Articoli
Torino, 2001
Il problema
dell'indipendenza
Il lettore abituale di questa
rivista sa ormai molto bene che il problema dell’indipendenza non è
qualcosa di puramente culturale o geopolitico, ma è anche e
soprattutto qualcosa di storico e di politico.
In questo momento, si tratta di qualcosa che è confusamente presente nella
coscienza implicita di molti, mentre solo pochi ne hanno
anche una coscienza esplicita.I “pochi” non potrebbero mai diventare
“molti”, se nei molti non ci fosse già, sia pure linguisticamente e
concettualmente poco elaborata, un’esigenza politica e culturale (ed anche
economica e sociale) che non trova però corrispondenza e rappresentanza nei ceti
che monopolizzano l’espressione culturale politicamente corretta. Il
politicamente corretto è dunque un vero e proprio macigno che ostruisce la
strada della comunicazione, e si configura purtroppo come un nemico strategico
per la costruzione di una nuova identità, di una nuova cultura e di una nuova
politica.
Tutto questo è già avvenuto molte volte nella storia, e non bisogna farsi
cogliere dal pessimismo e dalla disperazione. Già Kant sapeva che lo
scontro fra le visioni del mondo antitetiche ed inconciliabili è un
Kampfplatz, un campo di battaglia. Non è possibile evitare la
battaglia delle idee.I nostri avversari non ci regaleranno nulla, e
ci faranno sudare tutto. Personalmente, mi aspetto all’incirca quattro stadi
successivi della loro tattica nei nostri confronti: ignorarci prima; poi
diffamarci, quando sarà ormai impossibile ignorarci; poi scendere a
compromessi, quando ormai la “massa critica” culturale e politica di quanto
diciamo sarà grande; infine accettare il terreno che noi proponiamo,
integrato ovviamente dagli apporti positivi recepiti nel corso di questo lungo
prevedibile scontro. Da come la vedo io, stiamo ancora nel passaggio fra il
primo ed il secondo stadio: la strategia del silenzio è ancora dominante,
ma è possibile che si sia già al limite della prossima e probabile diffamazione.
Essa dovrebbe essere vista come qualcosa di sgradevole, ma anche come un buon
segno. Il segno che qualcosa comunque comincia a maturare.
La prima metà dell’anno 2000 in Italia ha visto alcuni eventi, certo secondari e
non strategici, ma comunque positivi per la creazione di un “campo di
legittimità” per la nostra prospettiva. In estrema sintesi, mi limiterò a
segnalarne tre. Essi non sono affatto “epocali”, anzi. Ritengo tuttavia che essi
nell’essenziale vadano in una direzione positiva.
Il 16 aprile 2000 le elezioni amministrative delle regioni
italiane hanno visto la sconfitta, indiscutibile e sonora, della coalizione di
governo del centro-sinistra, il vettore politico privilegiato della piena
subordinazione del paese agli Usa ed alla Nato (fino alla recente guerra del
Kosovo del 1999). Il cinico baffetto ex-comunista Massimo D’Alema, che
già faceva dichiarazioni di arrogante bonapartismo decisionista, ha dovuto
rassegnare le dimissioni, e mira ad un riciclaggio politico personale futuro
sulla base di una mediazione bonapartistica da raggiungere mediante una
Fondazione extra-partitica. Con le sue dimissioni cade per un periodo
probabilmente medio-lungo ogni pretesa alla centralità politica di comando del
personale politico mercenario Pci-Pds-Ds, vettore privilegiato
dell’americanizzazione culturale e politica e quindi di conseguenza nemico
strategico di ogni indipendenza nazionale italiana. Si tratta di un evento
incondizionatamente positivo.
Il 21 maggio 2000 il ricatto referendario che infestava il
paese da quasi un decennio è stato definitivamente sconfitto, e la banda
mercenaria transnazionale del Partito Radicale, il duo spiritato ed
allucinato Pannella-Bonino, il notabile sardo trombato Mariotto Segni
e lo sbirro gocciolante di sudore Antonio Di Pietro hanno subìto una
provvidenziale sconfitta strategica. Si è trattato della sconfitta del tentativo
di americanizzazione diretta e totalitaria dello spazio politico parlamentare
italiano, tentativo teso a scavalcare il ceto politico professionale dei partiti
(pur sempre lontanamente legato alla rappresentanza di interessi sociali, sia
pure con lo sgradevole accompagnamento dell’incompetenza e della corruzione
individuale e di gruppo) in favore di un personale politico direttamente
dipendente, senza alcuna mediazione intermedia, dalle oligarchie finanziarie
transnazionali. Si tratta di un evento incondizionatamente positivo.
Nel giugno 2000, infine, sono caduti gli ultimi teoremi
giudiziari di Mani Pulite contro Berlusconi,residuo di quel vero e
proprio colpo di stato giudiziario permanente che da quasi
un decennio stava ricattando non solo alcuni politici presi di mira (e non
altri, presumibilmente altrettanto colpevoli), ma la politica in
generale, cioè la possibilità di fare politica senza il ricatto di alcuni
magistrati autonominatisi coscienza morale del Paese. In proposito, non è
decisivo il dilemma se Mani Pulite sia il frutto di un’autonoma decisione di
alcuni giudici coraggiosi oppure di un complotto extra-parlamentare
accuratamente preparato e messo in atto sull’onda di alcune sopraggiungenti
condizioni esterne (crollo del campo socialista, vittoria elettorale di Bossi,
eccetera). In ogni caso, anche supponendo che sia corretta la prima ipotesi (ma
io ovviamente credo assai più alla seconda), si tratta comunque di un
colpo di stato extra-parlamentare, che ha per alcuni anni seriamente
inquinato la rappresentanza democratica in Italia.Anche chi pensa che sia stato
qualcosa di virtuoso (e non di vizioso, come penso fortemente io), dovrà
ammettere che c’è qui qualcosa di profondo che non va. Ma chi crede alla
provocatrice internazionale Carla Dal Ponte,che assolve la Nato ed
accusa la Jugoslavia multinazionale,e si compiace del Watergate e
del caso Levinsky, eccetera, non ha evidentemente capito che oggi lo
svuotamento della decisione democratica e popolare, buona o cattiva che sia,
avviene sulla base sistematica di due strumenti, quello economico (la
globalizzazione finanziaria) e quello giudiziario(la messa sotto accusa
dei cattivi, definiti tali dalle oligarchie imperiali e dai loro servi). Non è
certo per berlusconismo (ma andiamo!) che diciamo che si è trattato di un evento
incondizionatamente positivo.
Possiamo dunque passare ad una analisi culturale e politica, il cui oggetto è
una sorta di “mappatura” preliminare che dovrebbe consentirci, alla fine di
questa sommaria “mappatura” stessa, di determinare quale sia l’attuale stato
dell’arte, cioè il possibile passaggio da una cultura
dell’indipendenza ad una vera e propria (sia pur embrionale) politica
dell’indipendenza. I successivi paragrafi saranno necessariamente brevi,
quasi telegrafici, ma questo è dovuto sia a ragioni di spazio sia al fatto che
ho desiderato esprimermi consapevolmente in modo sintetico. Queste note non sono
infatti indirizzate a “dare la linea” ad un (ancora inesistente) movimento
politico nazionalitario di indipendenza, ma ad adempiere ad un compito
preliminare, che consiste nell’esplorazione e nella conoscenza del terreno.
1. La bancarotta della cultura contemporanea ed il Ventesimo Secolo
visto come un sanguinoso incidente di percorso sulla via provvidenziale alla
globalizzazione.
Prima di iniziare l’analisi e la discussione sui problemi della costruzione di
una cultura e di una politica dell’indipendenza è necessario prendere atto
fermamente di un fatto che non è possibile in alcun modo rimuovere o
censurare: ed il fatto è che noi viviamo oggi in un’epoca di Oscurantismo
e di Anti-illuminismo egemone e dominante in un certo senso inedito da
almeno due secoli(ed in realtà da tre e forse quattro). Quando nel passato si
sono verificati fenomeni culturali di vero e proprio oscurantismo “pesante”
(faccio qui i due esempi delle persecuzioni ecclesiastiche a Galileo e
della cultura razzista del nazismo di Hitler) vi erano però anche delle
opposizioni robuste ed organizzate per contrastarlo. Ma oggi, almeno in questo
momento, non è più così. Oggi la comunità universitaria, compreso quella
“radicale”, il circo mediatico giornalistico e televisivo, comprendendo anche i
settori maggioritari del pacifismo istituzionale, dell’ecologismo governativo e
del femminismo partitico-accademico (e dunque i tre settori essenziali della
Sinistra Politicamente Corretta), ed in generale la “cultura dei colti”,
intesa come il senso comune diffuso fra chi ha accesso alle fonti di cultura
“normalizzata”, sono interamente sottomessi al punto di vista delle nuovi
classi dominanti, le oligarchie finanziarie e le direzioni strategiche di
impresa. Questo dà luogo ad una situazione inedita, che definirei in prima
approssimazione di oscurantismo globalizzato. Questa severa
definizione merita alcune considerazioni di chiarimento. Ho recentemente parlato
con un amico “colto”, che cercava di comunicarmi la sua indignazione del fatto
che si prendesse tanto sul serio il cosiddetto terzo segreto di Fatima.
Egli vedeva questo come un preoccupante sintomo di irrazionalismo,
fondamentalismo religioso e ritorno al peggiore Medioevo visionario ed
apocalittico. Ma, appunto, qui sta il cuore della questione. Quella che dovrebbe
essere l’alternativa all’oscurantismo, la cultura laica di tipo universitario, è
oggi unificata da una interpretazione dominante del secolo XX, per cui il
Novecento, teatro di guerre, totalitarismi ed utopie sanguinose naziste e
comuniste, eccetera, è stato in definitiva una sorta di spiacevole incidente di
percorso sulla via ragionevole e provvidenziale di una unificazione
ultracapitalistica del mondo, la cosiddetta globalizzazione economica e
culturale. Questa concezione, sia pure presentata con l’ausilio di
sofisticate argomentazioni tratte da Nietzsche e da Heidegger, è
infinitamente più oscurantistica ed irrazionalistica dello stesso terzo segreto
di Fatima. Eppure essa è presentata come il culmine dell’esperienza della
razionalità occidentale. Fino a che questo odioso blocco culturale non verrà
spazzato via (è infatti impossibile limitarsi ad “aggirarlo”) non esiste via di
uscita per la cultura contemporanea.
2. La necessità dell’abbandono integrale della dicotomia
Destra/Sinistra e l’indispensabile riorientamento gestaltico.
Quando parliamo di oscurantismo globalizzato che interpreta il XX secolo in
chiave di un tragico ed utopisticamente sanguinoso incidente di percorso sulla
strada obbligata dell’unificazione ultracapitalistica del pianeta, ed in questo
modo raggiunge di fatto una vetta di irrazionalismo tale da far apparire
scientifica la stessa profezia di Fatima, intendiamo alludere soprattutto alla
cultura oggi egemone, che ha fuso insieme la divulgazione del circo mediatico
con la specializzazione rincretinente della cultura universitaria ed accademica.
Questa cultura oggi egemone fonde insieme ciò che un tempo era chiamato
economia di destra (neoliberismo), politica di centro (decisionismo
tecnocratico deideologizzato), e stile di vita di sinistra
(liberalizzazione totale dei comportamenti e confinamento della religione a
risarcimento psicologico per la totale insensatezza della vita o a richiamo per
il solidarismo assistenziale ed il perdonismo sistematizzato, con la sola
eccezione del nazismo antisemita e dello stalinismo hard). Si capisce dunque che
ogni orientamento culturale e politico in base alla dicotomia Destra/Sinistra
è falso, fuorviante, inutile, dannoso e quasi sempre anche ingenuamente
ridicolo.È necessario un vero e proprio riorientamento gestaltico
per uscire da questa tragicomica impasse. Il termine riorientamento
gestaltico significa che bisogna abituarsi a vedere un’altra cosa dove
percepiamo un oggetto che siamo condizionati a vedere in un certo modo. Nel
cosiddetto cubo di Necker è possibile vedere due cubi completamente
diversi, l’uno abbassato e l’altro rialzato, anche se apparentemente l’immagine
disegnata è la stessa. Nella cosiddetta reversibilità di Jestrow
l’immagine disegnata è unica, però cambiando punto di vista per guardarla si può
riconoscere una papera oppure un coniglietto, ed il becco dell’una diventa le
orecchie dell’altro. Si tratta di cose assolutamente familiari ed elementari per
tutti coloro che hanno una pur minima conoscenza della psicologia. Il ritardo ad
abbandonare completamente l’obsoleta dicotomia Destra/Sinistra
non è assolutamente dovuto soltanto a stupidità o pigrizia. Da un lato, si
tratta di un delicatissimo problema di identità individuale e collettiva, il cui
abbandono può essere percepito come una vera e propria “morte” culturale e
politica, perché ne va del proprio rapporto con il passato, individuale o
familiare. Dall’altro, vi sono giganteschi apparati giornalistici e culturali
che sono impegnati giornalmente e settimanalmente per impedirlo e renderlo
impossibile. La dicotomia Destra/Sinistra, infatti, è il modo ad un tempo
normale ed illusorio, fisiologico e patologico, eccetera, in cui si struttura
l‘immaginario politico nel campo orizzontale della fase borghese/proletaria
della società capitalistica, la fase che ha seguito la strutturazione
verticale dell‘immaginario politico medioevale, feudale e signorile, e che ha
preceduto l’attuale strutturazione neoverticale del presente capitalismo
senza borghesia e senza proletariato.Il presente capitalismo (globalizzato o
postoccidentale o postmoderno o nelle decine di modi in cui vogliamo chiamarlo)
è neoverticale in quanto propone un’unica piramide planetaria unificata
da un impero americano che ha il monopolio della violenza strategica aerea e
nucleare. Al vertice di questa piramide ci sta una sorta di nuova nobiltà
imprenditoriale e finanziaria, sotto cui vi sta una nuova classe media globale
identificata dall’accesso mercantile ai consumi, e sotto cui infine vi sta
un’immensa massa multicolore e benettoniana di lavoro “astratto”,
flessibilizzato, precarizzato e costituito dal suo accesso alla cosiddetta
“rete” (web).La cultura di Sinistra, ipnotizzata e rincoglionita dalla
dicotomia apparente Destra/Sinistra, non capisce letteralmente nulla della
natura culturale e politica di questa inedita situazione. Questo è il motivo per
cui essa non capisce assolutamente nulla di quello che intendiamo per
indipendenza, che è appunto il distacco dal “campo globalizzato” in cui
questa cultura si autopercepisce e situa se stessa. Ed è questo il motivo,
purtroppo, per cui essa è al presente l’avversario principale, in quanto
in Italia il termine di Sinistra è quasi diventato sinonimo del termine di
Cultura, a causa della situazione specifica della storia italiana della seconda
metà del Novecento, caratterizzata dalla spartizione di compiti fra governo ed
opposizione (economisti ed industriali a destra, intellettuali a sinistra).
3. Il partito-giornale "La Repubblica" e la progressiva acculturazione
ultracapitalistica del socialconfusionario “popolo di sinistra”.
Il partito-giornale La Repubblica ha ormai venticinque anni, un quarto di
secolo. Il miliardario laico e narcisista Eugenio Scalfari, che ne ha
determinato la linea politica e culturale, può meritatamente vantarsi di aver
contribuito a fare qualcosa di storico, e non solo di congiunturale. Mentre
infatti i tradizionali giornali della borghesia italiana (il cui massimo esempio
è stato ovviamente il milanese Corriere della Sera) hanno piuttosto
segnalato ed incarnato l’unità complessiva di direzione delle classi dominanti
in tutti i passaggi critici della storia del paese, La Repubblica non ha
esercitato questo compito, ma ha piuttosto accompagnato la progressiva
acculturazione (i sociologi cattolici direbbero piuttosto “inculturazione”)
capitalistica di amplissimi settori sociali, professionali e soprattutto
generazionali (la generazione di “sinistra” italiana degli anni Sessanta e
Settanta) che partivano in gran parte da una precedente identità confusamente
ispirata alla cultura socialista, comunista ed extraparlamentare (dal
Psi al Pci, da Lotta Continua ad Avanguardia Operaia, eccetera). è trattato
di una funzione di acculturazione importantissima, quasi inestimabile, di cui il
miliardario laico narcisista Scalfari può essere legittimamente fiero. A dire il
vero, ciò che ha fatto molto bene Scalfari era già stato genialmente previsto
fin dai primi anni Sessanta dal filosofo cattolico Augusto Del Noce,aveva
già acutamente compreso che la logica culturale interna dello storicismo
immanentistico del cosiddetto marxismo italiano (più esattamente
dell’ideologia picista, il volgare salsiccione scambiato per il nobile
pensiero di Antonio Gramsci) l’avrebbe sempre più portato verso
l’adesione alla “società radicale”, cioè appunto all’ultracapitalismo senza Dio
e senza identità nazionale che alberga nel cuore di tutti i banchieri e gli
speculatori.Eugenio Scalfari (in piena sintonia con quanto fecero a suo tempo i
gesuiti della Controriforma) non si è mai occupato del settore popolare, operaio
ed “incolto” del popolo di sinistra, abbandonandolo ai giornali sportivi, alla
televisione-spazzatura ed alla frammentazione sociale dovuta ai mutamenti
produttivi e tecnologici. Egli si è intelligentemente concentrato sul cosiddetto
“settore colto” del “popolo di sinistra” italiano, portandolo per mano alla
integrale secolarizzazione capitalistica globalizzata fatta passare per virtuoso
ed intelligente superamento delle utopie regressive socialiste e comuniste.
La Repubblica è stata a tutti gli effetti L’Unità del nuovo ceto
medio di sinistra, e ne ha influenzato la mentalità ed i comportamenti di
costume, politici ed elettorali. Gli innumerevoli supplementi di Repubblica,
da quelli semicolti (L’Espresso), a quelli supercolti (la rivista
filosofica Micromega) hanno semplicemente obbedito ad una divisione del
lavoro, cioè del target e del bacino d’utenza dei lettori. In tutti
i momenti critici della vita nazionale(dall’adesione nel 1991 alla guerra del
Golfo all’adesione nel 1999 alla guerra Nato contro la Jugoslavia, dalla
sponsorizzazione del colpo di stato giudiziario di Mani Pulite all’isterica
promozione del sistema elettorale americano maggioritario, dall’appoggio
politico al gruppo di mercenari Pci-Pds-Ds fino alla riduzione sistematica
dell’eredità di sinistra italiana al solo antiberlusconismo ossessivo,
eccetera), La Repubblica, o meglio il Partito-Giornale che essa ha
rappresentato, è sempre stata l’avversario culturale principale non solo
di ogni elementare cultura di tipo nazionalitario,ma anche di qualsiasi
cultura e politica di indipendenza. Si tratta del profilo culturale peggiore che
si possa concepire ed immaginare. Per fortuna, si notano incoraggianti segnali
di indebolimento della sua egemonia, e la prima metà dell’anno 2000 ne ha dato
esempi esilaranti (cito qui solo il demenziale appoggio culturale al concorsone
Berlinguer per frammentare ed umiliare gli insegnanti italiani), anche se questo
partito-giornale ha già in un certo senso vinto, avendo adempiuto brillantemente
al suo compito storico.
4. Il partito-giornale "Il Manifesto", sacerdote trentennale della
religione consolatoria della Sinistra Introvabile.
Se La Repubblica ha già venticinque anni, un quarto di secolo, Il
Manifesto ne ha addirittura trenta.In questa sede, non intendo affatto
discutere del lavoro di suoi singoli giornalisti. Come è evidente, ce ne sono
stati e ce ne sono di ottimi, e ce ne sono stati e ce ne sono di pessimi, in
senso sia giornalistico sia culturale e politico. Come alcuni sanno, Il
Manifesto nacque nel 1970 da un gruppo di dissidenti di “sinistra” espulsi
dal vecchio mastodonte Pci. Fra gli “espulsori” ci stavano anche i
giovani burocrati Massimo D’Alema e Fabio Mussi, di cui invito a
rileggere gli esilaranti discorsetti conformistici di ipocrita espulsione, testi
assolutamente essenziali per comprendere la natura antropologica del verme
metamorfico Pci-Pds-Ds nelle sue “scissioni” successive (nel senso zoologico
vermiforme, non certo nel nobile senso politico). Ho rilevato nel paragrafo
precedente che la continuità storica dei venticinque anni di
Repubblica sta nell’avere accompagnato progressivamente l’acculturazione
capitalistica del popolo colto di sinistra, portandolo dall’ideologia moderna
dello storicismo picista all’ideologia postmoderna della globalizzazione
capitalistica. In questo senso, ho riconosciuto che la scommessa di Eugenio
Scalfari è (purtroppo) pienamente riuscita. Nello stesso modo, anche i
trent’anni del Manifesto sono caratterizzati da una sostanziale
ammirevole continuità storica, che ha sempre solidamente sorretto le piccole
svolte e le irrilevanti discontinuità tattiche e politiche. Questa robusta
continuità storica si fonda sulla riconduzione sistematica di tutti i
dissensi, le proteste, le divergenze, i contrasti, i conflitti, eccetera,
all’universo gravitazionale della Sinistra, individuata come il solo punto
archimedico di cultura e senso del mondo e della storia. Certo, l’adempimento di
questo ammirevole compito fu svolto talvolta in modo grottescamente servile
verso il mastodonte Pci-Pds-Ds, come ad esempio nel periodo della nascita del
partito della Rifondazione Comunista (1989-1991), in cui Il Manifesto
si distinse per il suo ingraismo mistico ed onirico e per la sua
ostilità a questa ipotesi di rifondazione. Ma sarebbe ingiusto limitarsi a
queste miserie da politicanti. Ciò che è invece necessario sottolineare è la
continuità trentennale del Manifesto,non le svolte, le bizze e gli incidenti
di percorso. E questa continuità è ferrea, e vive tutta dentro un motto
politico-filosofico: al di fuori della Sinistra non c’è Salvezza, il solo
Senso del Mondo è a Sinistra.
Sarebbe dunque ingiusto e semplificatore identificare troppo sommariamente la
cultura ispiratrice della Repubblica e del Manifesto. La prima
infatti ha giocato un ruolo determinante nella acculturazione positiva di tipo
ultracapitalistico rivolta ad un “bacino culturale” di popolo di sinistra
alfabetizzato, mentre il secondo ha gestito la protesta impotente verso questo
gigantesco processo riconducendola al modello abituale ed innocuo del lamento di
sinistra (non vogliamo morire democristiani, dite per favore qualcosa di
sinistra, ed altre simili idiozie). Dal punto di vista però della costruzione di
una nuova cultura politica dell’indipendenza gli esiti dei due partiti-giornali
sono purtroppo convergenti: dannosità nel primo caso, inutilità nel secondo.
Detto in questo modo telegrafico, questo giudizio potrà sembrare ingeneroso ed
eccessivo. Non è così. Sono infatti convinto che quando uno storico serio del
futuro darà un motivato giudizio complessivo sul trentennio 1970-2000 inteso
come un tutto coerente, e farà un bilancio della lotta delle idee al di là delle
congiunture nervose dell’attualità giornalistica immediata, quanto ho detto in
questi due ultimi paragrafi sembrerà addirittura benevolo ed al di sotto della
realtà.
5. La Cosa Pci-Pds-Ds, vettore politico e culturale principale della
globalizzazione imperiale ed avversario principale di ogni politica e di ogni
cultura dell’indipendenza.
È triste dover ricorrere ad Achille Occhetto ed a Silvio Berlusconi
per la precisa connotazione categoriale della forza politica degli attuali
Ds, ma è necessario farlo, ed il lettore se ne renderà conto anche solo in base
alle sommarie considerazioni che farò in questo paragrafo. Achille Occhetto,
ultimo segretario del Pci e primo segretario del Pds, definì correttamente La
Cosa l’ibrido che stava pilotando nel cruciale triennio 1989-1991, in cui il
crollo dei sistemi statuali e politici del comunismo storico novecentesco fu
identificato con il crollo dell’utopia scientifica di Marx, ed il personale
politico professionale del vecchio mastodonte Pci dovette cambiare velocemente
la ragione sociale e la produzione della loro azienda: dalla via
italiana al socialismo alla gestione mercenaria di un’economia
ultracapitalistica globalizzata. Silvio Berlusconi, leader del Polo
vincitore delle elezioni del 1994 e silurato dal ribaltone congiunto di
Umberto Bossi e di Oscar Luigi Scalfaro,definisce correttamente
Pci-Pds-Ds il salsiccione metamorfico diretto prima dal cinico baffetto
bombardatore D’Alema e poi dal banale buonista malvagio Veltroni.
Trascurando qui sia Occhetto sia Berlusconi vorrei sostenere che il salsiccione
metamorfico prima evocato è effettivamente l’avversario principale di ogni
cultura e di ogni politica dell’indipendenza, e soprattutto fare ciò che i greci
chiamavano logon didonai, cioè darne brevemente le ragioni.
Il vecchio Pci (1921-1991) non era ovviamente un partito come gli altri, perché
era un modello di partito comunista novecentesco, sia pure con caratteristiche
peculiari e specifiche (ma non anomale). Si trattava infatti di un partito
ideologico e di un partito teleologico,cosa che gli altri partiti
assolutamente non erano. Il Pci era un partito ideologico perché legittimava gli
orientamenti della sua pratica politica, sia congiunturale che tattica che
strategica, sul fondamento di un corpo organico di pensiero che ambiva alla
triplice definizione di scienza, filosofia ed ideologia. Come è noto, questo
corpo organico di pensiero era il marxismo, integrato o
meno con apporti anteriori e posteriori (Machiavelli, Lenin, Gramsci,
eccetera). Il Pci era anche un partito teleologico, perché la sua prassi tattica
era legittimata in base ad un orientamento finalistico correlato con una
scansione stadiale in fasi di avvicinamento progressivo di tipo storico. Il fine
era il Comunismo, cui ci si avvicinava mediante la
democrazia progressiva, le riforme di struttura, il socialismo, eccetera.
Bisogna comprendere che le due determinazioni ricordate di partito ideologico e
teleologico sono decisive per capire anche alcuni “effetti collaterali” che ne
seguivano, dal metodo dell’unanimità e del centralismo democratico
all’antropologia dell’intolleranza, del complotto e del sospetto diffusa
capillarmente fra i militanti ("compagni, il nemico ci ascolta e paga i
nostri dissidenti, che sono come pidocchi sulla criniera di un nobile cavallo" -letterale,
Togliatti dixit).
Un partito costruito su di un doppio fondamento ideologico e teleologico non
potrebbe in teoria sopravvivere al crollo totale della sua ideologia e della sua
teleologia. Se però ci immaginiamo, con la sola analogia possibile, una Chiesa
il cui Papa dichiara apertamente che Dio non esiste e che pertanto tutta la
complessa gerarchia di cardinali, vescovi, teologi, suore, pretoni e pretini
potrebbe tranquillamente essere sciolta, possiamo avvicinarci vagamente a quanto
è successo. Di fronte ad un Papa che dichiara che Dio non esiste sono
presumibilmente possibili due vie simultanee. Primo, una parte dell’apparato e
dei fedeli continua a sostenere che invece Dio esiste e loro vogliono anzi
rifondare la stessa religione (ed è il caso di Cossutta e Bertinotti dopo il
1991). Secondo, una parte ancora maggiore dell’apparato e dei fedeli direbbero
che anche se Dio non esiste la povertà, la miseria, l’infelicità ed il bisogno
insopprimibile di miracoli continuano ad esistere, ed allora bisogna continuare
anche in assenza di qualunque garanzia metafisica e soprannaturale.Ebbene,
questa analogia non funziona. L’apparato politico ex-comunista non è
infatti assimilabile ad un corpo di preti senza Dio, che però conserverebbero
comunque una tensione etica e filosofica autonoma. Nel caso dell’apparato
politico professionale ex-comunista (che il cinico baffetto bombardatore D’Alema
rappresenta in modo eccezionalmente realistico) si ha a che fare con un
nichilismo politico particolare, incentrato sulla consumazione progressiva
dell’esperienza della morte di Dio. In termini sintetici, non si ha a che fare
con teologi alla Feuerbach ed alla Marx (Dio non esiste, ed
occorre costruire la società su di un altro fondamento), ma con gli Ultimi
Uomini alla Nietzsche(Dio è morto, c’è solo il Nulla, ed
occorre affermare nel Nulla la nostra volontà di potenza senza fondamenti).Il
lettore mi scuserà questa lunga divagazione filosofica, ma essa è necessaria per
comprendere che il personale politico mercenario di un partito originariamente
fondato in modo ideologico e teleologico, e poi investito dall’esperienza del
nichilismo, è qualcosa di particolare, che dà luogo ad una feccia
umana ed antropologica imparagonabile con qualunque altra. Nello stesso
tempo, vorrei distinguere tre livelli distinti di questo partito, in cui
il pesantissimo termine di “feccia” è riservato solo al primo livello, e non
certo agli altri due qui ricordati.
Il primo livello del salsiccione metamorfico della Cosa
Pci-Pds-Ds è composto realmente da una vera e propria feccia. Si tratta di una
burocrazia professionale priva di coscienza infelice e di riferimento teologico,
esperti professionali in mediazione ed in consenso organizzato. Si tratta
dell’Ultimo Uomo nicciano, che sa che Dio è morto e per questo tutto ormai è
possibile.I suoi intellettuali incarnano direttamente, senza più
mediazioni, l’amministrazione della Retorica del Nichilismo che ha oggi
sostituito la pratica dialogica della Filosofia, e non hanno pertanto
altra Cultura che quella dell’americanizzazione imperiale e della
globalizzazione accompagnata da riti di espiazione e di pentimento per gli
spiacevoli incidenti di percorso ideologici e teleologici del Novecento. Questo
livello esprime una delle più terribili crisi culturali complessive degli ultimi
secoli, e con esso nessun compromesso è possibile. Esso influenza purtroppo
gran parte del mondo giornalistico ed universitario.
Il secondo livello di questo salsiccione metamorfico è
composto da strati di lavoratori salariati, più o meno sindacalizzati, operai,
impiegati e tecnici, che non sono ovviamente in nessun modo nemici, e neppure
avversari. Si tratta di ceti sociali minacciati direttamente dalla
precarizzazione e dalla flessibilizzazione del lavoro salariato, che hanno
vissuto due decenni di sconfitte sociali continue (1980-2000), ed hanno ormai
introiettato una specie di minimalismo depressivo collettivo e
permanente. Essi non sperano più nulla, se non di evitare il peggio. In termini
sintetici, la loro filosofia è una specie di almenismo e di
menopeggismo. Sappiamo bene che anche Veltroni e D’Alema vogliono colpirci e
farci vivere peggio, ma almeno forse sono meno peggio di
Berlusconi e ci colpiranno un po’ meno. Questo minimalismo sociale depressivo è
frutto di una sconfitta generazionale introiettata, e non è dunque scalfibile
con argomenti. Dal momento che un’esperienza di vittoria è altamente
improbabile, ci vuole almeno un’esperienza di resistenza positivamente conclusa.
Il terzo livello di questo salsiccione metamorfico è
composto da quel vastissimo ceto medio globale di insegnanti, impiegati, medici,
eccetera, che si definiscono in modo prevalentemente culturale (un tempo si
sarebbe detto “sovrastrutturale”), per cui l’antiberlusconismo è
identificato con la difesa di una certa qual Cultura che vuole galleggiare
socialmente in mezzo all’involgarimento convergente della televisione-spazzatura
e dei nuovi ricchi del sommerso, del lavoro autonomo ed in generale dei soldi
fatti in fretta in modo più o meno mafioso. In questo senso, l’antiberlusconismo
non è affatto una spontanea reazione di semicolti indispettiti dal Cavaliere,
dalle sue duecento barche, dalle sue quattrocento piscine, dalle forchette d’oro
e dalle poltrone di fantozziana pelle umana. L’antiberlusconismo è stata la
principale ideologia degli anni Novanta in Italia, costruita con il sapiente
concorso di elementi di vario tipo.Così come il menopeggismo negli strati
popolari abbandonati ai giornali sportivi ed alla televisione-spazzatura, nello
stesso modo l’antiberlusconismo degli strati semicolti, colti e
supercolti sono due ideologie di legittimazione, la prima immediata e spontanea,
la seconda sapientemente costruita.In entrambi i casi, però, non si ha a che
fare per nulla con una feccia sociale di mercenari, come nel caso dell’apparato
nichilista Pci-Pds-Ds, ma con il dramma storico e culturale di due strati
sociali bastonati da una sconfitta storica e disorientati dalla caduta di quasi
tutti i loro precedenti parametri (sia ideologici che teleologici) di
riferimento. Questi due decisivi strati sociali sono in realtà i destinatari
privilegiati di una cultura e di una politica di Indipendenza. Occorre
saperlo, e liberarsi da ogni atteggiamento di sterile ed antipopolare disprezzo
e supponenza, in quanto si tratta di possibili futuri alleati strategici.
6. Rifondazione Comunista, il ghetto della protesta istituzionale e la
sua incurabile ed irriformabile subalternità gravitazionale. Le sette
metafisiche parallele, sorgente di sterilità permanente.
Il Partito della Rifondazione Comunista, fondato agli inizi del 1991, ha
già ormai quasi dieci anni. Dieci anni sono un periodo di tempo storicamente
sufficiente per fare un primo bilancio sensato. Ed il primo bilancio sta in ciò,
che Rifondazione fu fondata appunto da un gruppo di anziani dirigenti del
vecchio Pci proprio per impedire che una base di militanti delusi ed indignati
ed un bacino elettorale massimalistico e protestatario privato del precedente
feticcio-salsiccione potessero sbandare verso posizioni estremistiche, quelle
che il mastodonte aveva scoraggiato ed impedito per mezzo secolo. Ed il bilancio
sta ancora in ciò, che, in tutte le occasioni fondamentali in cui si trattava di
appoggiare strategicamente la banda dei nichilisti politici, Rifondazione ebbe
due scissioni di destra maggioritarie nei gruppi parlamentari (1995 per
appoggiare il governo Dini e 1998 per appoggiare il governo D’Alema). Ed il
bilancio sta ancora in ciò, che il confuso massimalismo verbale di
Fausto Bertinotti,erede del verbalismo innocuo del sindacalismo
metalmeccanico e del vecchio e sciagurato Psiup (1964-1972), ha fino ad oggi
sempre sistematicamente coperto l’appoggio elettorale alle sinistre
ultracapitalistiche e filoimperiali di governo, o nella forma della
contrattazione degli eletti in un’unica lista concordata o nella forma ancora
più ipocrita della cosiddetta “desistenza”, del “voto a sinistra” e del “voto
contro le destre”. È dunque chiaro come il cristallo che in campo politico
Rifondazione esercita la stessa identica funzione esercitata in campo
culturale e giornalistico dal Manifesto, verso il quale il confusionario
autodidatta Bertinotti prova una vera soggezione ed un deplorevole complesso di
inferiorità tipico del triste rapporto sindacalisti massimalisti / vati ed
intellettuali della sinistra. Ed è allora altresì chiaro come il cristallo che
per questa ragione Rifondazione non serve purtroppo praticamente a nulla per far
sedimentare gli elementi culturali minimi per una politica di indipendenza.
A proposito di Rifondazione c’è un modo sbagliato di analizzare le cose, che
rende poi impossibile capirne l’essenza. Rifondazione potrebbe infatti essere
accusata, da “destra”, di una cosa tanto estremistica ed utopistica come la
ricostruzione di un partito ideologico e teleologico di tipo neocomunista, e da
“sinistra” di una cosa tanto sgradevole ed opportunistica come la gestione di un
partito menopeggista ed antiberlusconiano che appoggia sempre gravitazionalmente
l’oligarchia ultracapitalistica e filoamericana di governo. Ebbene, questa
apparente contraddittorietà non esiste. È infatti proprio perché astrattamente
il programma comunista, ideologico e teleologico, non è affatto possibile (e
neppure auspicabile, almeno nella vecchia forma novecentesca), che poi
concretamente questa impossibilità diventa una pura copertura verbale
consolatoria, e resta solo l’appoggio gravitazionale alla Cosa di Sinistra.Si
tratta della questione decisiva, profondamente dialettica, che proprio
per questa ragione dialettica (sia hegeliana che marxiana) non può
neppure essere capita concettualmente da militanti identitari educati al
meccanicismo deterministico di Togliatti integrato dal verbalismo
onirico, moralistico e confuso di Ingrao.
Siamo dunque di fronte ad una vera tragedia culturale, che comunque coincide
on il fatto che il blocco conoscitivo generale provocato dalla putrefazione del
programma del comunismo storico novecentesco non è stato ancora superato. Ed è
allora questa la ragione per cui è una strada sbagliata ed un vicolo
senza uscita la via settaria e catacombale di costruire una formazione
politica “ancora più a sinistra” di Rifondazione,su basi necessariamente
anarchiche, marxiste-leniniste, bordighiste o trotzkiste di varia
osservanza.È questa una tentazione ricorrente da decenni presso intellettuali e
militanti, generosi ma confusionari, che non hanno ancora ben chiaro in mente
che la via giusta non è quella della Vera Sinistra o dell’Ancora Più a
Sinistra,ma è quella della costruzione politica di una cultura
dell’indipendenza oltre la dicotomia Destra/Sinistra.
I testimoni di Geova del vero messaggio marxista e comunista,
che ripetono instancabilmente messaggi sorti in diversi ed incomparabili
contesti storici e politici, ormai del tutto superati ed irripetibili, sono
ovviamente mille volte migliori e meno pericolosi dei complici politici dei
bombardatori assassini del Kosovo del 1999. Ma sono anche la testimonianza
vivente di una sterilità storica ormai quasi pittoresca, che scorre
parallelamente a fianco della storia reale e non può essere mai smentita o
confutata, appunto perché non la incontra mai, si guarda bene dall’incontrarla e
per questo sfugge ad ogni possibile critica e confutazione.
7. Il primo elemento irricevibile ed inaccettabile della tradizione
della Destra: la fuga all’indietro della rivendicazione storica.
Abbiamo visto come purtroppo oggi, almeno per il momento, la tradizione
rivoluzionaria di Sinistra, da me evocata nei paragrafi 4 e 6, sia di fatto
inutilizzabile per la costruzione strategica di una cultura e di una politica
dell’indipendenza, riducendosi ad essere una variante di massimalismo
protestatario interno alla cultura della globalizzazione imperiale. È proprio un
vero peccato, perché un vago riferimento a sinistra continua ad essere
anche oggi la matrice umana e psicologica dell’opposizione alla vita quotidiana
nel capitalismo ed ai suoi valori antropologici di integrazione, sia dominante
che subalterna.Ma senza staccare la base antropologica ed umana della
sinistra di opposizione dai suoi vertici dirigenziali culturali e
politici non c’è proprio nulla da fare. Mi secca molto fare una dichiarazione
tanto drastica, ma è inutile girarci intorno. Ogni scorciatoia compromissoria
continua a rinviare inutilmente la soluzione del problema.
Si potrebbe allora pensare che la Destra sia migliore. Una simile
domanda, sia pure posta in maniera del tutto accademica, suona alle orecchie
della Sinistra come la bestemmia fondamentale biblicamente meritevole di
una lapidazione immediata,la confessione di un tradimento morale indicibile,
il segnale di un decadimento non solo intellettuale, ma anche fisico (cioè di un
precoce rincoglionimento senile). Ma non è proprio il caso. Già Cartesioparlò
a suo tempo della positività metodologica del dubbio iperbolico, e su
questo punto voglio seguirlo. Il politicamente corretto non mi spaventa affatto,
e lo considero anzi come un ostacolo epistemologico organico alla concezione
radicale ed ultracapitalistica del mondo.Detto questo, segnalerò subito due
elementi irrinunciabili che rendono impossibile, qui ed ora, ogni collegamento
con l’attuale Destra. Mi riferisco ovviamente alla Destra di Opposizione alla
globalizzazione imperiale americana ultracapitalistica, perché dò ovviamente per
scontato che la cosiddetta Destra di Governo è assolutamente affine, omogenea ed
anche intercambiabile con la Sinistra di Governo in rapporto ai due
fondamentali parametri che mi interessano, quello della fedeltà canina agli
ordini dell’impero americano e quello dell’adesione culturale e politica alla
globalizzazione economica capitalistica.
Un vantaggio relativo della Destra rispetto alla Sinistra sta nel fatto che la
destra è più ignorante, legge poco o nulla, parla solo di donne e di partite di
calcio, mentre la sinistra si crede colta perché orecchia le idiozie del ceto
intellettuale politicamente corretto di regime. Questo apparente handicap
è in realtà un inestimabile vantaggio, dal momento che la barbarica ignoranza
tradizionale della destra la mette inconsapevolmente al riparo del cosiddetto
Pensiero Unico. Mentre la sinistra semicolta ripete i luoghi comuni del Pensiero
Unico come se fossero la distillazione di tutta la tradizione, la destra
pittorescamente incolta non sa neppure che il Pensiero Unico esiste, troppo
impegnata nel gratta e vinci, nel totocalcio e nel parlare solo di cazzate
personali. Essa galleggia e prospera in un magma di pregiudizi tradizionali,
alcuni dei quali ancora peggiori del Pensiero Unico Politicamente Corretto, ma
alcuni dei quali incondizionatamente migliori.
Bisogna però affrontare il primo parametro su cui giudicare la destra che si
dichiara anticapitalistica. Vi sono cose su cui si possono fare sconti, e cose
su cui non si possono farne. Vi sono cose su cui si può sorvolare, e cose su cui
è impossibile farlo. Le cose su cui non si può sorvolare e su cui
non si possono fare sconti sono le cose che determinano purtroppo la tradizione
storica novecentesca della destra, come il fascismo ed il nazismo, il
colonialismo ed il militarismo, il razzismo e l’antisemitismo, e via di
questo passo. Certo, la destra anticapitalistica di regola effettua
autonomamente una cernita e una selezione all’interno della propria tradizione,
ma questa cernita e questa selezione sono quasi sempre a mia conoscenza
insufficienti ed equivoche. Vorrei insistere molto su questi due
innocenti aggettivi (insufficienti ed equivoche), perché lì gira sostanzialmente
tutto il problema che ci interessa. Non mi interessa qui fare il nome di gruppi
e di organizzazioni, di giornali e di riviste, di libri e di pubblicazioni, ma
di andare subito al cuore culturale e politico della questione che mi sta a
cuore.
Iniziamo dalla questione degli immigrati,in particolare
della loro stragrande maggioranza, quelli detti extra-comunitari. Ebbene, è
assolutamente evidente che l’innamoramento politicamente corretto di tutta la
sinistra verso l’immigrato in quanto tale nasconde (male) una voluttà di
autoannientamento nazionale e sociale in direzione di un multiculturalismo del
tipo Benetton. Ma è anche evidente che non è possibile fare nessuna
concessione a forme di razzismo diretto o indiretto verso immigrati neri
e/o musulmani,dicendo ad esempio che l’Europa, l’Italia o la Padania sono
bianche e cristiane, e non possono essere e/o diventare nere e musulmane.
Si tratta di odiosi razzismi falsamente comunitari. L’Europa,
l’Italia o la Padania, eccetera, possono accogliere ed integrare emigrati neri e
musulmani, cinesi e latinoamericani, chiedendogli peraltro, come è normale, di
obbedire alle leggi e di integrarsi nella più ampia comunità nazionale italiana.
Non è possibile fare concessioni di alcun tipo verso chi si propone di costruire
un discorso politico aprioristicamente anti-africano o anti-musulmano. A mia
conoscenza, nella Destra sia governativa sia di opposizione c’è chi questo
discorso lo fa, ed invoca le Crociate, Lepanto o altre inaccettabili
sciocchezze.
Passiamo alla questione dell’antisemitismo.Da un lato, non
bisogna avere paura di dire che il sionismo è stato uno dei più odiosi
fenomeni di colonialismo europeo del Novecento,ed esso resta tale del
tutto indipendentemente dalle stragi di Hitler. Dall’altro, occorre ammettere
che in alcuni casi la critica al sionismo è di fatto utilizzata come
paravento “legittimo” per una critica di tipo antisemita ed antiebraico
in generale,in cui alla fine occhieggia sempre, sia pure accennata in modo cauto
e reticente, la classica tesi del complotto mondiale ebraico per
controllare economicamente il mondo. Ebbene, vale la pena di
sottolineare che nei confronti di tesi come queste non ci può essere
nessuna tolleranza, e bisogna “scoraggiarne” alla radice la loro pretesa di
legittimazione. Non sempre questo avviene in alcune pubblicazioni
della cosiddetta destra anticapitalistica.
Infine, passiamo alla questione del cosiddetto “fascismo di sinistra”,
oppure alla questione della cosiddetta “cultura di destra” dell’Ottocento e del
Novecento.Anche su questo punto è di fatto impossibile fare sconti e
concessioni. È vero che il populismo fascista ha fatto bonifiche agricole ed
assistenza alle partorienti, ma è anche vero che negli stessi anni gettava gas
asfissianti sugli eroici combattenti dell’Etiopia aggredita, e questo secondo
fatto è molto più importante del primo.È vero che Donoso Cortès,
Julius Evola, Schmitt e Jünger hanno detto cose molto profonde
ed intelligenti (quasi sempre più intelligenti di molta retorica confusionaria
di sinistra), ma è anche vero che il loro cinismo disincantato finiva quasi
sempre con il plaudire ai massacri delle plebi maleducate insorte, e questo
secondo fatto è molto più importante del primo.
Possiamo allora “stringere” le nostre conclusioni. Fino a che questo
contenzioso della fuga all’indietro di una rivendicazione storica oggi
inaccettabile ed irricevibile non sarà risolto, non è possibile contare su di
una convergenza positiva in una pratica anticapitalistica comune. È
bene a mio avviso essere chiari e cristallini su questo punto.
8. Il secondo elemento irricevibile ed inaccettabile della tradizione
della Destra: la fuga in avanti della pretesa comunità geopolitica euroasiatica
unitaria.
Nel paragrafo precedente ho sostenuto che la variopinta galassia della destra (o
ex-destra) anticapitalistica non ha ancora fatto veramente i conti con i
contenuti teorici e le pratiche politiche e sociali delle varie Destre
dell’ultimo secolo e mezzo (grosso modo, 1848-1989). Fare i conti non significa
affatto “prendere le distanze”, e dire che “non si è più d’accordo” a reprimere
la Comune di Parigi, a fare la marcia su Roma, ad imporre la dittatura razziale
dei tedeschi sugli slavi o a rinchiudere gli ebrei nei campi di sterminio.
Questa è ovviamente una condizione necessaria, ma non sufficiente. Fare
i conti significa indagare i presupposti teorici, filosofici e scientifici che
hanno portato a questo. Ora, mentre i vari Bloch, Lukács,
Althusser, Gramsci, eccetera,hanno esercitato una critica
immanente ai presupposti della cattiva sinistra, del cattivo marxismo e del
cattivo comunismo, nulla di analogo è stato veramente fatto dai teorici della
destra, compresi i teorici della destra anticapitalistica, che
continuano imperterriti a propugnare un antiegualitarismo radicale ed una
visione elitistica dei rapporti sociali.Si tratta di un punto
assolutamente cruciale,che segna un’asimmetria radicale, almeno in campo
culturale, fra la tradizione di sinistra e quella di destra. Su questo punto
-voglio dirlo apertamente- la tradizione culturale di sinistra è decisamente
migliore. Vi è però un secondo elemento irricevibile ed inaccettabile di molte
posizioni politiche dell’odierna destra (o ex-destra) anticapitalistica. Si
tratta di una illusoria fuga in avanti “comunitaria” verso un’(inesistente)
Europa-Nazione o addirittura verso un’(ancora più inesistente e pienamente
fantasmatica) Eurasia-Nazione, da Lisbona a Vladivostok. Alla base di questa
prospettiva illusoria ci sta forse una buona intenzione originaria, quella di
integrare nell’Europa anche la Russia ed i suoi spazi siberiani ormai fortemente
russificati. Questa estensione geopolitica della geografia europea,
nell’intenzione dei suoi sostenitori, dovrebbe servire a due scopi entrambi
positivi. In primo luogo, creare una “massa critica” di popolazione e risorse in
grado di confrontarsi da pari a pari con il nuovo impero unilaterale americano.
In secondo luogo, contrastare quelle visioni atlantiche ed occidentalistiche che
vogliono un’Europa solo protestante e cattolica (con dentro anche la Nato, il
Canada e gli Usa) ed invece vogliono fuori gli ortodossi e tutti gli slavi “non
normalizzati” e non “polacchizzabili” all’occidentale. Ma di buone intenzioni è
lastricata la via verso il cimitero. È allora strano che teorici che si
dichiarano “comunitaristi”, e vorrebbero dunque fondare un’identità collettiva
su di un’identità sociale realmente comunitaria, evochino poi una nozione
puramente geopolitica come quella di una Eurasia da Lisbona a Vladivostok, che
non è mai stata e non è certamente una Comunità, ma è soltanto un’unità
geopolitica, economica e militare buona per giochi di strategia alla Risiko. Vi
sono però molti argomenti per segnalare l’insostenibilità di questa tesi, e qui
per brevità mi limiterò a ricordarne due.
In primo luogo, è evidente che una definizione puramente geopolitica e
continentale di comunità culturale e politica (l’Eurasia da Lisbona a
Vladivostok) non sta assolutamente in piedi. In questa comunità, tanto per fare
un esempio banale, sarebbero compresi i mongoli buriati e gli yakuti, ma non gli
egiziani, i libanesi ed i tunisini (in quanto appartenenti all’Africa), e
neppure i brasiliani e gli argentini (in quanto appartenenti all’America
Meridionale). Questo porta a vere e proprie assurdità artificiali. Per fare un
altro facile esempio, la tradizione nazionale (e nazionalitaria) italiana è
molto più vicina all’Oriente arabo, a Buenos Aires ed a San Paolo del Brasile di
quanto non lo sia al Galles o alla Finlandia. Lo stesso antiamericanismo è una
trappola culturale, se finisce con il mettere insieme l’inaccettabile politica
imperiale dei governi Usa con tradizioni statunitensi autoctone di carattere
democratico, federalistico e “isolazionistico” (parola ovviamente molto buona e
positiva, e non negativa come impone la tradizione del pensiero unico
storiografico politicamente corretto). Una parte decisiva della cultura
americana “dal basso” è a mio avviso strategicamente amica, non nemica, e questo
ci deve essere molto chiaro.
In secondo luogo, e questo è ancora più importante, in questo momento
l’europeismo è di fatto monopolio assoluto di quelle forze ultracapitalistiche
che si servono del miraggio di un governo comune europeo per imporre una
dittatura ultracapitalistica sul lavoro salariato, da precarizzare e
flessibilizzare ulteriormente, in vista di uno smantellamento progressivo di
quanto resta della sanità, dell’istruzione e dei trasporti pubblici. Questo
governo comune europeo è anche pienamente “atlantico”, e la recente guerra del
Kosovo del 1999 lo ha ulteriormente dimostrato. In questo momento l’”europeismo
anticapitalistico” è un semplice miraggio astratto per ingenui, nel caso
migliore, o un alibi nobile per politicanti furfanti, nel caso peggiore (che è
poi quello prevalente).
Un terreno di indipendenza nazionale appare dunque oggi la prospettiva
più sensata e realistica, almeno nella presente congiuntura storica.
9. Conclusioni. Dalla globalizzazione alla mondializzazione. Dalla
dipendenza all’indipendenza. Dalla cultura alla politica.
Lo spazio è tiranno, ma possiamo già tentare di tirare le fila dei discorsi
svolti nei paragrafi precedenti. In primo luogo, mi pare si possa dire che il
delicato passaggio da una semplice critica culturale all’espressione politica di
questa cultura sia già all’ordine del giorno, non certo perché questa
cultura dell’indipendenza sia già articolata, convincente e matura, ma perché
ormai la crisi politica e culturale delle forze dominanti è già in corso,
ed è questo il fattore decisivo quando si parla di politica e ci si deve
orientare in politica. La benemerita crescita dell’astensionismo presenta
infatti dialetticamente due aspetti: da un lato, è certamente anche espressione
di una normalizzazione americaneggiante (nel cui modello di società un
fortissimo astensionismo è fisiologico), ma dall’altro lato segna anche una
perdita di consenso, sia pure passivo, verso la classe politica e lo stesso
sistema politico. Questa perdita di consenso è provvidenziale, in quanto bisogna
aggiungere il fatto che la stessa ideologia di chi va ancora a votare è comunque
il menopeggismo, ed il menopeggismo è sempre l’anticamera possibile di
qualunque alternativa. Da un punto di vista dialettico, è questo l’aspetto
positivo dello stesso menopeggismo.
In secondo luogo, mi sembra evidente che questo necessario passaggio dalla
cultura dell’indipendenza alla politica dell’indipendenza non può essere
attuato con l’ennesima riproposizione di liste elettorali anticapitalistiche di
Vera Sinistra, di Estrema Sinistra, di Sinistra Antisistema, di Sinistra
Finalmente Vera e Verissima (o di Destra corrispondente). L’esito
matematicamente calcolabile a priori è una percentuale bassissima da
prefisso telefonico. Ed in questa follia, che da mezzo secolo si esercita con
una impressionante coazione a ripetere, c’è un Metodo, sia pure Demenziale, che
è appunto il presupposto del rilancio della dicotomia Destra/Sinistra. Ma
tutto ciò che è a destra gravita inevitabilmente verso Fini, che a sua volta
gravita verso Berlusconi, che a sua volta gravita verso l’impero americano.
Ma tutto ciò che è a sinistra gravita inevitabilmente verso Bertinotti,
che a sua volta gravita verso D’Alema, che a sua volta gravita verso l’impero
americano.Chi non ha ancora capito questa ovvietà, accessibile a tutti i
tifosi degli stadi ed a tutti gli studenti in motorino con la cuffia musicale
alle orecchie, non ha capito che la logica bipolare è una logica
sistemica, e la si rompe soltanto con un eventuale e difficile tertium
che non deve collocarsi programmaticamente né a Destra né a Sinistra, pena
l’inevitabile caduta gravitazionale nei baricentri di questo dualismo simulato.
E questo tertium si costruisce su di un profilo di indipendenza, il solo
profilo che possa metodologicamente e simbolicamente sfuggire alla logica
bipolare, ad un tempo ferreamente sistemica e pienamente illusoria.In terzo
luogo, deve essere chiaro che la globalizzazione non si batte con
il provincialismo,cioè con la povera mistica populistica
dell’autosufficienza delle comunità locali. In Italia questo spazio è già
pienamente occupato, ed è lo spazio della Lega,il cui modello può essere
moltiplicato e clonato in tutte le provincie italiane. Certo, il provincialismo
è comunque e sempre meglio dell’interventismo umanitario, del bombardamento
etico e dell’embargo amorevole, le tre punte di lancia della globalizzazione
imperiale, e non a caso la Lega ha avuto nel 1999 un nobile e benemerito
atteggiamento di critica e di dissociazione verso la guerra della Nato contro la
Jugoslavia. Ma in una prospettiva strategica, sia culturale che politica, il
provincialismo sta alla globalizzazione come il luddismo sta
all’industrializzazione. Nobile, giustificato, ma anche storicamente perdente.La
tortilla, da sola, perde con il McDonald’s. Essa invece può non
perdere, se si allea con altre centinaia di realtà alimentari e culinarie
mondiali, che esprimono una varietà sotto la quale ci stanno ovviamente sistemi
agricoli, produttivi, familiari e comunitari. Ho fatto questo esempio,
volutamente insufficiente, debole e pittoresco, per comunicare immediatamente
l’idea che alla globalizzazione imperiale ed uniformante non si può
semplicemente opporre un provincialismo ed un conservatorismo localistico,
destinato inevitabilmente a perdere. Occorre infatti che alla cattiva
globalizzazione si opponga una buona mondializzazione, e che questa
mondializzazione si basi sul rapporto solidale ed egualitario fra realtà
comunitarie e nazionalitarie liberate. Questa prospettiva non è affatto
illusoria. Essa è possibile. Essa è in prospettiva l’alternativa non solo al
bipolarismo truccato fra polisti ed ulivisti, ma anche al menopeggismo,
l’espressione storica e culturale della sconfitta e del fatalismo depressivo che
la sconfitta porta sempre con sé.
A differenza di come molti pensano, l’individuo e più in generale
l’individualità non hanno nulla da temere da questa prospettiva di emancipazione
comunitaria e nazionalitaria.Chi teme una caduta nel cosiddetto “organicismo”(per
dirlo in termini supercolti, della Gemeinschaft anziché della
Gesellschaft)è del tutto fuori strada, ed è di fatto prigioniero di una
costellazione culturale sorpassata e vecchia di un secolo. Oggi, nella realtà
concreta del presente, ci sono di fatto solo due modi di essere “organici”, e di
perdere così ogni indipendenza personale ed individuale credendo illusoriamente
di conseguirla. Vi è un modo minoritario, che è quello di diventare “organici”
ad una prospettiva politica di partito di tipo ideologico e teleologico (e
quindi illusorio e destinato all’esito infelice di tutte le “grandi
narrazioni”). E vi è un modo maggioritario, che è quello di diventare “organici”
alla comunità globalizzata ultracapitalistica delle merci, una comunità
strutturalmente illusoria, come la sua stessa estetica del virtuale mostra
quotidianamente a chi sa anche solo interpretare ciò che sta sotto gli spot
televisivi. In questi due modi di falsa organicità lo stesso individuo scompare
nella doppia virtualità convergente, nel primo caso ideologica e nel secondo
consumistica.
Riteniamo che oggi il genere umano abbia diritto a qualcosa di meglio, e su
questa idea-forza ci orientiamo.
Costanzo Preve
