è maggiormente richiesto nell’esercizio del governo democratico piuttosto che in quello aristocratico.

 

- Rousseau , nel “Contratto sociale”,  combina la dottrina classica della sovranità popolare(a cui è attribuito, il potere di fare le leggi per mezzo della formazione di “una volontà generale inalienabile, indivisibile e infallibile”) ad una forma repubblicana incentrata sull’ideale egualitario; una repubblica che, in  virtù della dottrina contrattualistica dello stato, sia fondata sul consenso e ove tutti partecipino alla produzione delle leggi.

Rousseau, definendo “repubblica” la forma dello “stato”( che o è tale o è “dominio privato” di un potente che acquisisce il potere e governa con la forza), riconosce la “democrazia” come una delle tre possibili forme di governo di un corpo politico(in questo richiamandosi alla distinzione, attuata da Bodin, tra forma di stato e forma di governo).

 

D)      Sempre con estrema sinteticità, a maggior ragione perché è lecito ritenere che, a

questo punto, la storia della “democrazia” si mescoli con la cronaca del dibattito politico contemporaneo, è bene ribadire  i due approcci storici alla “democrazia” da parte del “liberalismo classico” e del socialismo.

 

- Nella tradizione liberale classica (Constant, Toqueville, John Stuart Mill) tale forma di governo ricade nell’ambito di un auspicato  regime rappresentativo o parlamentare( con rappresentanti eletti da cittadini cui vengano riconosciuti i diritti politici) incentrato sul rispetto  di tutte le fondamentali libertà che rendono l’individuo capace di  partecipazione alla vita politica  sulla base di una sua spontanea e libera determinazione. Se storicamente tale concezione si abbina ad un propugnato allargamento del diritto di voto, essa si accompagna anche ad un significativo disegno di “moltiplicazione degli organi rappresentativi”(con una incentivazione del potere locale, anche intesa come garanzia contro gli arbitri del potere centrale); Quest’ultimo aspetto, gravido di potenzialità anti-autoriarie si combina ad una(soprattutto con Constant) difesa del ruolo “garantistico” attribuito allo stato: due elementi che marcano il liberalismo classico(speculazione intellettuale astratta) in un senso affatto diverso da ciò che pure viene da sempre concretamente attuato in ambito politico, con un esplicito richiamo a tale teoria.

 

 

-Tuttavia la naturale “parabola esistenziale” del liberalismo classico si rivela ben presto nella sua fase discendente, allorquando il socialismo dimostra come il “potere”, lungi dall’essere dinamica relegabile ad alcune, pur definite, “garanzie formali”, non si esaurisca affatto nel ceto politico e nelle dinamiche elettorali mediante le quali questo può formarsi.

Al contrario, il ceto politico  e lo stesso sistema mediante il quale esso viene espresso, sono inquadrati come conseguenza di un preesistente rapporto di forze in atto:

 Il socialismo, partendo prima da una constatazione generica e idealistica(“socialismo utopistico”), e poi da un’analisi  scientifica(da Marx in poi: ma una analisi sempre gravida di idealismo “utopistico”) , giunge ad affermare che sussistono una serie di procedimenti socio-produttivi i quali sono alla base della stessa strutturazione societaria degli uomini; tali meccanismi determinano sostanzialmente gli assetti politici, quelli sociali e culturali, e le stesse forme di governo di una data società. Considerando il potere  che si accentra, a partire dall’evo moderno, nei “luoghi della produzione”(come le fabbriche) e nei dispositivi speculatori ed alienanti ad essi correlati(la base è la “forma di merce dei prodotti del lavoro”) si giunge alla delineazione di una nuova dialettica: lo stato è una (sovra)struttura che trae origine e sostentamento dall’organizzazione di una “classe”, detentrice della proprietà dei mezzi di produzione e degli utili derivati,  la quale costituisce tale “ordinamento” al fine di garantire una riproduzione stabile dell’equilibrio che la vede predominare all’interno di un rapporto sociale ove la “classe dei produttori”(chi fisicamente svolge tale funzione) si rivela essere subordinata e soggetta ad una sistematizzata spoliazione del frutto del proprio lavoro. In una parola lo stato(-nazione), lungi dall’essere come sostenevano i contrattualisti, un momento di superamento dello “stato di natura”, è il luogo della “massima violenza imponibile e disponibile”, a tutto vantaggio di chi detiene la proprietà dei mezzi di produzione e degli utili derivati. Un contesto ben diverso dalla più ottimistica concezione liberale classica: 

Il socialismo sviluppa così l’idea che ad una “democrazia formale” intesa come definizione ed istituzione di regole per la convivenza sociale, debba essere opposta una “democrazia sostanziale”, nella quale ci si adoperi per porre in essere, sul piano dell’effettività, il principio “egualitario” accompagnatosi, come concetto, alle moderne teorie democratiche. Per ciò fare vengono tracciati

dei passaggi che conducano all’estensione della partecipazione popolare anche nel  nevralgico settore della produzione e dell’economia: si palesa la necessità di una trasformazione sociale che ponga termine ad una “dittatura” della classe che detiene la “proprietà dei mezzi di produzione”(la “borghesia”), sulle masse subordinate dei produttori e dei lavoratori alienati. Già Marx, nel commentare la “Comune di Parigi”(marzo,maggio 1871), aveva tracciato quell’idea di nuova forma di governo (“autogoverno dei produttori”), che costituirà lo spunto principale per lo “Stato e Rivoluzione” di  Lenin ; uno scritto nel quale con estrema lucidità Lenin individua, estrapolandone l’ossatura dall’opera marxiana, i passaggi fondanti di una “democrazia proletaria”(la “dittatura del proletariato”questo doveva essere), integrale, diretta, ed estesa ai diversi settori di precedente competenza statale.

Lenin si guarda bene dal confondere il “parlamentarismo”(definito come “sistema speciale, come divisione del lavoro legislativo ed esecutivo, come situazione privilegiata per i deputati”) con il fondamentale e fondante criterio della rappresentanza popolare democratica:<<(…)Noi non possiamo concepire una democrazia, sia pur una democrazia proletaria, senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e dobbiamo concepirla senza parlamentarismo, se la critica della società borghese non è per noi una parola vuota di senso, se il nostro sforzo per abbattere il dominio della borghesia è uno sforzo serio e sincero(…)La Comune sostituisce questo parlamentarismo venale e corrotto della società borghese con istituzioni in cui la libertà di opinione e di discussione non degenera in inganno(…)>>(“Stato e Rivoluzione”: “la soppressione del parlamentarismo”).

Il successivo dibattito , da Gramsci alla Luxemburg, fino a Pannekoek passando per Adler e Korsch,  riguarderà il tema della “democrazia dei consigli”: una nuova forma di gestione della “cosa pubblica” da parte delle masse popolari; gestione che si sostanzia della figura di un “cittadino” esercitante un potere democratico e deliberativo nel seno stesso del mondo produttivo, cui appartiene in qualità di lavoratore; e questo mediante organi decisionali costruiti sul principio, diciamo noi, della “democrazia integrale diretta” (come i “consigli di fabbrica”). Solo come nota storica ricorderemo che nell’Unione Sovietica del 1953, appena dopo il decesso di Stalin, il gruppo dirigente del “presidium” cercherà di re-individuare, per tramite di Chrushev, nell’ideale di “democrazia dei soviet” una possibile via (poi mai posta in essere) per fuoriuscire dal limbo statalistico e autocratico del potere staliniano: il perché della sterilità di questo richiamo alle radici leniniste è da individuarsi in una ormai stratificata e non invertibile dinamica societaria statal-capitalistica e burocratica assunta strutturalmente dall’U.r.s.s.

 

 

2) “Democrazia” e “pluri-partitismo” non sono affatto sinonimi.

 

Una delle nozioni più elementari che si associano all’idea di “democrazia” è senz’altro  quella di “pluri-partitismo”.

Si pensa automaticamente che ove viga un regime di competizione tra più partiti questa sia “democrazia”, e laddove non viga tale sistema pulri-partitico si abbia un modello totalitario.

Ora, a ben vedere, non è affatto detto che sia così.

Primo: non è detto che laddove viga un regime pluripartitico, il “popolo”, le masse popolari siano integralmente chiamate a parteciparvi: esempio palese di questa verità sono gli Stati Uniti d’America, nei quali, a fronte di una massiccia propaganda che vuole mostrare un intero popolo mobilitarsi per scegliere democraticamente i propri rappresentanti, vi è la realtà di una “democrazia di censo”: un regime in cui la percentuale media dei votanti oscilla intorno al 30% degli aventi diritto(una percentuale che esprime quella ridotta parte di popolazione che gode dei privilegi di una società capitalistica e delle conseguenti facoltà di inserimento nell’amministrazione del potere).

Ma, ancora, un regime nel quale i vari meccanismi di scelta dei candidati hanno tutti lo stesso indubitabile valore di “farse” atte a celebrare delle “nomine” dall’alto(decise dalla burocrazia economico-militare nelle sue varie gradazioni e partizioni), che le elezioni “confermeranno” solo come un plebiscito può, a posteriori, confermare una cooptazione.

Le ultime elezioni presidenziali statunitensi(novembre 2004) hanno sì registrato un reclamizzato aumento della percentuale di votanti(fatto che indica un alto tasso di sensibilizzazione popolare alla propaganda emergenzialista ed interventista massicciamente posta in essere dal potere centrale) ,  ma a fronte di un sistema nel quale, comunque e sempre, i votanti vanno a scegliere, per ogni stato dell’unione, un tot di “grandi elettori” collegati ai candidati alla presidenza; saranno questi “grandi elettori” che procederanno, in seguito, all’elezione del presidente: chi, tra i contendenti alla “casa bianca”, si assicura la maggioranza di voti in uno stato va ad aggiudicarsi automaticamente tutti i “grandi elettori” esprimibili da quel dato stato; e questo laddove la maggioranza fosse anche solo di un voto!

Un meccanismo non proprio rappresentativo; se poi lo associamo ai criteri di scelta dei vari candidati, che abbiamo detto essere promanazione della macchina burocratico-finanziaria e delle corrispettive lobbies di potere…ne otteniamo che, anche aumentando la percentuale dei votanti, il sistema statunitense si manifesta come un modello anti-democratico e plebiscitario(per richiamarci a Bodin potremmo dire una “aristocrazia democratica”): un modello nel quale il vettore direzionale del potere non è “ascendente”(dal popolo, per il popolo, con il popolo), ma “discendente”(sul popolo, con il popolo, ma non per il popolo). Con buona pace di Abraham Lincoln ( "government of the people, by the people, for the people"; 1863) e del grande Walt Witman. 

 

Secondo: non è detto che  laddove esista un solo partito non sia possibile determinare delle dinamiche partecipative incentrate sul coinvolgimento delle masse popolari, dal basso, mediante , ad esempio, un metodo consiliare di democrazia diretta: un esempio di questo, con tutti i limiti del caso(l’accerchiamento imperialista ormai quarantennale), è dato dalla Cuba rivoluzionaria per ciò che attiene alla scelta , dal basso appunto, dei candidati.

Terzo: finché non si risolve il “nodo gordiano” dei regimi politici capitalistici, ogni disquisizione sulla minore o maggiore democraticità di un dato schema istituzionale sarà pura demagogia(come già sosteneva Lenin). Finché esisterà un regime basato sulla “forma di merce dei prodotti del lavoro”, finché esisterà la dittatura di una classe(sezione locale della “classe media globale” o, nei paesi semi-coloniali, la “borghesia comprador”)sulle masse popolari, finché ancora vigerà il sistema della proprietà privata dei mezzi di produzione, non potrà esservi alcun progresso verso una democrazia moderna, sostanziale e rispettosa dei diritti e dell’arbitrio degli individui. Qui non si tratta di cambiare le “regole del gioco”; ma, poiché ha ormai dimostrato di non funzionare, è il “gioco stesso” a dover essere cambiato.

 

 

3) Democrazia formale nella società capitalistica di classe.

 

Come detto il liberalismo classico ha della democrazia una visione strumentale: un insieme di “regole del gioco” che dovrebbero, nel contesto di uno “stato minimo”(non limitatore delle scelte individuali), garantire al cittadino l’esercizio delle sue libertà fondamentali, siano queste “negative” o “positive”.

Abbiamo visto, in altra discussione(“Stato-nazione, antimperialismo e rivoluzione”; “Comunitarismo”, dicembre 2003), come il sedicente “liberalismo” contemporaneo sia, nelle sue varie correnti, nulla più che il prodotto teorico(spesso a posteriori) dell’adeguamento degli stati-nazione al capitalismo così come questo si va sviluppando in occidente negli ultimi decenni.

Il neo-liberalismo, che ha il suo padre storico(e autore del suo paradigma dottrinale) in Hayek, pur partendo da una supposta rigida tutela dei diritti individuali, da ottenersi mediante un regime in cui lo stato dovrebbe mantenersi il più possibile al di fuori delle sfere di arbitrio del cittadino( lasciando libero corso ad un provvidenziale ordine di mercato,o “catallassi”, contro ogni impianto “burocratizzante” di matrice “etica”), giunge in realtà a rappresentare una mera “copertura” teoretica per lo sviluppo di un moderno e aggressivo capitalismo post-industriale; un capitalismo sempre più “libero” dalla “minacciosa concorrenza” di forze rivoluzionarie di massa in grado di orientare le determinazioni delle classi subalterne occidentali in un senso extra-sistemico.

La “democrazia” presuppone, in un senso moderno e quasi corrente del termine, una minima eguaglianza di potenzialità riconosciuta a tutti i cittadini di un dato ordinamento:

Al di là del  dispositivo costituzionale vigente (parliamo dallo stato italiano) che pure nello scritto include e ben definisce alcune norme programmatiche la cui  piena interpretazione(ed attuazione) potrebbe teoricamente legittimare un sistema, quanto meno, di ordine “ipo-socialistico” (Artt. 2 e 3 della Costituzione), abbiamo evidentemente a che fare con una costruzione complessiva, “de facto”(la risultante quotidiana della vita/prassi giuridica e politica della Repubblica), che subordina la piena effettività del diritto alle dinamiche del potere economico-finanziario: un potere dal quale, in misura sempre più evidente negli ultimi decenni, il ceto politico recepisce delle “direttive informali” di cui cura in sede legislativa la trasformazione in elementi di “tutela”, dal valore giuridico, destinati ad incidere sulla vita della collettività in maniera determinante.

Quella della “fonte informale” del diritto2 è un’idea ardita e naturalmente provocatoria: ma come spiegare altrimenti i passaggi che conducono il potere politico a recepire –senza mediazioni formali di sorta- le istanze del mondo finanziario trans-nazionale?

Ed è una fonte così importante da poter essere posta al di sopra della costituzione stessa: il potere finanziario infatti influenza l’applicazione e l’interpretazione delle norme costituzionali(ad esempio l’art.46, sempre rimasto lettera morta), ne consente una modifica in base a criteri palesemente illegittimi ( la riforma posta in fase di approvazione dal governo Berlusconi), ne consente la violazione(le aggressioni alla Yugoslavia e all’Iraq: art 11), si sovrappone e si identifica con le direttive comunitarie; e questo in un contesto nel quale la stessa “Unione Europea” si palesa come artificioso costrutto di un sistema economico legato a doppio filo al capitalismo anglo-americano, seppure con qualche velleità eurocentrica: velleità mai in grado per altro di svincolarsi dalla sostanziale omogeneità di quella “classe media globale” che da Washington a Roma, passando per Berlino, Madrid e Parigi, assume il controllo ed il monopolio dei mercati finanziari occidentali, e di conseguenza il potere nei corrispettivi stati.

 Vi è  dunque  una ragione se l’impianto societario occidentale  è “viziato” nella formazione dei suoi vertici; la sua antidemocraticità è frutto di una “convergenza”: i vertici politici, che raccolgono e curano la tutela degli interessi del potere finanziario, sono espressi “alla base” da un effettivo dispositivo istituzionale e sociale mediante il quale  la “classe” massimamente fruitrice dei benefici di questo sistema capitalistico occidentale organizza ed amministra il meccanismo statale, in modo da assicurarsi la procrastinazione dell’equilibrio di potere che la vede prevalere sulle masse subalterne(impiegate per alimentarne la sussistenza).

 

Una convergenza dall’alto:

a) Il potere finanziario trans-nazionale, sottratto a qualsiasi controllo di natura democratica, che orienta le scelte strategiche dei singoli stati e dei rispettivi “ceti politici”; 

E dal basso:

b) Un meccanismo che esprime l’intellighenzia(e quindi il ceto politico)  della sezione nazionale di quella “classe media globale” da cui si dipana lo stesso potere finanziario trans-nazionale;

 

In tutto questo è semplicemente ridicolo prospettare una libera auto-determinazione dell’individuo in seno alla collettività: l’individuo è costretto nelle maglie di un potere fitto, sempre più deciso a normare(o de iure o de facto) ogni aspetto della società contemporanea;

Non vi sono spazi di auto-realizzazione nel lavoro, sempre più arcaicamente disumano e comunque connaturato al principio della più feroce alienazione(in media oggi si inizia a lavorare a trent’anni, con la prospettiva di non andare mai in pensione…e il tempo per “vivere”? Nei fine settimana? Durante le ferie?).

Non vi sono spazi di auto-realizzazione nei “corpi intermedi”, sempre più forgiati dal (pervasivo e psicotropo) potere mediatico nel senso di una caratterizzazione “pedagogica”, sia dal punto di vista morale ed esistenziale, sia pratico-comportamentale, rispetto al “corretto inserimento”(socio-culturale) nella società capitalistica.

Non vi è spazio nell’intimità di una “riservatezza”(oggi nota come “privacy”) sempre più sfumata rispetto alle nuove tecniche comunicative ed alle sempre più pressanti intromissioni della polizia politica: elementi questi che violano ormai quotidianamente i diritti della personalità pur formalmente tutelati(al Titolo I Cost. art. 13 e seguenti).

E vi è “il tanto”(abbondantemente) per tirare in ballo le disquisizioni di Arendt, Friedrich e Brzezinski sul “totalitarismo”…

Questo è il punto: un sistema elettorale e un pluralità di partiti non fanno una democrazia.

Fanno un regime soggetto a ratifica plebiscitaria, che è altra cosa.

Rifletteteci: voi andate a votare; vero.

Ma chi sceglie chi dovete votare?

Ed in base a quali criteri?

E, quand’anche i criteri fossero quelli riferibili alla così detta “società civile”(leggi: ciò che, tramite i media, il potere attribuisce come impianto valoriale assoluto alle masse popolari), chi ci dice che il “professionista riuscito nella sua attività” sia idoneo a rappresentare gli interessi del popolo?

Dove sta scritto, se non nella più “bieca” etica protestante che chi ha “più soldi”(di questo si tratta alla fin fine), è “migliore”?

Eppure così è: in un sistema che si approssima sempre più alla palese farsa statunitense, le masse popolari sono ormai chiamate a ratificare con il loro voto delle leggere variazioni nell’amministrazione locale della rete globale capitalistica; variazioni che hanno origine in seno al più puro potere finanziario.

Tra Berlusconi e Prodi non cambiano le “idee”(la visione del mondo è la medesima), solo il tipo di poteri conglomeratisi attorno ad un dato orientamento economico, tutto interno ad una normale dialettica tra differenti gruppi e interessi finanziari nazionali e trans-nazionali: chi incarna un neocapitalismo nazionale autocratico(Berlusconi), chi quello tradizionale italiano più in sintonia con la “famiglia” del capitalismo europeo(Prodi, ex presidente dell’IRI).

A questa contrapposizione va aggiunta la differente radice geo-strategica dei due approcci: mentre il polo berlusconiano guarda ad una rapportazioni diretta e non mediata con gli USA(dei quali conta di diventare il principale e privilegiato “partner” nel mediterraneo ed in europa), il polo di centro-sinistra cerca, seppur ancora confusamente, di radicarsi nel contesto di quell’asse “franco-tedesco” proiettato verso una, ad oggi assai difficile(per le ragioni cui abbiamo accennato), “europa politica”.

Ma seppure l’uno difende gli interessi di un mercato senza regole(per tutelare il proprio personale “impero finanziario”), mentre l’altro incamera il consenso del mondo umano del lavoro dipendente (e pubblico) e delle grandi famiglie del capitalismo italiano, entrambi si pongono come attori del medesimo spettacolo: sono battute diverse, per diversi personaggi, ma di un medesimo copione.

A noi cittadini resta sempre e comunque il ruolo di spettatori…paganti. Non di autori o co-protagonisti.

La “società dello spettacolo”?

 

4) La società contemporanea e i regimi della “classe media globale”.

 

Americanizzazione delle istituzioni;

 

Sempre più il vecchio schema costituzionale italiano, nato nel compromesso e per ciò(abbiamo detto) carico ancora di norme programmatiche potenzialmente(sottolineo mille e mille volte il “potenzialmente”) in contrasto con la nuova fase aggressiva del capitalismo occidentale, si rivela soggetto ad attacchi pesanti da parte di quelle forze politico-finanziarie più vicine alle strategie del capitalismo anglo-americano.

Questo attacco si concretizza come fenomeno tutto interno alla contrapposizione tra le diverse tendenze del capitalismo italiano; abbiamo brevemente accennato a questa polarizzazione.

La “riforma” posta in discussione dal governo Berlusconi incarna in maniera palese un tentativo di trascinare l’Italia verso una sorta di modello statale “anglo-sassone”, a scarsa partecipazione popolare, fortemente “presidenzialistico”(un “premier” che può sciogliere le camere) e infine contraddistinto da un ingarbugliato sistema di rappresentanza “federale”(che di comprensibile, per ora, ha solo l’annullamento dei diritti a suo tempo riconosciuti alle “regioni a statuto speciale”).

Se questa riforma cerca consensi presso un ceto medio che(soprattutto nel nord Italia)  identifica la principale causa dei propri  problemi in una cospicua pressione fiscale, è anche vero che sembra disegnata  per trasformare l’Italia in un regime semi-autoritario: un regime ove, per altro, il “premier” convivrebbe con un mostruoso sistema elettorale maggioritario, strutturato sulla formazione coartata di due soli schieramenti elettorali; Per usare dei termini più tecnici, viene meno quel bilanciato sistema istituzionale di “pesi e contrappesi” che è alla base di un corretto, coordinato e partecipato potere democratico.

 

Politica trasformata in appendice amministrativa del potere finanziario;

 

In questo orrendo impianto che va delineandosi, il potere “bonapartistico” del premier, in un contesto ove due sole siano le possibilità di scelta elettorale, va a raggiungere due risultati:

- Il primo è un adattamento della macchina amministrativa statuale alla attuale configurazione del sistema di potere finanziario trans-nazionale: nella fattispecie al predominante asse imperiale anglo-americano,a cui si oppone, in chiave concorrenziale(pur se entro i medesimi parametri imperialistici), l’asse franco-tedesco(recentemente rafforzato dal “riposizionamento” spagnolo; riposizionamento su cui vi sarebbe da scrivere a parte una lunga riflessione).

- Il secondo risultato è costituito da un regime che, in virtù dei suoi dispositivi costituzionali(bi-partitismo sostanziale e il “dispotismo” del premier) potrà più agevolmente mettere in atto  una illegalizzazione non solo “de facto”, ma “de iure” di tutto quanto si muova politicamente nel senso di una fuoriuscita dal sistema capitalistico.

 

Il “panico di stato” come strumento di consenso coatto;

 

A partire dalla “strategia della tensione” degli anni passati, la “classe dirigente”(il termine è esplicitamente usato nel senso delle teorie “elitistiche” di Gaetano Mosca) di questo stato, ha dimostrato di essere ben al di sopra delle formali regole della convivenza democratica: ove occorra il vero potere, quello che sta dietro gli stati, che è espressione di ciò(la rete capitalistica globale) che emana quelle “direttive informali” cui gli stati occidentali si conformano nella loro vita politica e che risponde alla tutela dei meccanismi preposti alla sua auto-riproduzione, non esita ad utilizzare qualsiasi mezzo, dalle stragi al “terrorismo”, pur di mantenere inalterati i suoi equilibri costituenti.

Così come negli anni passati ha fatto con le “stragi di stato” e la “strategia della tensione”, ancora oggi questo potere dimostra la medesima costanza e perseveranza nell’orrore: da una parte assistiamo a fenomeni ambigui, difficilmente spiegabili se non come provocazioni; dall’altra una campagna mediatica, che si configura come di “panico di massa”, induce nel normale cittadino l’idea che chiunque lotti contro il capitalismo sia, se non proprio un “terrorista”, almeno un potenziale “fanatico”, nemico della libertà nonché (probabile)sanguinario.

I media( su cui mi riservo di tornare con una riflessione a parte), oggi capaci di un potere persuasivo ed incisivo senza precedenti(non a caso li ho definiti “psicotropi” per il modo in cui si interpolano con la capacità critica e culturale dell’utente-destinatario), attuano campagne di panico, ben calcolate nei loro effetti ultimi: queste campagne, partendo dall’enfatizzazione, distorsione o “invenzione” di fenomeni indicati come “eversivi”, inducono nel cittadino una sensazione(a volte provocata subliminalmente) di “paura”; una paura associata a ben determinate “tematiche”: il “comunismo” è, ad esempio, diventato sinonimo di “follia criminale” in qualsiasi contesto esterno ai due principali partiti comunisti italiani(per ora..).

La tendenza in atto è quella che, per tramite dell’apparato mediatico e con il concorso di una recente giurisprudenza (frutto del clima “maccartista” scatenato nel paese), vuole presentare all’opinione pubblica tutti i “nemici della società aperta” come pericolosi latori dei germi patogeni di un fanatismo criminale e totalitario. La condizione che si viene a creare è quella di una società in cui il “cittadino” è soggetto ad una penetrante propaganda che gli inibisce la libertà di arbitrio e di opinione, venendogli presentate certe “idee” (come il “comunismo” o lo “antiamericanismo”) in qualità di oggettiva anticamera del terrorismo:  lo stesso “cittadino” è perciò coartato al pregiudizio verso alcune libere opinioni, palesemente connesse ad una dinamica sanzionatrice di natura sociale e in ultima istanza penale(in violazione dell’art. 21 Cost.); il meccanismo  è quello che tende all’isolamento di tutte le componenti politicamente critiche di questa società, verso le quali la diffidenza ed il panico indotti persuadono l’individuo ad un atteggiamento di prevenuta chiusura concettuale.

Ma non una chiusura derivante da una “libera scelta”: bensì derivante dalla “minaccia latente” che si ventila a riguardo di ogni gruppo di pensiero o corrente culturale che contesti radicalmente la legittimità di questo sistema.

Possiamo non definirlo come “terrore”, che per analogie storiche rievoca precedenti contraddistinti da una ben maggiore repressione interna: ma forse la parola “panico” ben si presta dal punto di vista dei significanti ad essa ascrivibili( e sul piano lessicale, e su quello psico-sociologico).3

In questo caso abbiamo sotto gli occhi l’elemento che conferma il nostro passaggio ad una fase imperialistica nella quale, per tutta una serie di convergenti ragioni, gli stessi diritti civili(di origine “borghese”) vengono calpestati sempre più esplicitamente: il “pactum societatis” è rotto anche formalmente, e la dittatura della classe predominante si manifesta progressivamente con sempre minore ipocrisia, e maggiore violenza(psicologica e fisica).

 

4)       Dello “americanismo”;

 

A fronte di questa situazione emergenziale le forze direttive del socialismo( FDS: i quadri dirigenti intermedi privi di strutture politiche di massa; o, più sinteticamente, la “intellighenzia” socialista) si trovano “isolate”: mediante la propaganda e la persecuzione giudiziaria di politici assolutamente innocenti rispetto alle pesanti accuse loro rivolte(da elementi del sistema giudiziario che agiscono sullo stimolo della “domanda d’ordine” del governo), si è creato un clima di sospetto, diffidenza e paura verso tutto ciò che propugni una fuoriuscita dal capitalismo non muovendosi entro i principali partiti del polo di centro-sinistra. Una pesante “delimitazione” degli spazi agibili: a questa restrizione si accompagna il tentativo di confinare le FDS stesse nell’ambito del massimalismo più spinto; un tentativo che si rintraccia chiaramente nelle recenti esternazioni dell’attuale Ministro degli Interni, il quale non esita a definire con insistenza, nelle sue dichiarazioni pubbliche, il “marxismo-leninismo” come sinonimo di “brigatismo” e “terrorismo”(fatto fino a qualche anno fa impensabile: ma oggi può avvenire, dopo che il PRC dell’On. Bertinotti ha “ratificato” l’espulsione di Lenin dalla storia del movimento comunista italiano e mondiale).

Ora, l’errore più grave che le FDS possano fare è accettare il confronto su questo terreno, conformandosi a quella veste “massimalistica” loro attribuita dalla fazione più filo-statunitense del potere capitalistico italiano.

Le FDS debbono al contrario, sottraendosi alla campagna di “estremizzazione” pilotata dal capitalismo, rimodulare una dimensione teorica che consenta una (ri)proposizione del comunismo quale programma di emancipazione capace di raccogliere consensi conformemente al contesto in cui si vive ed agisce.

Questo vuol significare che l’obbligo, per chi voglia ricostruire una prospettiva socialista di massa, è dato dal “ritorno alla Politica”: Politica come dinamica popolare e partecipativa che incentivi il coinvolgimento di tutte quelle realtà sociali che manifestano insofferenza verso l’attuale assetto societario.

Facile a dirsi.

Ma come farlo?

Innanzitutto portando avanti un’opera di rielaborazione della “scienza sociale di trasformazione del reale”, altresì nota come marxismo: quindi giungendo alla definizione di una progettualità che “rifondi” effettivamente il “comunismo”; questo, per i comunisti occidentali, significa fare i conti con la propria storia,  risolvere le antinomie concettuali del proprio bagaglio ideologico ed evolverne(superare) le parziali conclusioni passate(viziate  da un pesante storicismo) nella direzione di un’idea credibile, di un’Utopia capace di attirare consensi.

Ma vuol dire anche, nei tempi della “società dell’immagine”(dove alla “immaginazione” si sostituisce la codificazione univoca e  unidirezionale del sapere ad opera dei media) restituire al Comunismo la sua originaria forza etica, il suo indubitabile orizzonte valoriale; una carica etica capace di individuare nell’ideale e simbolica meta dello “uomo nuovo” il perno attorno al quale far ruotare la genesi della società socialista: le FDS debbono adoperarsi per agire sul piano di una contro-informazione mirata, al fine di smascherare quella sorta di anti-umano costrutto culturale e morale che viene veicolato dalla materialità del vissuto quotidiano nell’ambito di una società capitalistica; non dimentichiamo(anche perché il nostro nemico non lo dimentica) che “l’esistenza precede l’essenza”.

E’ evidente che il capitalismo occidentale, per via del “monopolio del sapere e del comunicare” che lo contraddistingue, sta oggi cercando di radicare definitivamente negli stessi occidentali una “concezione della vita” che ne giustifichi la natura genocida ed imperialista nei confronti dei tre quarti del pianeta: esattamente come Gramsci indicava nelle sue riflessioni sul materialismo storico, la “classe dominante” impone alle masse subalterne un orizzonte culturale e valoriale ad essa utile al fine di protrarre la sua egemonia.

Nel caso del nostro tempo, le nuove tecniche mediatiche, unite ad un pervasivo controllo delle stesse da parte del potere capitalistico, giungono a rappresentare una minaccia senza precedenti alla libertà degli uomini.

Il potere capitalistico tende in questa fase a inoculare nei cittadini, fin dalla più tenera età, quei suoi “codici valoriali”   anti-umani ed anti-solidaristici i quali spingono verso l’eliminazione della più importante capacità di arbitrio dell’uomo; la capacità che presiede tutte le altre capacità di giudizio: il saper discernere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto (e chi conosce i fondamenti della psicologia sa quanto ciò sia terrificante).

Al limite della più cinica “disumanizzazione” di stampo nazistico, questa sorta di pedagogia dissociativa(il bene dell’occidente vale il male per il resto del mondo; ma avviene anche e soprattutto sul piano dell’individualismo: il bene dell’uno vale il male dell’altro da sé), tesa a legittimare moralmente l’uso dell’oppressione verso l’esterno per alimentare il “benessere” occidentale, rappresenta il nostro più grande nemico nel prossimo futuro: una anti-cultura che, radicandosi in un sistema educativo e formativo eretto integralmente sulla mercificazione dell’essere umano e sulla sua riduzione a “meccanismo” del motore produttivo, va a costituire un abominio senza precedenti nella storia. “L’imperialismo trasforma gli uomini in bestie”(comandante Guevara)

Tutto questo lo chiamiamo americanismo.

Senza lo sbugiardamento di queste menzogne erette a sistema, non vi potrà essere alcuna coscientizzazione delle masse in senso rivoluzionario(né tanto meno si potrà ragionare in termini di “democrazia sostanziale”). La cronaca ci insegna, mi riferisco all’ultima crisi argentina, che anche la situazione più oggettivamente pre-rivoluzionaria di questo mondo, senza un contro-potere disciplinato nell’ambito di una completa visione delle cose, è destinata a ricadere nella sfera del potere borghese ed imperialista.

In gioco c’è qualcosa che attiene alla natura stessa dell’essere umano, alla sua sopravvivenza come essere raziocinante capace di sentimenti e creatività.

 

6) Democrazia dei consigli popolari: spunti generici.

 

“(…)il compito di una società industriale moderna è raggiungere ciò che ora è tecnicamente fattibile, ed esattamente una società che è davvero basata sulla partecipazione volontaria delle persone che producono e creano, vivono le loro vite liberamente all’interno di istituzioni che controllano e con strutture gerarchiche limitate, se possibile nessuna”.

Noam Chomsky

 

“(…)Ora si pone il problema di come unire la libertà e l’organizzazione: come combinare la padronanza dei lavoratori dei loro mestieri con la strutturazione di tutto questo lavoro in una unità sociale ben organizzata. Come organizzare la produzione, in ogni officina come nel mondo economico nella sua interezza, in maniera tale che i lavoratori stessi come parti di una comunità cooperante regolino il loro lavoro”.

Anton Pannekoek

 

Ci siamo soffermati su una analisi “in negativo” della democrazia: abbiamo cioè affermato che, laddove non si cominci a mettere in crisi gli assiomi fondanti della società capitalistica, è impossibile poter disquisire seriamente di un modello democratico inclusivo ed integrale(non “viziato”, cioè, alla base dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo).

A riguardo della “democrazia dei consigli”, che per comodità definiremo “democrazia consiliare”, non vi è una definizione univoca : variano le impostazioni a seconda del contesto storico nel quale la questione è stata affrontata;

Non ci soffermeremo però su una analisi dettagliata delle diverse varianti e nemmeno svilupperemo una proposta  dalla pretesa efficacia universale.

Ci si limiterà all’enunciazione di una serie di ipotesi, diremo   - per sobrietà - “provocatorie ed immaginifiche”(diciamo, una discussione “tra amici”);

Rifacendoci alle recenti  analisi più valide proprie al mondo culturale marxista, cerchiamo di immaginare alcuni passaggi “critici” nella fase di edificazione di una “democrazia sostanziale”; prenderemo come spunto, in questo caso, un eccellente passaggio delle tesi di “Direzione 17”, “Ripensare la transizione”:

 

<<(…)Solo un regime di ampia democrazia socialista in cui siano garantiti i diritti inalienabili dei cittadini autorganizzati(non solo come esseri umani ma come depositari della sovranità politica), in cui le varie forze rivoluzionarie possano confrontarsi, competere o aggregarsi fra loro per decidere gli indirizzi politico-sociali dello Stato e formare i governi, solo un regime di questo tipo è compatibile con la costruzione del socialismo. E’ un fatto che possano darsi situazioni eccezionali in cui sia necessario sopprimere alcune o molte libertà, individuali o collettive; ma l’eccezione deve confermare la norma. 

La democrazia socialista, l’effettiva partecipazione delle ampie masse alla vita politica e alla direzione degli affari sociali attraverso organi di potere dal basso, può implicare anche l’esistenza di molteplici organizzazioni socialiste in competizione fra loro e una dialettica tra governo e opposizione. Questo contesto di competizione non garantisce di per sé dal rischio di degenerazioni burocratiche, ma le rende più difficili in quanto obbliga anche il partito più potente a basarsi sul consenso senza darlo per scontato.

Sul piano più strettamente economico ciò implicherà la coesistenza e la competizione di differenti modi di produzione, alcuni più prossimi all’economia capitalista, altri a quella socialista. Compito del partito rivoluzionario sarà di incoraggiare in ogni modo questi ultimi, favorire la loro affermazione sugli altri attraverso la contaminazione, fare cioè in modo che siano di esempio per tutti, per efficienza, produttività e miglioramento effettivo della qualità della vita dei lavoratori, affinché anche gli altri produttori si persuadano a passare al nuovo modo di produzione abbandonando il vecchio. Ma la competizione o emulazione socialista, si esprimerà anche nella sfera delle forme di proprietà e dei modi di produzione. Puntare alla soppressione immediata e integrale delle forme di produzione e di scambio borghesi sarebbe sbagliato, sarebbe un suicidio.(…)

Dopo la rivoluzione potrebbe essere conveniente al potere rivoluzionario lasciare alcuni settori in mani private, almeno fino a quando i lavoratori autorganizzati non sapranno amministrarli meglio dei capitalisti. Ovvio che in queste aziende la proprietà privata sarà bilanciata dal controllo operaio nei settori privati.

D’altra parte settori di rilevanza strategica dovranno essere requisiti dallo Stato e posti sotto il suo dominio attraverso la nazionalizzazione. Ma questi settori nazionalizzati non devono essere confusi col socialismo. Un’azienda pubblica che remuneri i lavoratori con un salario, che debba competere con quelle private in un mercato, per quanto regolamentato dalla legislazione rivoluzionaria, è in sostanza un’azienda “capitalista di stato”.

Vi sarà poi un terzo settore, quello cooperativo, in cui i lavoratori amministreranno loro stessi le aziende, neanche in questo caso si realizzerà una forma comunista di produzione in quanto sarà vigente la competizione in un ambiente ancora mercantile, quindi la produzione avverrà secondo la legge del valore di scambio. Infine, se nelle cooperative la remunerazione sarà salariale vorrà dire che anche l’appropriazione da parte dei produttori avverrà in forme privatistico-borghesi (soddisfazione dei bisogni attraverso le merci).

Sarà un altro il settore decisivo. Si tratterà dei primi tentativi comunisti di produzione. In questo caso i produttori non solo disporranno dei mezzi di produzione ma cominceranno subito ad autogestire l’azienda con criteri di ripartizione collettivi e non individuali, aboliranno la divisione tra lavoratori manuali e intellettuali, tra funzione esecutive e direttive. Attorno a queste aziende dovranno nascere vere e proprie comunità socialiste fondate sull’eguaglianza e la libera partecipazione. Onde evitare che la competizione in un ambiente mercantile ostile soffochi questi embrioni di comunismo, lo Stato dovrà proteggerli, spingendo alla formazione di altre e sempre più numerose comuni socialiste che formino una vera e propria rete orizzontale di produzione e di scambio. Esse produrranno anzitutto per soddisfare i bisogni degli appartenenti alla comunità. Certo dovranno scambiare con gli altri settori mercantili una buona parte delle loro eccedenze (surplus), ma si assicureranno che questo scambio controllato sia sempre in beni utili per soddisfare bisogni e non avvenga mai per accumulare denaro.

La concorrenza con le aziende capitalistiche espone queste comuni socialiste a numerosi rischi, ma è in un tale contesto di competizione che questo quarto settore, seppur lentamente, dovrà prendere il sopravvento. Del resto un fattore decisivo è appunto un habitat positivo, ovvero uno Stato rivoluzionario che non sia solo una sentinella armata di queste comuni ma che le aiuti fattivamente. Senza questo fattore, in virtù della pura concorrenza, la vittoria del valore d’uso su quello di scambio, cioè del comunismo, è impensabile.

Sul piano culturale e della ricerca scientifica poi questa libertà deve essere ancora più ampia, per consentire il libero sviluppo del pensiero critico, senza il quale non vi è progresso rivoluzionario alcuno. Si tratta in ogni caso del problema dei poteri e della separazione dei poteri. La competenza culturale e scientifica dovrà essere espressa da un organismo costituzionale indipendente, separato dal potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Affinché la cultura viva deve potersi sviluppare liberamente, e la vita della cultura è di fondamentale importanza per la completa affermazione del socialismo.

(…)

Il partito rivoluzionario, da parte sua, potrà liberamente esprimere le proprie preferenze in favore di una data tendenza culturale o di un settore della ricerca scientifica, ma senza che ciò si traduca minimamente in prescrizioni e norme che pretendano di regolare la vita culturale o condizionare lo sviluppo delle scienze.>>

(“Direzione 17”; “ripensare la transizione”)

 

 

Intanto è obbligatorio riferirsi ad una condizione rivoluzionaria, nel senso di una vincente mobilitazione delle masse subalterne, coese ed attivate politicamente in base ad un ben definito progetto di società.

Quindi parliamo di una fase di molto successiva ad un, oggi necessario, assai più generico orientamento dei rivoluzionari nel senso della costituzione di un vasto movimento popolare e culturale, meglio se pluri-partitico, coagulato attorno al precipuo nodo tematico dello “antiamericanismo”(così come esso è stato in via teorica inteso: con un riferimento al modello societario, valoriale ed esistenziale irradiato dagli Stati Uniti d’America; non certo alla vera America: quella di Bolivar, di Martì ecc.).

 

Assodato che, a meno di non sconfinare nell’ontologia, nessuna classe sociale è “in sé” latrice di una eudemonica concezione valoriale e sociale dal portato universale, si deve accettare il fatto che,  allorquando venisse spodestata la attuale classe dominante (sezione nazionale della “classe media globale”), questo non implicherebbe alcun “automatico passaggio al socialismo”: mai ed in nessun caso.

La debacle dei socialismi reali, ed una riflessione sulla storia(almeno) degli ultimi quarant’anni di Unione Sovietica, dimostrano come anche una classe subalterna, una volta raggiunti i gangli del potere statale, tenda naturalmente a comportarsi come qualsiasi altra “classe”: tende cioè a salvaguardare i suoi propri preminenti interessi in modo tale da protrarne la tutela nel tempo.

Ma questo vuol forse dire che la “dittatura del proletariato” sia un concetto da riporre in soffitta assieme alle tante antinomie del marxismo novecentesco?

Sì e no.

Si, nel senso che in occidente non abbiamo a che fare con un proletariato industriale contraddistinto da evidenti omogeneità costitutive, ma abbiamo a che fare con un “insieme” di masse subalterne sottoposte, in un sistema post-industriale e tecnologico, a diverse gradazioni e forme di sfruttamento.

No, nel senso che permane immutata la dialettica tra “polarità sociali” contrapposte; e questo nel contesto di una persistente suddivisione (costituiva) della società capitalistica :

Da una parte i detentori di grandi capitali e della proprietà dei mezzi di produzione, nonché i  gestori delle mansioni direttive della produzione, della cultura e della comunicazione;

 E dall’altra gli  sfruttati, esecutori del lavoro salariato esautorati (se non formalmente, nella sostanza) dalla gestione e direzione della “res publica”.

La dialettica di classe va allora inquadrata nella prospettiva di costituire le masse subalterne in “soggetto politico intermodale primario”; un soggetto(classe politica attiva), titolare di una coscienza rivoluzionaria ed organizzato nel centralismo democratico, che si renda attore di un processo rivoluzionario anticapitalistico e di un programma di transizione progressiva verso il socialismo: non di transizione netta al socialismo, giacché questo “salto” sarebbe(come è stato nella storia) impossibile(come già  sosteneva Lenin).

In una società di transizione, appena successiva ad un cambiamento nella guida dello stato(inteso qui in senso tecnico-giuridico) ad opera del “soggetto intermodale primario”, non potrebbe operarsi una disintegrazione immediata e  radicale del precedente sistema societario impostato sulla forma di merce dei prodotti del lavoro.

Avremmo a che fare non solo con un, comunque ancora fortissimo, potere della recentemente decaduta  sezione nazionale della “classe media globale”, ma con tutta una macchina complessa che si erge tecnicamente e culturalmente sugli elementi fondanti del capitalismo.

Ciò a dire che una stratificata e sedimentata “umanità” borghese, cresciuta nel culto dei “valori” della mercificazione e del denaro, costituirebbe(a maggior ragione in occidente) un blocco troppo compatto e forte per poter essere riassorbito rapidamente dal nuovo sistema societario; è inutile nasconderselo: sarebbe osceno negarlo facendo appello alle novecentesche “taumaturgiche” virtù del “proletariato”.

Servirebbe allora un rilevamento della pluralità di tensioni sociali presenti nella società post-rivoluzionaria ed una conseguente disposizione degli assetti politici ed economici al fine di dare sfogo a questa varietà di rivendicazioni e pulsioni entro dei parametri compatibili con la transizione al socialismo.

Ove lo “stato di transizione” non tenesse conto di queste potenzialità insite nella borghesia decaduta, aprirebbe le porte ad una inesorabile guerra civile reazionaria o ad altrettanto distruttivi episodi degenerativi.

Fatto che, in una fase immediatamente post-rivoluzionaria, potrebbe facilmente determinare il collasso del neonato potere popolare.

Economicamente occorre allora lavorare in una logica di “insiemi e sotto-insiemi”:

L’insieme è lo stato socialista di transizione, a guida rivoluzionaria mediante la direzione di uno o(meglio) più partiti uniti in una dinamica di fronte democratico-popolare; i sottoinsiemi li potremmo immaginare così: da una parte il mantenimento, per la borghesia decaduta(non più “classe media globale” perché la rivoluzione nell’esautorarla dal potere la priverebbe dei rapporti organici con la finanza internazionale), di un economia di mercato pur se controllato;

Dall’altra l’incentivazione, la cura e lo sviluppo(da parte dello stato) di un sistema di “economia comunistica”, estraneo al valore di scambio ed incentrato sul valore d’uso.

Al fianco di queste due principali forme, una terza: il cooperativismo, contraddistinto dagli elementi tipici della rapportazione capitalistica per ciò che attiene alla produzione secondo la legge del valore di scambio, pur se segnato da una conduzione dell’azienda determinata da parte dei lavoratori stessi(la necessaria nazionalizzazione dei settori economici e finanziari strategici è un passaggio fondamentale, ma pre-socialistico: “ipo-socialistico”).

Nel primo caso si dovrebbe procedere comunque ad una parziale democratizzazione delle dinamiche produttive, favorendo il principio della co-gestione tra i lavoratori dipendenti di un’azienda.

Nel secondo caso invece, con l’ausilio dello stato, si dovrà applicare  il principio della “autogestione integrale del lavoro”: ai lavoratori verranno consegnati i mezzi della produzione, che dovranno essere soggetti, tramite degli appositi “consigli dei lavoratori”, ad una autogestione integrale.

Verrà abolita la distinzione tra lavoro manuale ed intellettuale, e tra  funzioni esecutive e direttive: ed è poi quest’ultimo punto rintracciabile nell’interessante spunto che Michael Albert offrì in occasione del WSF 2002 proponendo un’idea di “lavoro bilanciato”.

Egli, sostenendo che “ogni lavoro in qualunque sistema economico è un conglomerato di mansioni e responsabilità”, e che il lavoro stesso è suddiviso tra una “classe coordinatrice dei managers, degli ingengneri, degli avvocati, dei dottori ed altro”, e una classe di lavoratori subordinati “routinari” esclusi dall’acquisizione di “responsabilità”(direttive), arriva a suggerire quanto segue: <<Passare a lavori bilanciati significa che dobbiamo suddividere le mansioni e le responsabilità così che, invece, ogni persona ne abbia una combinazione con effetti complessivi sulla qualità della vita e soprattutto sulle conseguenze per l’avanzamento personale in sintonia con la media>>”.

 

Questi sotto-insiemi, questi sistemi ad embrionale economia “comunistica”, dovrebbero rappresentare l’ossatura per l’affermazione di “comunità comuniste”, la cui diffusione entro il territorio dello stato di transizione dovrà essere, ad opera dello stato stesso, perseguita come obbiettivo primario tutelato dalla costituzione.

Sarà questa “rete orizzontale di comunità”(comunitarismo?)  ad assumere gradualmente un sempre maggiore rilievo economico nel paese, giungendo a “convincere”, “persuadere” progressivamente le diversificate componenti sociali presenti (borghesia decaduta e “soggetto intermodale primario”), a optare per il nuovo modello societario; potremmo chiamare allora questa “rete orizzontale di comunità” come “soggetto politico intermodale secondario”: ovvero quel soggetto politico rivoluzionario che, incentivato e protetto dallo stato di transizione, andrà a costituire la forza necessaria a determinare l’edificazione di una società senza classi(il comunismo);

 

Ricapitolando: tale soggetto intermodale “comunistico”(a conferma delle determinazioni logico-dialettiche marxiste)  al momento opportuno(non è possibile vaticinare il quando ed il come), e con l’ausilio di almeno un partito rivoluzionario comunista, andrà a sostituirsi nell’amministrazione della “cosa pubblica” al “soggetto intermodale primario”, artefice della rivoluzione anticapitalistica, ponendo così in essere la nuova società senza classi.

 

Superando la intrinseca staticità del “soggetto intermodale primario”(le masse subalterne della società capitalistica costituite in classe politica attiva), questa nuova “realtà comunistica”, sorretta da un impianto materiale, esistenziale e morale ben definito(sistema di produzione e cultura socialisti) e dalla rappresentanza ad opera di almeno un partito rivoluzionario comunista, andrà a porre in atto il progressivo passaggio del territorio dello stato ad un nuovo regime politico e sociale.

 Le “comunità comunistiche” ovviamente sarebbero, nella lunga fase di transizione, soggette a concorrenza interna con le forze esprimenti ancora un mercato controllato; compito dello stato sarà di far si che nelle rapportazioni tre le diverse realtà non si sviluppino logiche di speculazione pecuniaria.

Altresì compito dello stato di transizione, e in particolare del partito rivoluzionario( o dei partiti) che andrà a raccogliere la rappresentanza delle “comunità comunistiche”, sarà quello di impedire la formazione di una burocrazia statale di tipo parassitario.

Ma come?

Quello che si potrebbe concepire per la fase di transizione è uno stato che si conformi costituzionalmente al programma del socialismo, definendo le sue fondamenta democratiche e garantiste(la certezza del diritto) in maniera inequivocabile, e specificando tecnicamente le fasi per la sua graduale evoluzione in senso comunista.

Una “democrazia”, di transizione anch’essa, ove venga riconosciuta  la legittimità di espressione pluri-partitica a ben precise condizioni: similarmente a come avviene ora, i diversi partiti dovrebbero conformarsi al rispetto, all’applicazione e alla difesa della costituzione socialista, impegnandosi a propugnarne i principi fondanti.

Ma al contempo tali partiti potrebbero e dovrebbero rappresentare, entro i parametri della rivoluzione, le diverse componenti sociali che andranno ad animare la fase di transizione.

Al fine di evitare lo sviluppo di un ceto burocratico parassitario, occorre rivedere i criteri di rappresentanza.

Innanzitutto i partiti della fase di transizione dovrebbero(ferma restando l’intangibile indipendenza del mondo artistico-culturale) assumere la forma di partecipati laboratori politici contraddistinti dalla funzione di veri e propri poli di orientamento culturale generale.

 

In secondo luogo la vita pubblica dovrebbe essere scandita dalla fondazione di assemblee popolari(consigli), che, da un livello amministrativo minimo sino a quello più ampio, consentano una sostanziale ed effettiva possibilità di partecipazione democratica popolare.

Il “consiglio popolare di base” assumerebbe la funzione di ente atto a consentire ai cittadini la scelta diretta dei propri candidati per le elezioni generali alla camera legislativa; oltre a ciò rappresenterebbe il livello base per l’elezione ai vari altri gradi di rappresentanza. La scelta diretta e dal basso dei candidati dovrebbe arginare il rischio di meccanismi cooptativi, primo indice del formarsi di una burocrazia d’apparato.

 

Nella gestione del potere locale la dinamica rappresentativa dei consigli presenta il pregio di poter essere applicata nei diversi gradi circoscrizionali dell’amministrazione: dai quartieri, alle città; dalle zone rurali fino alle circoscrizioni “regionali”.

Ricapitolando: dal basso, riconoscendosi negli orientamenti espressi dai partiti della rivoluzione, i cittadini(tali non solo per “status” ma per piena sovranità politica),  costituiranno dei “consigli” entro i quali la dialettica democratica popolare produrrà l’emergere dei candidati da sottoporre al vaglio elettorale.

 

Ciò, a maggior ragione, potrebbe avvenire nelle “comunità comunistiche”: cioè nelle reti infrastrutturali che necessariamente si costituiranno attorno ai modelli produttivi soggetti ad autogestione integrale dei mezzi di produzione e del lavoro;

In questa sede infatti, conformemente agli indirizzi della costituzione socialista, ai “consigli” potrebbe essere progressivamente affidata la normazione delle rapportazioni sociali interne alle  stesse “comunità”: questo passaggio dovrebbe essere chiaramente contraddistinto da una sostanziale omogeneità di fondo per tutte le comunità(le indicazioni programmatiche essendo per altro evincibili nella costituzione dello stato di transizione); anche se le differenziazioni “regionali”dovranno assumere un ruolo portante nell’autogoverno civile e amministrativo di queste entità sociali autogestite.

Resta per altro chiaro che per sottrarre questi assai generici, ipotetici ed immaginifici( ne sottolineo ancora  il carattere non “serio”)  spunti ad una qualche errata interpretazione bisogna ribadire quanto segue:

1) E’ impossibile, se non ridicolo, inquadrare l’idea delle “comunità autogestite” al di fuori di uno “stato di transizione al socialismo”; quindi si tratta di un progetto interno alla fase di transizione successiva ad una trasformazione rivoluzionaria degli assetti di potere.

2)In una logica di “progresso asimmetrico” del socialismo nel mondo(non ne è possibile un’espansione omogenea e simultanea), a fronte di un coeso sistema imperialistico, è necessario concepire come primo dovere dello stato di transizione quello della sua auto-difesa.

A tale realtà vanno conformati i progetti di costruzione del socialismo; i quali(sebbene mai vi si dovrà rinunciare in nome del pericolosissimo “emergenzialismo”), saranno per forza di cose soggetti, nella loro esecuzione, allo stato di cose del momento.

3) Un siffatto procedimento di costruzione del comunismo implica necessariamente che esso si sviluppi nel contesto di un vasto campo di paesi socialisti: questo significa che non è contemplabile  l’avviamento della fase “comunistica” in un paese solo; al contrario per lo sviluppo di uno “stato di transizione” può e deve esserci il concorso di una vasta alleanza militare e d economica tra paesi antimperialisti(non necessariamente socialisti).

 

Francesco M. Ibba


Note

1 Norberto  Bobbio: “Democrazia”, “Dizionario di politica”, a cura di Bobbio-Matteucci-Pasquino, UTET, Torino 1983, pp.308-318;

2 La gerarchia delle fonti, nel diritto italiano, include: la costituzione – le fonti comunitarie(direttive e regolamenti) - le leggi ordinarie – i regolamenti governativi – gli usi;

3 Sottolineo a questo punto la tematica  che Michael Moore (regista di “Farenheit 9/11”), in un suo documentario sugli USA, “Bowling a Colombine”,  ben individua  come idea-forza( della “cultura” nord-americana) propugnata ossessivamente dai media statunitensi: un richiamo costante, pervasivo e permanente ad una sensazione di “panico” verso nemici, immaginari o verosimili, esterni ed interni, che minaccerebbero gli USA.