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Note critiche sull’Eurasiatismo
Da più parti, anche a “sinistra” sentiamo vagheggiare, davanti alla conclamata
supremazia americana, suggestioni e richiami per un’Europa “forte” o addirittura
tardive riscoperte di concezioni “eurasiatiste” che pensavamo, a torto, ormai
superate. Occorre essere molto chiari sul punto. L’idea eurasiatica, si basa e
si appropria di concezioni geopolitiche che seppur suggestive ad una
osservazione superficiale, celano un pericoloso sbandamento verso un nascente
imperialismo europeo con annessa ex-Urss che sappia bilanciare lo strapotere
degli Usa. Ora che la sinistra alla “frutta” debba addirittura ripiegare su
teorie reazionarie di tal specie ci suscita un certo stupore.
Uno dei massimi esponenti, in chiave politica dell’eurasiatismo contemporaneo, è stato sicuramente il belga Jean Thiriart, che negli ultimi anni della sua vita, alla fine degli anni ottanta, ha riproposto il tema a lui caro sin dagli anni sessanta dell’alleanza dell’Europa e dell’ex Unione Sovietica in chiave antiamericana.
La sua visione, come quella di molti circoli eurasiatisti, è quella di una pura logica espansiva della “volontà di potenza” di ispirazione nicciana che trova il suo compimento in una missione “spirituale” che il blocco eurasiatico dovrebbe compiere come completamento di un ciclo che porterà all’individuazione di Mosca come della “Terza Roma della tradizione indoeuropea”.
L’Eurasia è un mito che non tiene affatto in considerazione la divisione tra dominati e dominanti, anzi, esalta il ruolo “dirigista” della classe dominante europea ed in un certo senso aggiunge solo il mito della “volontà di potenza” a quanto sta succedendo oggi nel percorso dell’Unione franco tedesca di avvicinamento alla Russia di Putin.
Per capire meglio il discorso eurasiatista prendiamo a prestito alcuni passaggi da il sito di Progetto Eurasia che recita testualmente: “A chi si rivolge ”Progetto EurAsia”? L’appello ad aderire ed appoggiare il nostro movimento è rivolto ad ogni europeo, istruito o meno, all’influente e all’ultimo dei diseredati, all’operaio e al dirigente, al bisognoso e al benestante, al conservatore e al modernista, allo studente e al tutore dell’ordine, al soldato e al tessitore, al governatore e al musicista rock” (http://utenti.lycos.it/progettoeurasia/). Qui si comprende appieno l’indeterminatezza ed il populismo di queste concezioni tese a sostituire agli Usa uno spazio militare ed economico che sappia contrastare la superpotenza statunitense.
Come vedremo in seguito, però, questa opposizione agli Usa non è almeno in una concezione geopolitica stretta, di tipo politico o economico, ma si alimenta dalla constatazione “scientifica” della necessaria opposizione e conflitto tra gli Usa che fonda la sua supremazia sul dominio dei mari (talassocrazia) e lo spazio geografico continentale denominato dal geopolitico inglese Mackinder “Heartland”.
E’ chiaro che nell’”eurasiatismo” politico non vi è alcuna traccia di critica socialista della società né tanto meno ci si sofferma su che tipo di modello economico - sociale si vorrebbe al posto del capitalismo, ma si indulge solo sul motivo di un’espansione di potenza economica concorrenziale con gli Usa. Non solo, nella loro critica a tutto campo contro l’Occidente, si possono cogliere accenti di totale condanna della storia europea che non possono non suonare ambigui: “la principale tesi dei primi eurasiatisti (il conte N.S. Trubetskoj, P. Savitskij) suonava così: “L’Occidente contro l’umanità, i popoli del mondo, la fiorente complessità di culture e civiltà contro l’unitario, totalitario modello occidentale, contro il dominio economico, politico e culturale dell’Occidente” (tratto dal manifesto eurasiatista di Alexandr Dughin su http://utenti.lycos.it/progettoeurasia/) ed ancora “Patrioti convinti e coerenti, gli eurasisti giunsero ad una conclusione riguardo all’inadeguatezza delle forme tradizionali in cui era stata rivestita l’Idea Nazionale negli ultimi secoli. Il motto dei Romanov – “Ortodossia, Autocrazia, Nazionalità” – era soltanto una facciata conservatrice che celava contenuti ben moderni, fondamentalmente copiati dall’Europa. Il patriottismo sovietico esprimeva l’idea nazionale in termini classisti, che né coglievano l’essenza del problema di civiltà, né riconoscevano precisamente il significato della missione storica della Russia. Il nazionalismo laico dei Romanov era solo formale, ad imitazione dei regimi europei. Il patriottismo sovietico ignorava l’elemento nazionale, spezzava i legami con la tradizione, spazzava via la Fede dei padri”.
In estrema sintesi un pensiero antioccidentale che mette l’accento sul carattere reazionario del pensiero grande-russo in opposizione al pensiero europeo definito “laico” ed “antitradizionale”, e soprattutto svuotando di significati sociali, che non interessano minimamente a questa corrente di pensiero, la Rivoluzione bolscevica accomunata allo zarismo solo allo scopo di restituire un fil rouge alla storia russa contemporanea che infatti trova nell’autocrazia putiniana una sua veste moderna. Un imperialismo concorrente, insomma, per il quale francamente non vediamo come persone che si definiscono di “sinistra” possano nutrire alcuna simpatia.
L’antiamericanismo non può e non ci deve far dimenticare che possono nascere imperialismi concorrenti egualmente nefasti (europeo, asiatico) ma registrare il dato di fatto che hic et nunc l’unica superpotenza tecnologica, militare sul quale si regge l’intero equilibrio mondiale sono gli Usa. La moderna concezione geopolitica dell’Eurasia nasce ad opera di Karl Haushofer (1869-1946), tedesco, che negli anni trenta arriverà a formulare una vera e propria teoria basata sulla teoria dei grandi spazi continentali.
Haushofer sostiene che : “quanto all’idea eurasiana, essa si suddivide in due correnti: la corrente grand-eurasiana, in cui l’Europa è considerata come una semplice penisola della grande massa territoriale che è l’Eurasia, e la corrente piccolo-eurasiana, nata in Russia, che intende semplicemente distogliere l’attenzione della Russia dall’Occidente e dirigere il flusso di energie russo verso Est. E’ impossibile tracciare una frontiera netta e definitiva tra l’Europa e l’Asia, poiché l’immenso territorio che si estende dalla Manciuria ai Carpazi, strada delle migrazioni, forma una unità indivisibile”. Haushofer si ricollega in qualche modo agli Eurasiani russi (Nicolas S. Timachev e N. de Boubnov), sottolineando con essi che lo spazio ucraino polacco è una zona di transizione e di confronto tra la Russia a base sarmatica e l’Europa a base romano-germanica. L’Eurasia dei teorici “eurasiani” russi corrisponde in ultima istanza allo spazio che McKinder chiamava il “perno centrale della storia”. Gli “Eurasiani” russi, spiega Haushofer, sviluppano un progetto geopolitico russo-sarmatico, ostile alle culture decadenti dell’Europa e dell’Asia, assimilabile al progetto autarchico, autoritario e collegiale dei Bolscevichi, salvo che nel dominio religioso, dove essi prevedono uno zar prescelto e un’adesione obbligatoria alla religione ortodossa. Di fronte a questa volontà dinamica, i Panasiatici cinesi e indiani oppongono un’altra volontà rivoluzionaria e la Paneuropa di Briand e di Coudenhove-Kalergi si rifugia troppo prudentemente nella difesa dello statu quo, sull’esempio della Santa Alleanza di Metternich. Il panislamismo, l'idea grand-araba, le idee panindiane e gran-cinese sono altre idee raggruppatrici che si muovono nello spazio eurasiano. Soluzione per evitare ogni conflitto ritardatore e divisore: conciliare le idee paneuropee, eurasiane e panasiatiche. Per Haushofer, la marcia dell’umanità verso delle entità di dimensioni continentali è ineluttabile; una prima tappa potrebbero essere i raggruppamenti “subcontinentali”, teorizzati dal geografo E. Banse nel 1912. Questi parlava di 12 aree: Europa, Grande Siberia (Russia compresa), Australia, India, Asia orientale, “Nigrizia”, Mongolia (con accesso ai mari attraverso la Cina centrale, l’Indocina e l’Indonesia), Gran-California, Terre andine (rivolte verso il Pacifico), America (la parte di America del Nord rivolta verso l’Atlantico) e Amazzonia. Questa classificazione permette di pensare un’organizzazione dei popoli su base subcontinentale. Proprio questa impostazione che sembra non tenere conto delle differenze politiche, sociali ed economiche esistenti, ma tende a sussumerle nella pura spazialità geografica per ricavarne delle conseguenze ideologiche lasciano molto perplessi . E la conferma della necessità di darle una base “mitica” la ritroviamo nelle parole di Alexandr Dughin, altro esponente russo della corrente eurasiatista che ci informa della natura non proprio scientifica della geopolitica : “La geopolitica nella sua forma presente è senza dubbio una scienza di questo mondo, "profana", secolarizzata. Ma forse, tra tutte le scienze moderne, essa conserva in sé la maggiore connessione con la Tradizione e con le scienze tradizionali. René Guénon ha detto che la chimica moderna è l’esito della desacralizzazione di una scienza tradizionale – l’alchimia - come la moderna fisica lo è della magia. Esattamente allo stesso modo uno potrebbe dire che la moderna geopolitica è il prodotto della laicizzazione e della desacralizzazione di un’altra scienza tradizionale - la geografia sacra. Ma poiché la geopolitica sostiene un ruolo speciale tra le scienze moderne, ed è spesso considerata come una “pseudo-scienza”, la sua profanizzazione non è ancora così compiuta e irreversibile, come nel caso della chimica e della fisica. La connessione con la geografia sacra è qui visibile piuttosto distintamente. Perciò è possibile affermare che la geopolitica si trova in una posizione intermedia tra la scienza tradizionale (geografia sacra) e la scienza profana". E qui il cerchio si chiude con il richiamo alla “Tradizione” primordiale si compie un’abile operazione di transfert della geopolitica su un “piano superiore di comprensione” riservata a pochi eletti, ancora una volta in chiave elitaria e misterica ,come in uso presso l’estrema destra europea.
L’Eurasia è per
l’appunto una concezione “mitica” che si ammanta di geopolitica non considerando
affatto la realtà: è la realtà ci dice che oggi i Paesi dell’Est sono i primi ad
essere inseriti nella Nato, ad ospitare future basi americane e ad aver sposato
in pieno l’asse Aznar-Berlusconi-Blair per portare l’Unione Europea su posizioni
filoamericane. Lo sanno tanto bene questo a Parigi e Bonn che Chirac e Schroeder
che hanno posto degli ultimatum ai paesi dell’est in occasione del famoso
documento degli “otto” nel marzo scorso in occasione dell’intervento in Iraq.
Quel che gli “eurasiatisti” di casa nostra, innamorati della finzione mitologica
e non molto attenti alle dinamiche reali, sembrano non comprendere è che la
geopolitica oggi è una concezione imperialista che, infatti, viene sfruttata
appieno dagli strateghi del Pentagono e che non è una scienza “neutra” bensì si
colora a stelle e strisce.
Ancora una volta vagheggiare un’idea e fare i conti con la realtà appaiono due
cose stellarmente distanti, ma non agli esegeti di futuri spazi “grandeuropei”:
ad esempio, come coniugano questi signori le loro concezioni con il fatto che in
Irak sono presenti attualmente, in qualità di truppe di occupazione, i
contingenti di tutti i paesi, tranne la Russia, dei paesi che dovrebbero
costituire questa realtà “eurasiatica”?
Come si può essere coerentemente con la resistenza del popolo iracheno ed
“eurasiatisti” quando i fatti dimostrano che questa decantato “blocco” è in
realtà in piena sintonia economica e militare con gli Usa?
E perchè non
considerare l’idea invece di unione con i paesi arabi del Mediterraneo?
A noi questa idea di “Eurasia” ci sembra una stantia riproposizione di vecchie
teorie, che sulla base della geopolitica, tendono ad innestare pericolose
vocazioni imperiali che nulla hanno a che vedere con un movimento di liberazione
popolare dallo strapotere americano.
Maurizio Neri