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Berlusconi: la crisi di un’ideologia

 

Le elezioni regionali di aprile hanno sancito la sonora disfatta della Casa delle Liberta’ che ha perso 11 regioni su 13 in una tornata elettorale che ha offerto numerosi spunti di riflessione.

 

Il primo dato evidente è il tracollo di Forza Italia che nonostante una martellante campagna televisiva , ha perso oltre dieci punti percentuali ed ha posto le condizioni per un regolamento di conti interno alla maggioranza che non si è certo concluso con il frettoloso varo del Berlusconi-bis.

 

Gli alleati della Lega, di An e dell’UDC hanno tutti approfittato della sconfitta berlusconiana per ridimensionare il premier e cercare ognuno di portare acqua alla propria base elettorale in crisi.

 

Il collante sociale che univa la coalizione appare , infatti, sempre piu’ in crisi :gli interessi dei ceti sociali “nordisti” che hanno nella Lega e nel Ministro Tremonti i loro punti di riferimento , dopo aver incassato il primo round della devolution contenuta nelle riforme costituzionali , temono che Alleanza Nazionale e l’UDC di Follini possano intralciarne l’adozione definitiva .

 

Soprattutto AN; deve fare i conti, con la fuga dell’elettorato del centro - sud che vistosi tradito dalla mancanza di risorse economiche da destinare al Mezzogiorno e dal mancato sostegno al potere d’acquisto dei ceti medi previsto nel DPEF , ha permesso al centrosinistra di vincere in Puglia con Vendola e addirittura ne Lazio con l’inaspettata sconfitta di Storace a favore dell’outsider Marrazzo.

 

Oramai gli interessi tra i partiti della coalizione confliggono apertamente e lo spazio di manovra per tentare di rovesciare le sorti di una sconfitta epocale nel 2006 si assottigliano con il passare dei giorni, soprattutto per la persistente rifiuto di Berlusconi di abbandonare la scena politica .

 

Ma non c’è solo il nudo e crudo dato politico e numerico dei rapporti di forza a fornire un’esauriente spiegazione di quanto sta succedendo e non sono certo i politici di professione che possono cogliere il dato culturale e metapolitico dei cambiamenti : quest’ ultimi infatti sono troppo impegnati nella gestione corrente del potere e del sottogoverno..

 

Esiste , invece, a mio parere un motivo piu’ profondo per spiegare il cambiamento in atto:è entrato in crisi un modello di far politica basato sull’individualismo e sulla visione del liberismo come panacea di tutti i mali, di cui Berlusconi in Italia è stato l’alfiere e l’interprete piu’ fedele.

 

Badate bene, qui non c’entrano tanto le misure economiche e sociali varate dalla maggioranza che in buona sostanza sono molto simili a quelle a suo tempo approvate dai precedenti Governi di centrosinistra , ma l’aspetto culturale del messaggio che Berlusconi ha consegnato all’”immaginario collettivo” e che oggi non funziona piu’.

 

L’egoismo individuale come motore del benessere collettivo, il “miracolo italiano” basato sulla premessa di una societa’ formata da proprietari –imprenditori mutuata dal reaganismo degli anni ottanta, il  mito della “felicita’ materiale” da inseguire attraverso show televisivi ed ammiccamenti al mondo dello spettacolo sono cose gia’ viste ad esempio negli USA e Berlusconi ne è stato in questi anni il miglior ripetitore, tanto da far credere a milioni di italiani che pure lo hanno votato che vi fosse un “altro mondo possibile” per mutuare uno slogan caro ai no-global.

 

E’ stato lui e non i no - global a proporre un “altro mondo possibile” fatto di reality sul piano sociale ed economico, ma anche sul piano umano ed antropologico, proponendo sogni e miti per cercare di riempire una sostanziale inerzia sul piano politico.

 

Ma come accennato prima , lui non ha inventato nulla di originale, ha semplicemente ripreso adattandola al mercato italico, la ricetta reaganiana del sorriso e dell’iniziativa privata , con un pizzico di cialtroneria tipicamente italiana e spingendo l’acceleratore sulla visione di una societa’ formata da individui atomizzati, produttivi e spinti da mere esigenze egoistiche e materiali.

 

La realta’è ovviamente tutt’altra cosa e la crisi economica che attanaglia il mondo capitalistico dal 2000 ha in modo chiaro e netto confutato tutte queste corbellerie evidenziando al contrario proprio in Italia, il paese che conosceva un grande “ceto medio allargato”, una crescente divaricazione tra ricchi e poveri, una crescente difficolta’ dei ceti medio –bassi a far quadrare i conti di fine mese, un drastico calo del consumo interno ed un calo della produzione da far paura persino agli imprenditori.

 

Ma il vero problema è che a fronte di tante dichiarazioni sull’inesorabile progresso della logica del libero mercato e dell’inutilita’ dello Stato sociale e dei suoi succedanei ,nella societa’ italiana si sta affermando una visione molto diversa che richiama a filoni mai esauritisi e che hanno formato l’ossatura di tanti movimenti politici e che potremmo definire, in termini assai generali, di stampo solidarista e comunitario.

 

L’insicurezza verso il futuro, le minacce all’esistenza quotidiana che provengono non solo dalla percezione di una crisi economica che si riflette sui portafogli degli italiani, ma anche dall’aggressione alla persona nella sua essenza umana , portata avanti dalle guerre e dall’eugenetica, stanno gradualmente insinuando nella coscienza civile di questo paese un bisogno latente di appartenenza a qualcosa che non sia il mero elemento materiale del consumo di beni e merci.

 

Quanto avvenuto all’indomani della morte di Giovanni Paolo II con la massiccia partecipazione emotiva di milioni di persone, compresi i non –credenti, dovrebbe far riflettere tutti quelli che sono interessati al discorso di un recupero di un tessuto connettivo comunitario.

 

Qualcuno piu’ lucido o forse piu’ intuitivo, in seno alla maggioranza ha detto che l’ondata emotiva scaturita dopo la morte del Pontefice ha penalizzato i partiti di governo nelle elezioni che si sono svolte proprio in quei giorni e al di la’ della sempre presente strumentalizzazione politica , esiste un fondo di verita’ in questi rilievi.

 

Ad una concezione dell’individuo sradicato, in balia di se’ stesso in un hobbesiano homo homini lupus si è contrapposta , non importa se in modo condivisibile o meno, un’altra concezione in cui collettivamente milioni di persone hanno cercato e forse trovato un’appartenenza comunitaria ed è a questa domanda che tutti coloro che vogliono usare lo strumento della politica devono fornire adeguate risposte.

 

Mi si obiettera’ che l’occasione era di natura religiosa e quindi non paragonabile a fenomeni di natura politica o sociale, ma rispondero’ che gli schemi rituali sono sempre i medesimi nella natura umana, cambia il soggetto o il vettore che ne catalizza l’attenzione , ma sostanzialmente i meccanismi sono identici.

 

Non si propone di certo in quest’ articolo un appartenenza di natura religiosa ad una fede , ma si vuole porre l’attenzione sul fatto che un pensiero politico comunitario non puo’ oggi prescindere dal tenere in considerazione anche altri fattori come quello appena descritto.

 

Cio’ anche alla luce delle forti critiche al modello capitalista ed alla guerra all’Iraq espresse dal Pontefice nell’ultimo periodo del pontificato e che comunque in un epoca come quella attuale sono sicuramente una voce autorevole fuori dal coro

 

In conclusione, il “berlusconismo” come apologia del liberalismo economico, sociale ed individuale appare in via di declino irreversibile, altri filoni di pensiero appaiono all’orizzonte in modo contraddittorio e non tutti consapevolmente critci dello stato di cose presenti, ma un dato di fondo è possibile coglierlo: una sinistra comunitaria è possibile, anzi necessaria.

 

Paolo Diretti