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EditorialeLa congiuntura politica di questi mesi è stata segnata dal cambio di maggioranza di governo avvenuto il 14 Aprile in seguito alle elezioni politiche vinte dalla coalizione di Silvio Berlusconi frutto dell'alleanza fra il neo-nato PDL (popolo della libertà) e la Lega Nord di Umberto Bossi. Al di là dell'avvenuto passaggio di potere, il punto decisamente più significativo è l'affermazione nettissima del bipartitismo, evoluzione naturale del bipolarismo, inaugurato con il passaggio alla seconda repubblica nel 1992, la fine dei vecchi partiti di massa e la creazione di due blocchi ideologicamente contrapposti nella forma, ma in realtà partecipi di un progetto politico del tutto convergente. Accanto alla coalizione vincente, il Partito Democratico di Walter Veltroni, pur sconfitto, vince la propria battaglia del voto utile incanalando la quasi totalità dei voti rimasti geometricamente a sinistra della fittizia barriera immaginaria che divide il mondo della rappresentanza politicoideologica. Ciò che è interessante rilevare sono alcuni passaggi culturali epocali: innanzitutto la transizione delle forze politiche del centro-sinistra capitalistico da un'implicita, per quanto chiarissima, dottrina ultra-capitalistica liberale, ad un'esplicita, insistente e forsennata affermazione pubblica della stessa. Ciò dimostra il fatto che la fase di trasmutazione politico-ideologica del proprio elettorato storico (che sia in coscienza o in incoscienza non rappresenta l'essenziale) è ormai avvenuta, traghettata dolcemente da 15 anni di passaggi graduali retorici da un profilo socialdemocratico (a parole) fino al capitalismo neoliberale smascherato e svergognato anche nella forma propositiva. Che il centro-sinistra capitalistico fosse il cuore stesso della strategia dei poteri dominanti è cosa chiara dal 1992, anno in cui il ceto politico post-comunista, dopo la tempesta di manipulite, si riversò nella gestione affaristico-oligarchica del potere sotto nuove spoglie, secondo le direttive di un capitalismo in trasformazione, insofferente verso qualunque forma di contenimento e controllo, anche fosse di natura assistenzialistico-corrotta, delle ambizioni degli interessi dominanti. Basterebbe d'altronde osservare le sciagurate politiche economiche ed estere dei governi di centro-sinistra per comprendere la natura delle forze politiche progressiste italiane nell'ultimo quindicennio (e non diversamente, le speculari europee): liberismo assistito, europeismo duro e puro dissennato, distruzione progressiva dello stato sociale con sua conseguente privatizzazione, precarizzazione continua del contratto di lavoro, svendita del patrimonio pubblico, interventismo bellico .umanitario. (Jugoslavia 1999, mantenimento delle truppe occupanti in Afghanistan). La nascita del Partito Democratico, e la sua ideologia capitalistica assoluta, non è dunque una novità sostanziale, ma sancisce il definitivo sbarco formale, dichiarato e nitido verso il pensiero unico in tutta la sua potenza devastatrice. Sancisce il trionfo della democrazia rappresentativa occidentale come macchina di manipolazione di opinioni e punti di vista, incanalabili, grazie all'esaltazione dell'identitarismo formale, alla personalizzazione da stadio della politica e alla creazione di nemici estetici ad hoc, entro coordinate ben precise. Il PD catalizza i consensi provenienti da impostazioni ideologiche diverse, presentandosi come un raccoglitore di modernità democratica, e riuscendo a far passare le peggiori nefandezze politiche e i peggiori progetti oligarchici di dominio economico, sotto le vesti ideologiche della modernizzazione, del buon senso politico, dell'individualismo meritocratico e della lotta alla burocratizzazione. In tal senso la nuova forza politica rappresenta, in verità, il trionfo integrale dello spirito di questa epoca, laddove il PDL di Berlusconi e soci, ne incarna invece una versione più sbiadita e deviante. I profili programmatici delle due forze sono pressocchè identici, ma l'essenza del PD, in una certa misura, è decisamente più impregnata di ultra-liberalismo ideologico. Il nuovo governo guidato da Berlusconi, infatti, ha puntato su una campagna ideologica mista, che, alla ripetizione corale dei dogmi del libero mercato, della deregolamentazione del lavoro e di una politica estera imperialista (nei toni estetici ancor più manifestamente aggressiva), accompagna una patina di spirito critico degli eccessi della globalizzazione e del liberismo, ben rappresentata dal ministro dell'economia Giulio Tremonti (si badi bene, tale differenza è una sfumatura di ordine ideologico e formale, non certo sostanziale-pragmatica). La sinistra radicale, scomparsa dal Parlamento, dopo l'esperienza tragica del governo Prodi, ha subito un'autentica disfatta che ha travolto tutti i partitini cosiddetti “comunisti” e frattaglie varie riuniti sotto la Sinistra Arcobaleno che hanno terminato il loro poco onorevole cammino parlamentare e governativo sotto l’imbarazzante sbarramento del 4% sgombrando finalmente il campo, per il momento, da equivoci ed opportunismi di ogni risma che hanno caratterizzato la loro permanenza al Governo per un anno e mezzo. È sperabile ed auspicabile che il ceto dirigente di questa sinistra non si riformi sotto altra denominazione vista la sua totale inconsistenza politica e la parallela e nefasta capacità di mantere un identitarismo formale che non fa che confondere le acque già tormentate dell'orientamento ideologico generale. Ma il problema è più complesso ed investe l’intera area che si richiama all’idea comunista e che oramai deve fare un esame di coscienza teorico prima e pratico poi, troppe volte rimandato dal 1991. Quel che esce sconfitto malamente dalle urne non è solo il piccolo cabotaggio opportunistico dei ceti dirigenti del PRC, del PdCI e dei Verdi, ma l’incapacità della sinistra radicale di dare una nuova visione del mondo, della società, dei rapporti comunitari, alternativa al modello capitalistico e liberale rappresentandone, in verità, soltanto una variante scolorita e “buonista”, venuto meno il modello sovietico. Davanti alle domande poste dai selvaggi processi di globalizzazione economica e sociale, dalle guerre imperialiste, dal mutamento dei processi sociali, dalle questioni etiche che fondano il nesso tra Individuo e Comunità, la sinistra è debolissima, e fatica a dare risposte, impantanata com’è nei dogmi del progressismo occidentale, nel suo laicismo da salotto, nella sua indifferenza se non preconcetta ostilità verso i sentimenti di appartenenza comunitaria intesa in senso ampio ed aperto. Nemmeno i richiami micro-identitari (senz'altro migliori dell'opportunismo esasperato dei neo-arcobaleni) che siano in forma partitica (Pcl) o movimentistica (Sinistra Critica), aprono prospettive di fondo di critica radicale del mondo contemporaneo, capace di incidere sulle molteplici contraddizioni di questa epoca, al di là di un approccio settario alla trasformazione sociale. Bisogna dare risposte forti e umanamente radicate, alle istanze della società moderna che saldino gli individui ad un bene comune sempre più in balia di spinte nichiliste prodotte dal capitalismo e dalla mercificazione dei rapporti umani. È evidente quindi che non basta rispolverare una “falce e martello” nel proprio simbolo, né tantomeno proporre inesistenti agitazioni movimentistiche prive di saldi riferimenti teorici e di capacità di coinvolgimento. C’è bisogno di una paziente rielaborazione teorica e culturale che ponga al centro della riflessione un’alternativa visione dell’Uomo, della sua dimensione sociale, dei modi di produzione e di sviluppo, ma che sia poi calata e traducibile nella realtà delle lotte politiche e sociali da un soggetto ampio che ne sappia declinare e decifrare le istanze e l’identità. Senza folklori identitari, né movimentismi rivendicativi e obsoleti. D'altra parte la sinistra “radicale”, nella sua esperienza governativa, è stata utilizzata dal potere dominante, tramite una devastante operazione culturale, come mero zimbello ideologico per dipingere una rappresentazione ideologica della realtà inesistente. Il gioco è durato finché è stato necessario, dietro la cortina di fumo di un paradosso onirico: mentre i vari partiti della sinistra “radicale” (i vetero-comunisti del PdCI. i movimentisti di Rifondazione, gli ecologisti irresponsabili verdi) si integravano, sempre più diligentemente, ai progetti ultracapitalistici dell'Unione di Romano Prodi, la stampa e l'informazione, al contempo, sparavano contro la croce rossa dei sinistri, tacciandoli di conservatorismo, vetero-comunismo, anacronismo, estremismo, creando così quell'immagine fittizia di una sinistra riformista illuminata (il PD) pronta ad accettare le sfide della modernità e della globalizzazione con il giusto carattere, contrapposta a una sinistra radicale anacronistica, comunista e fuori tempo massimo, inadatta alla gestione resposabile del potere contemporaneo flessibile. Un'immagine di rara comicità se non fosse tragica la forza mediatica capace di farla passare come vera. La realtà complessiva della metà sinistra dell'emiciclo parlamentare naturalmente è stata ben altra: da un lato si collocano le forze ultracapitalistiche interne alla gestione verticistica del potere dominante, in contatto diretto con i poteri transnazionali, il capitalismo finanziario USA e l'apparato di capitalismo italiano arretrato e parassitario ad esso legato (PD). Più a sinistra geometricamente si sono poste, più o meno ingenuamente o opportunisticamente, le stampelle folcloristiche del medesimo progetto di dominio, senz'altro meno pericolose e meno potenti, che a parole dichiaravano di voler salvare il salvabile entro i margini della governabilità (miraggio abbracciato da molti in buona fede), mentre nei fatti si piegavano alle peggiori nefandezze politiche compiute in un solo anno e mezzo di governo. In questo marasma ideologico e reale, le forze della destra berlusconiana, hanno avuto buon gioco nel saper incanalare il disagio sociale verso la propria proposta politica, feticizzando gli spettri della sicurezza e dell'immigrazione clandestina delinquenziale, puntando sui voti utilissimi della Lega, in grande rafforzamento. Il sistema capitalistico raggiunge in questa epoca la propria dimensione politica ideale, grazie alla formazione di blocchi sociali la cui identificazione simbolica passa solo per il tramite di aspetti estetici, marginali e moralisticamente e parzialmente filosofici di visione del mondo. Stretti attorno allo stesso progetto di dominio, nella sete comune di mercificazione progressiva della società, i due blocchi politici italiani, secondo la consolidata tradizione progressismo-berlusconismo raggiungono oggi una nuova dimensione di gestione del potere. Inizialmente, a partire dal 1994, lo scontro muscolare bipolarista descriveva due apparenti visioni del mondo inconciliabili: da un lato il progressismo laico, colto, social-liberale, antifascista azionista, unito al sindacalismo capitalisticamente integrato del lavoro dipendente, alleato con il progressismo cattolico “illuminato”; dall'altro la reazione insofferente della piccola impresa e del lavoro precario non protetto, un anti-comunismo estetico viscerale, un individualismo genuino insofferente della vessazione statale, incanalato perfettamente dal berlusconismo, capace di integrare in questo marasma parte del cattolicesimo conservatore, il leghismo urlante e i post-fascisti riciclati. La protesi dello scontro ideologico fittizio tra le due visioni del mondo, tra l'illuminismo laico erudito di sinistra e il conservatorismo arretrato e rozzo di destra è venuta smorzandosi in parte, una volta conseguita la definitiva e totale convergenza delle forze maggioritarie sulla gestione neo-liberale capitalistica del potere, e una volta ottenuta la scomparsa delle forze politiche folkloristiche, innocue, poste ai margini dell'apparato bipartitico In tal senso si spiega il definitivo trapasso al più placido bipartitismo mono-liberale, fatto di fair-play all'anglosassone, tanto agognato dalla stampa dominante “al di là della destra e della sinistra” (Corriere della Sera), così come diviene ovvio un accenno di distensione dei toni di scontro rispetto alla campagna elettorale del 2006. Il conciliante ed ecumenico Veltroni è giunto ai vertici proprio nel momento in cui non è più essenziale, ai fini della gestone del potere, l'esasperazione esagerata di fittizie contrapposizioni ideologiche formali, stante l'ormai quasi spontanea convergenza di massima dell'elettorato italiano verso i due grandi partiti. Certo, la polemica ideologica deve sussitere e il teatrino delle idee continuare, e non v'è dubbio che il suo spirito continua ad aleggiare fortemente, sospinto da organi di informazione esperti in questa operazione di mistificazione. Il quotidiano La Repubblica, tanto per fare un esempio lampante, ne ha dato considerevoli prove pre-elettorali e post-elettorali, tramite articoli rabbiosi, nel perfetto stile snobbistico supponente, laico-liberal-progressista, contro il berlusconismo, il clericalismo, l'oscurantismo del nuovo corso politico. Si può scommettere che gli scontri ideologici continueranno come utili specchietti per le allodole per tifosi, eppure non si può non ravvisare un avanzato stato di acquietamento, segno dell'avvenuto trapasso definitivo dell'anomalia italiana dal caos politico post-manipulite, al bipartitismo speculare perfetto in stile anglosassone, in cui vi è solo spazio per interpretazioni diverse, democraticamente confrontate dalle parti in campo, della stessa identica sostanza di fondo. Un'anomalia, tuttavia, seppur non decisiva, resta. Ed è proprio la coalizione di Berlusconi. Non è affatto un caso che la stampa economica straniera dei poteri capitalistici anglosassoni abbia speso fiumi di parole, anche in questo 2008, contro il Cavaliere e la sua squadra di governo. Berlusconi, è una lieve anomalia, sicuramente tollerabile, entro i parametri di gestione assoluta del potere dei gruppi dominanti, poichè, oltre ad essere egli stesso agente economico attivamente operante nel capitalismo (mentre i suoi rivali sono meri esecutori servili dell'affaristica altrui), è eccessivamente populista, accentratore e potenziale fonte di instabilità nella fluida operazione di colonizzazione e mercificazione della società che i poteri vorrebbero brevemente portare a termine. Le parole di Tremonti su petrolieri e banchieri, e le sue dichiarazioni preoccupate circa la globalizzazone, sono testimoni di una linea lievemente meno ortodossa rispetto alle brillanti capacità esecutrici del precedente governo ultra-orotodosso in politica economica. L'anomalia, naturalmente, è del tutto sotto controllo, e non si tratta affatto di un deragliamento rispetto al placido corso di asservimento dell'Italia al capitalismo finanziario transnazionale, e alle dinamiche interne di distruzione del lavoro dipendente e piccolo-autonomo, del potere d'acquisto dei salari, di ulteriore demolizione dello stato sociale, di regressione socioeconomica generalizzata. I passi venturi in tale coerente direzione saranno con ogni probabilità: lo smantellamento del contratto nazionale; il federalismo fiscale, misura che favorirà la concorrenza al ribasso sui servizi sociali e l'ulteriore sgretolamento dell'unità nazionale; le già annunciate nuove liberalizzazioni, in piena sintonia con la furia ideologica del centro-sinistra, che toccheranno i servizi pubblici locali, nuove professioni, e la residua regolamentazione degli esercizi imprenditoriali sul territorio; il rafforzamento della previdenza privata a scapito di un'ulteriore diminuzione della già annichilita pensione pubblica; la detassazione, già avvenuta, del lavoro straordinario, misura favorevole al profitto e contraria all'occupazione; una politica migratoria finalizzata alla precarizzazione pura e semplice dei migranti utili alla valorizzazione dei profitti nazionali; e, per ciò che concerne la politica estera, il mantenimento delle missioni militari a egemonia statunitense, con rischio di coinvolgimento in nuove folli campagne di guerra. Tutte misure facenti parte delle intenzioni programmatiche di entrambe le forze maggioritarie. Ciò che è chiaro è che l'avvento del Berlusconi quater non cambierà in alcun modo decisivo i movimenti di fondo della politica economica, né tanto meno consentirà spazi per la ripresa materiale delle condizioni di vita dei lavoratori sia tramite incrementi salariali, lotta alla precarietà, o il ripristino di garanzie e diritti sociali abbattuti negli ultimi anni. Continuerà l'operazione insaziabile di mercificazione della società, l'integrazione del lavoro entro le coordinate ideologiche e materiali del profitto, e l'impotenza di una sovranità nazionale solo formale, entro il contesto di un'Unione Europea, anch'essa a sovranità limitata, prigione dei popoli e paradiso dei redditieri. Su questo triste sfondo nazionale, la degradazione capitalistica del mondo prosegue incessante. Ad essa si oppongono sforzi sovranisti coraggiosi di potenze emergenti, esperimenti di sviluppo economico endogeno e di politiche sociali avanzate in alcune nazioni del mondo. Non esiste alcun fronte compatto geopolitico alternativo alla devastazione capitalistica assoluta perpetrata in Europa e, sotto il vessillo dell'imperialismo statunitense e del sub-imperialismo europeo, nelle periferie del mondo. Eppure popoli coraggiosi resistono alle aggressioni imperialistiche e Stati sovrani impediscono il dilagare della colonizzazione economica occidentale, garantendo le condizioni per il graduale passaggio da un mondo unipolare americanocentrico ad un mondo multipolare, senz'altro auspicabile per il mantenimento della pace e l'apertura di nuovi possibili spiragli rivoluzionari. In quest'angolo di mondo occidentale corrotto e appassito nel cinismo di un'Europa ridotta a prateria di scorrerie capitalistiche, nella competizione suicida tra nazioni al ribasso sulle garanzie sociali, si gioca una battaglia culturale di decisiva importanza per il futuro dell'Italia, e dei popoli europei. Una battaglia il cui primario intento dovrebbe essere quello di contrastare l'emersione prepotente e accelerata del pensiero unico, dell'individualismo unidimensionale etico-radicale ed economico-liberale in tutte le sue varianti e proposizioni. Una prospettiva rivoluzionaria potrà essere riaperta solo a patto che si metta in discussione integrale il predominio culturale della merce sulla ragione e sullo spirito di appartenenza e solidarietà. Per farlo è necessario contrastare il dilagare dell'individualismo in tutte le sue forme opponendo l'uomo comunitario solidale all'individuo estraniato portatore di istanze particolari. Nella contingenza è fondamentale opporsi ai tentativi culturali di imporre la necessità del predominio dell'economia sulla politica e la riflessione umana. Su questo punto culturale si sta giocando la progressiva integrazione dei popoli entro i sistemi capitalistici assoluti di mercato. La convinzione che non vi sia altra sovranità possibile che quella dei mercati, giudici della nostra vita reale, è il vero nemico ideologico pervasivo di questo tempo.
Comunismo e Comunità n° 1
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