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EditorialeUn nuovo percorso La Rivista cambia nome, dopo un periodo di gestazione, in cui ha assunto la denominazione di “Comunità e Resistenza”. Questo non è dettato da frettolosi ripensamenti né da correzioni di rotta teorica, ma l’esito meditato di un percorso culturale e di elaborazione che ci ha finalmente portato sul terreno che faticosamente abbiamo cercato di arare in questi anni. Il punto di approdo lo abbiamo colto nel concetto di Comunismo delle Comunità, che, lungi dal rappresentare un ossimoro, vuole invece essere la plastica raffigurazione della complementarietà dei due termini e della necessaria esplorazione dei nessi, secondo noi inscindibili, come possibile declinazione di una vera alternativa al modello liberale in tutte le sue espressioni, culturali, politiche e sociali. Una nuova teoria che si faccia prassi deve aver sgombrato il campo dalle macerie e dagli equivoci post-novecenteschi che ancora ci trasciniamo dietro, inutile zavorra che impedisce di portare le idee laddove oggi si trova il terreno dello scontro ed impera l'ideologia atomistica dell'individuo consumatore in un capitalismo che ha distrutto ogni residuo comunitario di classe, sia ideologicamente che materialmente, attraverso la parcellizzazione e la dispersione dei processi produttivi. Rimanere indietro ed attardarsi nel rispolverare arnesi ormai inutilizzabili rappresenta un vero torto alla ragione ed alla possibilità di incidere culturalmente sulla realtà ed è per questo che la Rivista intende porsi come punto di riferimento per il nuovo terreno di scontro teorico con nuovi strumenti d’analisi. L’approfondimento e la riflessione teorica originata dall'osservazione della realtà saranno, infatti, punti centrali della Rivista, aperta, come sempre, a molteplici contributi. Comunismo e Comunità vede l’ingresso di nuovi redattori, spinti anch’essi dall’esigenza di ricerca e di “nuove praterie” dove accendere “scintille”, stanchi di essere rinchiusi nella “riserva indiana” in fantomatici mondi paralleli, dove l'incomunicabilità con l'esterno diviene elemento tragicamente dominante. Il rapporto tra Comunismo e Comunità, dicevamo, il problema della reale libertà individuale (fagocitata dalla retorica liberale ingannevole), del percorso autonomo esistenziale di ciascuno, nella società nichilistica portatrice di esempi e modelli contrari all'uomo come essere sociale e razionale, il libero sviluppo della Comunità (intesa in tutte le sue declinazioni) come luogo aperto per unificare ancora una volta la speranza di un’altra società, la voglia di un Comunismo libero dalle pastoie degli “ortodossi”, dei “burocrati amministratori del fallimento” e “dell’estremismo urlante autoreferenziale”: tutto questo intende essere messo a fuoco in questo e nei prossimi numeri di una Rivista che vuole essere luogo di incontro di sensibilità inclini alla riflessione e alla critica razionale del sistema capitalistico annientatore dell'essere umano. La coraggiosa e complessa riproposizione del termine comunismo, così bistrattato dalla storia reale della prassi e dell'ideologia, è il risultato di una lunga riflessione che ci ha portato a non voler far piombare questa parola, carica di significati metastorici e sempiterni, nel dimenticatoio dei residui museali o della forma senza sostanza, né tanto meno nell'ideologizzazione dura e pura, che si ostina a proporre il comunismo secondo metafisiche visioni manichee e pretenziosamente ortodosse. Restituire alla parola comunismo tutto il suo significato, liberandolo dalla stratificazione ideologica unilaterale compiuta in un secolo di storia, è possibile a nostro avviso ricorrendo alla complementarietà di tale parola con la comunità. In effetti, il comunismo, se non è comunitario, non è. Può sembrare un'ovvietà, ma è invece il punto dirimente della scelta ardua di riproporre senza esitazioni la declinazione teorica di un comunismo liberato da allucinazioni messianiche, positivistiche, meccanicistiche (sul piano teorico) e da prassi suicide, come la regressione nella pura forma folcloristica ripiegata sul sistema capitalistico e conflittuale o l'estremismo comportamentale estraniato ed antisociale. Il comunitarismo filosofico, cioè la considerazione dell'uomo come essere inscindibile (seppur distinto e specifico) dalla comunità umana, universale e particolare, è l'antitesi radicale della visione liberale del mondo, fondata su un'astrazione teorica avulsa dal reale, che vede l'individuo come ontologicamente precedente la comunità, dunque da essa scisso e ad essa legato solo a posteriori. Il comunitarismo, pertanto, è un indirizzo filosofico generale che offre il campo di innesto del comunismo come ideale metastorico. Non v'è alcuna contrapposizione tra comunitarismo filosofico e comunismo politico, essendo l'uno la premessa del secondo e il secondo l'esito del primo. La comunità è luogo di manifestazione del proprio essere sociale, estranea ad ogni sua possibile deriva di tipo organicistico, esclusivista o nazionalista. La comunità umana cui facciamo riferimento è altresì del tutto estranea alla visione “comunitarista” innestata perfettamente nella società liberale, che predica la costituzione di comunità etniche chiuse all'interno dei ghetti periferici delle città occidentali, sotto la spinta dell'immigrazione incontrollata. Quel tipo di comunitarismo, oltre a negare lo stesso concetto di comunità politica, che trascenda la mera differenza etnica, predica in realtà un relativismo culturale esasperato che non è altro che il velo ricoprente una concezione mono-culturale e mercato-centrica delle relazioni umane. Tali derive comunitariste, in effetti, sono speculari e solo falsamente opposte all'atomismo liberale della civiltà sradicata, senza nome e senza storia. La comunità è il veicolo stesso (affettivo, di conoscenza e di coscienza e partecipazione) che conduce l'individuo all'universalità. Essa si declina in tutte le sue forme possibili dai livelli di maggior vicinanza fino alla cittadinanza politica; essa è luogo di reale esercizio della propria virtù politica e sociale che, se non vive all'interno di contesti prossimi all'uomo ed estraniati dall'identità e dalla riconoscibilità, può divenire pura astrazione teorica. L'aggregazione umana intermedia, che lega l'uomo all'altro uomo, è l'elemento necessario e vitale per superare quel “salto nel vuoto” di roussouviana memoria che avrebbe dovuto creare, attraverso una presunta ricostruzione ex novo del genere umano, una comunità totale rinascente secondo virtù. Il Comunismo e la Comunità sono, dunque, concetti che si compenetrano l'uno nell'altro, dove la comunità è mediatore reale e vivo tra singolo e contesto e il comunismo è la prassi di organizzazione solidale della vita comunitaria. La comunità può esistere se l'individualità si pone di fronte ad essa nel pieno della personalità, in piena distinzione ontologica, in piena possibilità critica e con rigore e disciplina personale. Se non è cosi la comunità regredisce allo stato di branco o allo stato di collettività anonima massificata e con essa cessa di esistere l'individualità libera e cosciente. Il riferimento alla comunità, come luogo in cui il comunismo si innesta in forma reale, senza pretese rigeneratrici collettive, senza disprezzo per la storia, ma con la semplice e pura volontà di modificare i rapporti di produzione e i rapporti umani collettivi, è il riferimento alla necessità del momento etico-politico profondo, come spazio di incontro virtuoso tra singoli liberi dalla contraddizione sociale stratificata nel rapporto conflittuale: momento che sia reale innesto tra vita personale e vita comunitaria. “Ben sapendo che nessun futuro rigenerato e puro ci attende, poiché l'uomo sociale è per natura contraddittorio, nulla può impedire di ribellarsi all'oscenità e all'invadenza della nostra intimità di un sistema sociale brutale che valorizza i peggiori istinti della persona, rendendone allo stesso tempo invisibili le cause e le ragioni. Un sistema che si ammanta di forma, di procedure, di potenzialità. Che predica il possibile, l'onnipotenza, l'evasione, la fuga. Un sistema che distrugge stabilità, radicamento e senso di appartenenza; ruoli e arti; lavoro e relazioni. Questo sistema deve essere lottato con la fondamentale coscienza che tale lotta non sarà mai sostitutiva del percorso intimo esistenziale di ciascuno, ma sarà complemento indispensabile di coerenza profonda tra necessità intima e organizzazione comunitaria. Due concetti inscindibili, eppure da tenere rigorosamente distinti. Abbandonando ogni visione messianica universale, respingendo il mito della redenzione collettiva in terra, è possibile agire con profondità nel reale, senza equivoci e in piena luce”, come stiamo tentando di fare. Riteniamo pertanto che “Comunismo e Comunità” sia
l'approdo finale di un travagliato e limpido percorso e possiamo scommettere che
tale nome avrà lunga vita, dando nuova linfa e una nuova veste a questo luogo di
dialogo libero reale.
La Redazione
Comunismo e Comunità n° 0
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