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Tratto da
http://ripensaremarx.splinder.com/
INTERVISTA a Costanzo Preve (Torino, 0ttobre
2006)
A cura di G. Amodio e G. Petrosillo (un grazie speciale a Elianna Zirpoli)
PROLOGO (di C. Preve)
Sono molto grato ai compagni ed agli amici che mi hanno proposto questa
intervista e così mi hanno fatto l’inestimabile favore di permettermi di
articolare un ulteriore chiarimento pubblico delle mie attuali posizioni
filosofiche e politiche. E questo per molte ragioni.
In primo luogo, perché sono uno degli “ultimi giapponesi” non ancora collegato
in rete. Scelta che ho fatto anche e soprattutto per concedermi una maggiore
concentrazione intellettuale. So di “tagliarmi fuori” da molti possibili stimoli
e da molte informazioni, ma so anche (e la mia recente abbondante produzione
credo lo dimostri ampiamente) che in questo modo non devo seguire il gossip
diffamatorio contingente e la distrazione a corto respiro che questo
inevitabilmente comporta. Non ho dubbi sul fatto che il cosiddetto futuro sia
della rete. Ma personalmente sono legato ad una dimensione cartacea della
lettura. Come direbbe il defunto Enrico Berlinguer, sono anch’io un
“rivoluzionario conservatore”.
In secondo luogo, per poter rispondere bene bisogna che la qualità delle domande
sia buona. La risposta cosiddetta “intelligente” dipende all’80% almeno dal
fatto che la domanda deve essere intelligente. Il fallimento e l’irrilevanza
della maggior parte delle interviste giornalistiche ai cosiddetti “pensatori”
dipendono dal fatto che l’intervistatore del circo mediatico, espertissimo in
adulteri di attrici ed in intrallazzi di politici, possiede in genere solo una
mediocre informazione liceale sulle grandi questioni teoriche e filosofiche. Non
è questo il caso di questa felice serie di domande.
In terzo luogo, infine, è forse la prima volta da qualche anno che vengo
intervistato da intervistatori esplicitamente marxisti, antifascisti, ed anche
di “sinistra” (al di là di distinguo e chiarimenti). Ne sono felice. A causa di
quelli che definirò più avanti Gossip Strutturale-Funzionale (GSF) e soprattutto
Interdizione Sciamanica per Contatto Impuro (ISCI), sono stato messo al bando
dal Popolo della Sinistra Politicamente Corretta (PSPC). Ma lascerò da parte
queste sigle althusserian-demenziali per chiarire subito alcune cose, su cui
ritornerò ulteriormente più avanti, partendo dalla domanda sul cosiddetto
“antifascismo”.
Ci vuole però subito un riorientamento gestaltico necessario. Io non sono un
signore che scrive per case editrici di “destra”, ma sono un signore che scrive
e pubblica a 360° gradi. Per me sono assolutamente equivalenti le case editrici
Settimo Sigillo, Manifestolibri, Edizioni del Veltro, Editori Riuniti, eccetera.
Mi si condanni per questo, se lo si vuole, ma non si fraintenda la mia
posizione. Per me è assolutamente eguale sedermi accanto alla signora Rossana
Rossanda o alla signora Alessandra Colla, e così pure sedermi accanto al signor
Domenico Losurdo, al signor Adriano Sofri o al signor Claudio Mutti. Parto dal
fatto, ovvio per qualunque persona intelligente, che io resto sempre me stesso,
e che i corpi degli interlocutori non sono contaminati o contaminanti, tanto più
in un’epoca storica in cui le ragioni per l’innesco dei tabù dell’impurità sono
finite da tempo, e vengono mantenute solo per ragioni sistemiche.
Che cos’è allora il Gossip Strutturale-Funzionale? Spieghiamoci disaggregando i
tre termini:
(1) Gossip. Il gossip, o pettegolezzo politico-ideologico, è la manifestazione
normale della comunicazione contemporanea. Gia nel 1927 in Essere e Tempo Martin
Heidegger aveva diagnosticato i quattro fattori principali del problema, e cioè
l’Anonimità (das Man), la Chiacchiera (Gerede), la Curiosità (Neugier) e
l’Equivoco (Zweideutigkeit). Quattro fattori che si applicano molto bene al
“caso Preve” (ma come? Non è più di sinistra? Ma allora è di destra! È diventato
fascista! Allora vaffanculoo, ed altri Indymedia al posto del Capitale di Marx).
(2) Strutturale. La forma comunicativa del gossip, peraltro, è assolutamente
strutturale nel circo simulato contemporaneo. Questo Heidegger non poteva
capirlo, perché rifiutava il metodo dialettico di Marx, che invece i
francofortesi correttamente usavano. In primo luogo, il gossip è strutturale
perché impone strutturalmente l’iscrizione forzata e violenta all’Anagrafe
Ideologica (AI), senza la quale non si ha diritto di cittadinanza nella
simulazione politico-culturale, appunto sistemica. L’iscrizione forzata
all’Anagrafe Ideologica sostituisce così la discussione teorica nel merito dei
problemi. Se infatti, e questo è il secondo punto, la riproduzione sistemica
avviene attraverso le protesi politologiche della contrapposizione simulata
Destra contro Sinistra, la mancata iscrizione all’Anagrafe Ideologica comporta
l’esclusione dal dibattito pubblico. Ora, io non ho effettivamente “rinnovato”
la carta d’identità della Sinistra, carta che aveva in tasca a partire dal 1963
almeno. Il fatto che poi accidentalmente possa continuare a scrivere cose più o
meno intelligenti sul marxismo e la filosofia non conta nulla, perché io ormai
non sono più un cittadino, ma un “apolide”. E questo mio caso la racconta lunga,
per chi vuole rifletterci sopra oggettivamente, sulla (non-) serietà del
dibattito marxista in Italia. Se infatti l’iscrizione all’Anagrafe Ideologica
conta più dei contenuti teorici espressi, si ha la prova provata del fatto che
l’intellettuale di tipo “togliattiano” non viene giudicato per i suoi
contributi, buoni o cattivi che siano, ma per la sua preventiva Acclamazione del
Popolo di Sinistra, che è poi sempre e solo l’acclamazione di piccolissimi ceti
intellettuali che si sono impadroniti degli “apparati ideologici”, come direbbe
Althusser.
(3) Funzionale. Il mantenimento e la riproduzione del gossip strutturale è però
anche funzionale alla riproduzione identitaria di appartenenza “militante” dei
gruppi politici, sia grossi (bertinottiani, cossuttiani, eccetera) sia piccoli e
piccolissimi (gruppi fondamentalisti neobordighisti, neostaliniani,
neotrotzkysti, neotogliattiani, neo-operaisti, eccetera). Senza la messa in atto
di procedure sciamaniche di impurità e di interdizione di “contatto”, procedure
basate sul sospetto organicista che l’impuro potrebbe cambiare “natura”, non si
avrebbe, e non sarebbe possibile, la riproduzione dell’identità gruppettara.
In definitiva, non mi scandalizzo affatto per essere da alcuni anni oggetto di
gossip struttural-funzionale. Certo, considero cialtroni indegni di stima coloro
che (e sono numerosi) sapendo perfettamente che continuo ad essere più o meno lo
stesso studioso indipendente marxista-comunista di prima (spero che si prenda
sul serio questa mia gratuita e tranquilla autodefinizione, emessa il
20.10.2006), hanno scelto un assordante ed opportunistico silenzio. Poveracci!
Hanno totalmente paura di essere fatti oggetto anche loro di gossip di aver
paura anche della loro stessa ombra! E poi parlano di “democratizzazione della
vita quotidiana” (Lukàcs) e di “camminare eretti” (Bloch)! Non si rendono
neppure conto che il loro strisciare equivale a quello dei poveracci che, in
epoca staliniana, toglievano il saluto agli scrittori dissidenti finiti sotto il
mirino dei burocrati da cui dipendevano per il pane e per il companatico!
Ma terminiamo ora con il tema dell’Interdizione Sciamanica per Contatto Impuro.
Sono infatti costretto in questo breve prologo a ritornare sull'interdizione
sciamanica per contatto impuro che ho dovuto sopportare in questi ul¬timi anni.
Sia ben chiaro che essa non mi fa né caldo né freddo, nè psicologicamente né
umanamente. Per fortuna ho introiettato da piccolo il detto di mia nonna "chi
non ti vuole non ti merita". Ma il problema qui non è appunto personale, ma
politico e generale. Se infatti i contenuti teorici di chi viene messo al bando
dal conformismo del politicamente cor¬retto, del gossip strutturale-funzionale e
dell'interdizione sciamanica per contatto impuro (Giuliano Ferrara e Adriano
Sofri non ti renderebbero impuro, ma Marco Tarchi e Claudio Mutti sì), giusti o
sbagliati che siano, non ven¬gono più presi in considerazione nel dibattito
politico-filosofico, allora si è di fronte ad una gravissima patologia della
comunicazione. A mio avviso, l' origine sta nell'interpretazione togliattiana
del concetto gram¬sciano di "intellettuale organico ", per cui ciò che dici non
ha alcun valore in sé, ma lo acquista soltanto se può essere "sussunto" nella
linea politica, di¬retta o indiretta, o del Moderno Principe (PCI-PDS-DS), o dei
Moderni Principino (PRC di Bertinotti o PCDI di Cossutta), o dei piccoli nobili
con i lori piccoli feudi gruppettaro-estremistici. Il "caso Preve", quindi,
segnala una patologia gravissima che ci portiamo dietro da tempo, e questo del
tutto indipendentemente dal giudizio o meno di "opportunità" (su cui torne¬rò
nella risposta alla terza domanda di Petrosillo) sulle mie scelte edi¬toriali.
Questa è infatti la prima intervista che mi viene fatta da qualche anno da
compagni marxisti e soggettivamente comunisti. Non posso che esserne gra¬to e
felice. Negli ultimi anni ho dato alcune interviste, che naturalmente non
potevano entrare in circolo nel dibattito "comunista " a causa appunto
dell'interdizione sciamanica per contatto impuro. In primo luogo ho dato al¬cune
importanti interviste alla rivista "Comunitarismo", in particolare a William
Frediani ed a Maurizio Neri. Silenzio assoluto. In secondo luogo, ho dato alcune
importanti interviste, che usciranno prossimamente in un libro, a Luigi Tedeschi
per la rivista “Italicum”. Silenzio assoluto. In terzo luogo, ho scritto alcuni
saggi che ritengo soggettivamente "marxisti" Stalin e Mao Tse Tung sulla rivista
"Eurasia". Silenzio assoluto. In quarto luogo, per finire, ho concesso due
interviste a Alain de Benoist ed a Giusep¬pe Giaccio poi pubblicate in volume (
cfr, Dialoghi sul presente, Controcorrente, Napoli 2005). Silenzio assoluto. Non
solo nessuna recensione nel me¬rito, ma neppure nessuna segnalazione.
Sia ben chiaro. Non sto affatto lamentandomi, anche se i contenuti di tutti
questi scritti sono del tutto compatibili, nel merito e nel metodo, con i
dibattiti fatti sul "Manifesto " e su "Liberazione". Non ne faccio per nulla una
questione personale, perché non sono nato ieri, e so perfettamente che oggi
soltanto l'anagrafe ideologica conta, ed il resto non conta praticamente nul¬la.
La dicotomia sciamanica Puro/Impuro ha sostituito da tempo la vecchia dicotomia
Giusto/Sbagliato, e solo coloro che sono dotati di coscienza filosofica
dialettica sanno che si tratta solo della versione provinciale italiana (ma ci
ritornerò più avanti) della vecchia categoria staliniana di "ne¬mico del
popolo", categoria responsabile prima dell'asfissia e poi della mor¬te del
libero dibattito marxista a partire dagli anni trenta.
L’ aspetto personale della questione in breve è questo, e cioè se si deve
accettare o no l'Autocensura per Ricatto dell'Ambiente Circostante (ARAC). Si
tratta di un vero problema. Personalmente, ho scritto fra il 1989 ed il 1994
otto libri per la casa editrice Vangelista di Milano, diretta da una cop¬pia di
comunisti tradizionali, che potrei definire brevemente togliattiano-staliniani.
Bene, nessuno di questi libri fu, non dico recensito, ma neppure segnalato dal
"Manifesto" o dall’ "Unità”. A me non faceva nè caldo nè freddo, ma agli editori
sì, ed allora mi chiesero di "darmi da fare" con i miei presunti "amici
intellettuali". Ebbene, un noto intellettuale romano collaboratore del
"Manifesto" mi fece sapere che i numi tutelari del giornale non avrebbero
sopportato la segnalazione di libri pubblicati da una coppia di "stalinisti", ed
allora io dovevo sopportarne le conseguenze. In quanto all’ “Unità”, dovevo
capire che ormai il marxismo era morto. Capito, morto, mortoo, mortooo !
Insomma, fra il 1989 ed il 1994 ho pagato per (presunto ed inesistente)
stalinismo, e dal 2002 pago per (presunto ed inesistente) fascismo. Con questo
chiu¬do questo prologo, che non ho voluto in alcun modo "lamentoso ", ma solo
veridico. E questo esclusivamente per rifiuto dell’ARAC. Rifiuto di cui mi
ono¬ro, e che distingue, per dirla con Sciascia, gli uomini dai mezzi uomini,
dagli omuncoli e dai qua-qua-ra-qua.
E con questo, passiamo alle domande serie
DOMANDE A CURA DI GIANLUCA AMODIO
1) In una discussione sul pensiero e le interpretazioni di Marx svoltasi
all'incirca un anno fa su Cassandra lei, prof. Preve, ha affermato che la crisi
politica del marxismo è causata sostanzialmente da due fenomeni: l'ingente ed
incessante sviluppo delle forze produttive avveratosi nelle differenti
formazioni sociali capitalistiche, ben lungi dall'essersi trovate e
dall'affrontare una fase di perdurante stagnazione, e la storica incapacità
della classe - ossia dell'insieme - dei salariati di produrre una transizione
verso un modo di produzione sociale non capitalistico.
La sua valutazione ci sembra corretta e ben fondata; per dirla sinteticamente,
coglie radicalmente il problema sia dal lato dell'oggetto che da quello del
soggetto.
Infatti, in relazione al rilievo a lei rivolto da Lillo Testasecca (Cassandra,
n.15) circa l'assenza nell'opera di Marx di tesi stagnazioniste, riteniamo che,
oltre ad un positivo riscontro testuale marxiano di quanto lei ha sostenuto, sia
utile evidenziare che in genere per Marx un qualunque cedimento strutturale
capitalistico avrebbe dovuto o dovrebbe pur essere inteso in termini di
rallentamento delle forze produttive, non foss'altro che per la classica entrata
in contraddizione con i rapporti di produzione vigenti.
Riguardo, poi, al mancato e disatteso orientamento proletario del corso storico,
pensiamo con lei che l'analisi svolta da La Grassa sia uno strumento
indispensabile per comprendere come la dinamica capitalistica agisca
costitutivamente stratificando e segmentando incessantemente il corpo della
forza-lavoro, impedendo oggettivamente una significativa ricomposizione
socio-politica delle soggettività lavorative; in altri termini, non si può
continuare a disconoscere la mancata formazione del lavoratore collettivo
cooperativo (General Intellect) - un elemento che, seppur storicamente
inesistente, è altresì indispensabile nella teorizzazione marxiana al fine di un
mutamento della produzione sociale data -, e a ben poco servono, e meno ancora
serviranno in futuro, le belle speranze riposte in un proletariato in sé unito,
ma puntualmente assente (una consapevolezza, questa, che ancora oggi stenta ad
affermarsi, tanto da apparire a molti una sorta di eresia, e non c'è da
meravigliarsene, dato che viviamo nel paese dell'operaismo "di sinistra e di
destra ", schiacciati tra l'incudine del sindacalismo corporativo connivente con
il ceto politico dominante ed il martello del movimentismo che ormai non
rivendica più nemmeno una propria "autonomia").
Concordando, dunque, con i suddetti punti della sua riflessione - da noi
ripresi, si spera, in maniera accettabile -, consci che ciò comporta una
radicale presa d'atto circa i limiti del pur grande pensiero di Marx, correndo
ragionevolmente il rischio di segare il ramo su cui ci si trova seduti - come ha
ammonito Lillo Testasecca (Cassandra, n.15) -, le chiediamo quali elementi
marxiani ritiene che possano oggi essere utilizzati per comprendere il divenire
della società capitalistica ed eventualmente poter essere usati per produrre una
rottura politica anticapitalistica?
2) Prof. Preve, una domanda anticipata da una lunga premessa - si spera non
tediosa ed inutile - concernente quello che per noi è un punto ineliminabile di
discussione, affinché si possa intraprendere consapevolmente un percorso teorico
che si affranchi dalle solite ripetizioni, più o meno scolastiche, più o meno
filologicamente dotte, del pensiero marxiano. D'altronde, i dubbi e le
convinzioni che affacciamo sono intrecciati alla sua riflessione filosofica
diretta, ormai da anni, ad una profonda rielaborazione delle più tradizionali
categorie marxiane ed intenta ad un radicale ripensamento delle successive
interpretazioni marxiste. Le poniamo il quesito, ben sapendo che l'argomento
richiederebbe una nostra maggiore articolazione - ammesso che se ne sia capaci
-.
Dal suo intervento Utopia e libertà risulta chiaramente il rifiuto che lei
dimostra - certamente non da oggi - di fronte a tutti i tentativi passati e
presenti propensi a ridurre il pensiero di Marx ad una specie di "scienza
positiva" (da F. Engels, silenziosamente avallato dallo stesso Marx, passando
per il catechistico Diamat, fino alla più recente teorizzazione althusseriana).
In ragione di tale negazione, pur sempre attenta a riconoscere i pregi di ogni
singola elaborazione, lei evidenzia le nefaste conseguenze occorse o il pericolo
incombente in capo ad ogni posizione tesa a depurare la critica marxiana da ogni
residuo utopistico, in quanto la via percorsa da tutti coloro che hanno perso di
vista << l'orizzonte utopico >>, prima o poi, ha implicato il definitivo
abbandono della << prospettiva anticapitalistica >>. In fondo, come lei afferma,
auspicare l'utopia - un altro luogo - significa "soltanto" continuare a pensare
la necessità di << una tendenza di trascendimento liberatore di un presente
ingessato nei suoi rapporti di potere >>.
Concordiamo con lei, dunque, stando a quanto sopra riportato, che non si possa
sottovalutare il significato e men che meno si debba dimenticare la forza
posseduta dal termine utopia al fine di un eventuale rivolgimento sociale.
Tuttavia, ricordiamo anche la classica distinzione in uso nella manualistica del
pensiero politico-filosofico tra socialismo utopistico e quello scientifico,
consistente peraltro nella mera riproposizione di quanto stabilito da Marx ed
Engels per differenziare il loro materialismo storico dall'insieme delle ipotesi
di trasformazione sociale a carattere collettivo, sviluppate in particolare da
R. Owen e Ch. Fourier.
In sintesi, gli estensori del Manifesto ci pare che si ritenessero superiori
agli altri perché essi finalmente avevano scoperto le leggi di sviluppo storico
delle formazioni sociali a modo di produzione capitalistico, comprendendone
appieno le relative contraddizioni, mentre i loro predecessori si erano limitati
ad impostare delle anguste soluzioni del tutto impraticabili in quanto "esterne"
- ovvero non intimamente connesse - all'imponente sviluppo della società
capitalistica.
In altri termini, Marx ed Engels, invece che proporre l'istituzione controllata
di ristrette comunità manifatturiere, presumevano di aver decodificato la logica
specifica dell'oggetto specifico, il capitalismo, fondando la loro proposta
politica sull'osservazione delle forze produttive sociali, dal cui progredire in
direzione di una sempre più vasta socializzazione credevano di trovare
riscontro. Marx ed Engels, insomma, riteniamo che pensassero di avere dietro di
sé il corso storico - meglio, di essere totalmente interni al suo divenire - e
solo su questa base, ovvero la socializzazione delle forze produttive, per essi
assolutamente non utopistica, potevano con sicurezza proclamare: "proletari di
tutti i paesi unitevi"!
Oggi, però, sappiamo quanto fosse infondata la loro posizione, difatti da tempo
- a meno che si pensi al marxismo in termini prettamente identitari e fideistici
- è svanita ogni ragionevole aspettativa circa la formazione di una comunità
proletaria; peraltro, le incongruenze teoretiche insite nell'opera di Marx -
quella che lei, a nostro avviso giustamente, ritiene essere stata
un'oscillazione tra idealismo e positivismo - mostrano tutta la loro ampiezza.
Ci sembra inevitabile, dunque, assumere che dall'analisi del modo di produzione
capitalistico compiuta con la complessa strumentazione marxiana, per quanto
acuta essa risulti - e non pochi sono gli studi di rilievo successivamente
prodotti dai marxisti -, non sia assolutamente possibile dedurre la transizione
del capitalismo ad altra formazione sociale. Ci sembra, inoltre, doveroso
riconoscere che la riflessione marxiana "preveda" un determinato corso storico
perché fortemente intrisa di una filosofia della storia di derivazione hegeliana
- ed in tale consapevolezza non vi è alcuna valutazione negativa, convinti,
anzi, di dover procedere oltre la rozza dicotomia idealismo/materialismo - e lei
a tal riguardo può sicuramente renderci edotti (d'altronde, ad esempio, anche un
testo di R. Finelli, Un parricidio mancato, sembra muoversi convintamente in
questa linea di ricerca).
In maniera più decisa, la seguiamo perfettamente quando ritiene (Cfr. Utopia e
libertà) che il comunismo è da intendersi come << un'antropologia sociale
contenuta in una filosofia della libertà, che utilizza in seconda istanza metodi
razionali in economia (principio del piano) >>.
Tutte queste ammissioni - che da molti potranno essere considerate offensive,
oltreché frettolose - per noi rappresentano una doverosa liberazione
dall'insieme delle incrostazioni schematiche prodottesi nel corso della fine
dell'800 e di tutto il '900 (per intenderci, quelle che si sono presunte sempre
"scientifiche", Marx incluso); eppure, come ha affermato in più occasioni La
Grassa, è pur sempre al pensatore di Treviri che ritorniamo per trovarvi
qualcosa che aiuti a muoverci più o meno sensatamente nella società odierna.
Lei, d'altra parte, estremamente critico verso ogni ipotizzata "autosufficienza
del marxismo", tende a rivalutare pienamente il ruolo che la filosofia classica
tedesca, precipuamente quella hegeliana, intesa come "filosofia della libertà",
potrebbe svolgere nell'emendare quel progetto di "utopia comunista" di matrice
marxiana. Potrebbe, dunque, riferirci su quali basi lei imposta la suddetta
argomentazione, dato che la riflessione hegeliana ci pare che sia riuscita a
tenere assieme i tratti caratteristici della libertà individuale moderna e
quelli organici di una società non atomizzata solo a condizione di non negare la
compresenza - seppur gerarchicamente ordinata - del sistema dei bisogni e dell'
eticità dello Stato, ovvero dello spazio economico "borghese" e di una struttura
di potere - a nostro modo di vedere - decisamente anti-utopica (detto
volgarmente, una società ad indiscussa base mercantile controllata tramite la
regolazione-mediazione del "ceto generale" amministrante lo "stato di polizia")
?
RISPOSTA ALLA PRIMA DOMANDA DI GIANLUCA AMODIO
Grazie per la domanda. Risponderò in tre punti. In primo luogo, farò alcune
ulteriori riflessioni sulle considerazioni che svolgi. In secondo luogo,
compendierò in quattro punti i contributi innovativi che a mio avviso e se¬condo
la mia modesta auto-interpretazione ho portato recentemente alla di¬scussione
marxista. In terzo luogo, infine, risponderò concisamente alla doman¬da che mi
poni alla fine del tuo intervento.
1. Partiamo dai due fattori che ricordi, e che è sempre bene ripetere ai sor¬di
ed a coloro che fingono di esserlo, e che definirò sordi-pigri, perché la loro
finta sordità è funzionale alla loro reale pigrizia teorica ed anche politica.
Il Pigro che si finge Sordo, ecco un protagonista della nuova Com¬media
dell'Arte dell'attuale declino della discussione marxista.
Si tratta di due evidenze storiche incontrovertibili, cui lo Struzzismo di chi
mette la testa sotto la sabbia non sa rispondere: l’ evidente capacità delle
formazioni sociali capitalistiche, vecchie (USA, Europa e Giappone) e nuove
(India, Cina, Sud-Est asiatico) di sviluppare le forze produttive (Marx non sarà
magari stato “stagnazionista" ma sicuramente sosteneva l'incapacità strategica
del MPC di sviluppare le forze produttive, in nome di una retroda¬tazione
analogica errata con lo schiavismo e con il feudalesimo), sia pure in un
contesto di degrado ecologico e di crisi antropologica del legame so¬ciale, e
l'evidente incapacità rivoluzionaria intermodale della classe operaia salariata
e proletaria, unita all'evidente non-formazione del lavoratore col¬lettivo
cooperativo associato, del General Intellect, eccetera.
A queste due evidenze storiche si può rispondere in molti modi, che qui
compendierò in due principali, che definirò dello Struzzismo Tradizionalisti¬co
e dello Struzzismo Futuristico.
Lo Struzzismo Tradizionalistico, basato in genere sulla rivendicazione della
centralità della teoria del Valore-Lavoro come nucleo archimedico e geocen¬trico
del modello di Modo di Produzione Capitalistico, in primo luogo, e del carattere
fondamentalmente "transazionale" (e cioè capace di transizione) del comunismo
storico novecentesco realmente esistito (1917-1991), in secondo luo¬go, continua
a sostenere che la classe operaia, salariata e proletaria, in quan¬to
classe-oggetto dello sfruttamento capitalistico inteso come estrazione del
plusvalore assoluto e relativo, resta il solo vero soggetto strategico per la
transizione comunista. Questo Struzzismo Tradizionalistico, marita¬to con la
Pigrizia Teorica, ha dato luogo a dei veri e propri "muli" incapaci di generare,
e cioè gli struzzetti infecondi di tipo bordighista, trotzkista, stalinista,
togliattiano, eccetera (cfr. C.Preve, Un Secolo di Marxismo, Editrice, CRT
Pistoia 2003). Il codice genetico dello Struzzismo Tradizionalistico, in estrema
sintesi, si basa su due presupposti tolemaici. Primo, il fatto che la classe
salariata, operaia e proletaria sia l'oggetto (indiscutibile) dello sfruttamento
capitalistico e della (indiscutibile) estorsione del plusvalore assoluto e
relativo, da cui nasce il plusprodotto capitalistico diviso in modo
scandalosamente ineguale (cosa che non contesto affatto, ma su cui anzi concordo
pienamente), comporta automaticamente, sia pure con la necessaria mediazione
coscienziale e politica del partito di tipo leninista, che essa sia anche il
soggetto strategico della rivoluzione comunista globale (e definitiva, con tutte
le conseguenze di fine metafisica della storia universale e di messianesimo
laicizzato). Secondo, che le crisi stagnazionistiche e/o di sovrapproduzione
capitalistiche, lungi dall'essere un benefico e ciclico modo di riaccumulazione
e di innovazione capitalistica di prodot¬to e di processo, e che in quanto
cicliche possono andare potenzialmente avanti all'infinito fino allo spegnimento
del pianeta terra nel sistema solare, debbano invece essere interpretate come
segnali dell’incapacità strategica della produzione capitalistica di sviluppare
le forze produttive. Sono questi i due elementi portanti dello Struzzismo
Tradizionalistico. L’ esperienza ormai quarantennale mi ha definitivamente
convinto del fatto che gli struzzisti tradizionalisti non intendono in alcun
modo mettere razionalmente in discussione i loro presupposti, così come avviene
per i Testimoni di Geova per la tradizione cristiana. Confrontarsi con loro è
tempo perso, anche se a volte anche perdere tempo può essere divertente (parole
crociate, eccetera). Lo struzzista tradizionalista non può letteralmente
investire critica¬mente le sue premesse, perché se lo facesse svanirebbe
immediata¬mente nell'aria, come avviene per gli affreschi delle catacombe
improvvisa¬mente esposti all'aria fresca.
Lo Struzzismo Futuristico (si veda la sua ultima bibbia in A.Negri, Good-bye
Mister Socialism FeltrinelIi Milano 2006) non si basa invece per nulla né sulla
supposta centralità della teoria del valore-lavoro nella riproduzione
capitalistica, che anzi ha rifiutato esplicitamente da decenni, né sulla
presunta investitura rivoluzionaria soggettiva della classe operaia, salariata e
proletaria, cavallo di battaglia del precedente Struzzismo Tra¬dizionalistico.
Lo Struzzismo Futuristico, che è in realtà una forma di iper-soggettivismo
economicistico, o più propriamente di iper-economicismo dello sviluppo delle
forze produttive rispetto al quale quello di Engels e di Kautsky erano solo
scherzetti per bambini, ha risolto il problema della individuazione del soggetto
rivoluzionario, che il vecchio Lenin aveva razionalmente impostato in termini di
alleanze di classe (altro che identifica¬zione del leninismo con
l’iper-operaismo unito ad una auto-investitura narcisistica di piccolo gruppo
autoreferenziale!!!), con la fuga in avanti del¬le Moltitudini agenti nel
territorio di un Impero preventivamente deterritorializzato, e quindi reso
virtuale. L’operaismo è rimasto sempre lo stes¬so nell'ultimo mezzo secolo: il
modo di produzione capitalistico è agito dal movimento originario del soggetto
rivoluzionario, il che fa di questo presunto "marxismo" una forma estremistica
del neo-idealismo di Giovanni Gentile, non importa poi se incongruamente
definito "materialismo aleatorio". Non ci credete? E allora beccatevi questa
recentissima citazione di Negri: "Le clas¬si sottomesse vantano ormai un'arma
assoluta, il sapere essenziale alla riproduzione del mondo...lo sciame
moltitudinario sta sempre insieme... il policentrismo del capitale è ormai a
rimorchio (sic! Nota mia) del policentrismo della moltitudine” (cfr. Negri,
op.cit.p.144).Come si vede, lo struzzismo futuristico non coincide con lo
struzzismo tradizionalistico, ma ha in comune con il precedente la
derealizzazione onirica del mondo. Antonio Negri so¬gna moltitudini onnipotenti
così come Marco Ferrando sogna sollevazioni proletarie pure.
Devo però far notare ancora una piccola cosa. Lo Struzzismo Tradizionalistico
non ha accesso alle pubblicazioni delle grandi case editrici, che lo
con¬siderano insopportabilmente rétro. Ma neppure Gianfranco La Grassa vi ha
accesso (cfr.il suo ultimo Il Gioco degli Specchi, Ermes, Potenza 2006). Lo
Struz¬zismo Futuristico di Negri ( le moltitudini , il comune, e via
fantasticando) ha invece accesso diretto a Feltrinelli, Manifestolibri, Rizzoli,
eccete¬ra). Che significa questo?
Significa, in breve, che i gruppi intellettuali dominanti negli, apparati
ideologici, giornalistici ed editoriali della Sinistra Fantastica, gruppi
intellettuali formatisi nel ventennio 1975-1995 sulla base della critica
postmo¬derna alla modernità e della sostituzione brutale e totalitaria della
li¬nea Nietzsche-Heidegger (via Deleuze-Guattari) alla linea Hegel-Marx, si sono
oggi riunificati e "riconosciuti" nello Struzzismo Futuristico di Negri, e
rifiutano con il silenziamento e la censura sia lo Struzzismo Tradizionali¬stico
sia la messa in discussione radicale dello Struzzismo alla La Grassa ed alla
Preve (mi si perdoni una innocua autocitazione). Non intendo certo ridurre il
dibattito teorico a pura sociologia dei rapporti di forza, di visibilità e di
silenziamento fra gruppi intellettuali. Ma le cose stanno anche così.
Finiranno presto? Nessuno lo sa. Almeno, io non lo so. La mia prognosi è però
pessimistica. Questi gruppi intellettuali, narcisisti, autoreferenziali e
violenti, di mezza età e pertanto con alcuni decenni ancora di prospet¬tive di
sopravvivenza biologica, incarnano una sorta di "stalinismo postmoderno", e cioè
di contenuti postmoderni, imposti con i vecchi metodi di esclusione e di
diffamazione di tipo stalinista-togliattiano (vedi le insuperabili pagine
culturali del quotidiano "II Manifesto"). Lo Struzzismo Futuristico è in¬fatti
la loro ideologia spontanea di fuga dalla realtà, così come i circenses di
Veltroni incarnano oggi l'estetica massificata di questo periodo di decadenza
politica e sociale. La Grassa si aspetti il silenziamento, come Negri si aspetti
l'amplificazione dell'innocuo chiacchiericcio di sinistra. Compagni, non c'è più
la Classe operaia, salariata e proletaria ma ci sono ancora, e furoreggiano, e
vinceranno, le Moltitudini!
A suo tempo Giacomo Leopardi ha irriso ai credenti nelle "magnifiche sorti e
progressive". Avevi ragione vecchio Giacomo! Se ora fossi ancora vivo
scrive¬resti un secondo capitolo delle tue considerazioni sui difetti storici
degli italiani. Popolo incapace di tragedie, e capace solo di consumare dram¬mi
satireschi! Lo Struzzismo Futuristico delle Moltitudini cui ormai il capi¬tale
sarebbe "a rimorchio", è oggi l'ideologia dominante di un ceto intellettuale
"suonato", e tanto più feroce quanto più suonato.
2. Ma concludiamo sul primo punto evocato da Amodio. Voglio infatti fare una
breve riflessione sul motto "solo uno sciocco sega il ramo su cui è sedu¬to
evocato da Lillo Testasecca. Testasecca è uno studioso preparato e generoso, ma
è anche un “continuista radicale", ed oggi a mio avviso il continui¬smo ci fa
solo perdere tempo e contribuisce a rimandare la resa dei conti teorico-politica
di cui abbiamo bisogno. Non a caso Testasecca non vuole as¬solutamente la Terza
Forza ma si muove in quel terreno di confine e piena¬mente borderline della
Sinistra Critica-Critica (SCC), in cui c’è sempre Cassandra e non c'è mai
Antigone. Fuor di metafora, c'è sempre il pro¬fetismo rivolto ai re d'Israele ed
ai principi degli Achei, e non c'è mai la consapevole violazione delle regole
del gioco.
Con questo non intendo dire che io sono invece un discontinuista radicale a
priori e per principio. Ispirandomi al principio dialettico della congiuntura
storica presente, per me a volte c'è bisogno di Continuismo ed a volte di
Discontinuismo. Per esempio, io sono continuista rispetto all'ap¬provazione per
la rivoluzione russa 1917, e sono un continuista filosofico della linea
Spinoza-Hegel-Marx contro i discontinuisti post-moderni. E potrei fave molti
altri esempi. Dunque, per favore, niente dispute inutili su di una opposizione
astratta Continuismo/Discontinuismo.
Ragioniamo piuttosto sulla metafora del "ramo", che solo uno sciocco seghereb¬be
se c'è ancora seduto sopra. Ma siamo proprio sicuri che ci siamo ancora seduti
sopra, o piuttosto siamo doloranti da tempo con il culo per terra? E poi, per
continuare con la metafora del ramo, tenersi stretti ad un ramo che la corrente
impetuosa trascina verso una cascata non è altrettanto stupido?
Io non penso che siamo seduti su di un ramo chiamato "marxismo". Io penso invece
che siamo bensì seduti, ma seduti su di un grande albero frondoso con profonde
radici, che è l'albero della tradizione filosofica razionalistica e dialettica,
che c'era prima di Marx e ci sarà dopo Marx, e di cui Marx è an¬cora un ramo
fiorito mentre nell'essenziale il marxismo è già da tempo un ramo spezzato, e
spezzato dalla storia, non da uno sciocco che ha deciso di segarlo. Le metafore
non sono mai innocenti.
Ed ora, passiamo al secondo punto.
3. Riassumendo qui sinteticamente i contributi che soggettivamente penso di aver
portato fino ad oggi (2006) al dibattito sul marxismo li riassumerei in quattro
punti fondamentali: una lettura radicalmente problematica di Marx; un tentativo
di mettere le basi storiografiche e metodologiche per una storia marxista del
marxismo; un' interpretazione dello statuto filosofico del pensiero di Marx in
termini di idealismo e non di materialismo; ed infine, una ridefinizione del
materialismo come metodo per la deduzione sociale delle categorie.
Mi permetterai di chiarire questi quattro punti uno dopo l'altro separatamente.
4. In primo luogo (cfr.Marx inattuale, Bollati Boringhieri, Torino 2004), ho
cercato di produrre un’interpretazione radicalmente problematica di Marx, sulla
scorta di numerosissime letture problematiche di Marx precedenti, ma ritengo
ancora, più radicale. Questo non può che rendermi odioso a due par¬titi teorici
opposti, quello che vuole gettare definitivamente Marx nella spazzatura del
pensiero metafisico, forte, utopico-autoritario, totalitario,
deterministico-ottocentesco, potenzialmente responsabile di Stalin e di Pol Pot,
e via sacramentando, da un lato, e quello invece che teme che una interrogazione
troppo problematica di Marx possa dare via ad un fuggi-fuggi generale
dissolutivo, possa segare il ramo in cui siamo sedu¬ti, ed in questo modo Marx
non possa più "servire" come fattore identitario di mobilitazione ideologica,
dall'altro. Esempio della prima reazione la stroncatura di Bencivenga sulla
"Stampa", ed esempio della seconda reazione la stroncatura di Pasquinelli su
"Praxis". Questa curiosa simmetria mi confer¬ma che ho probabilmente preso la
strada buona.
Che significa radicalmente problematica? Significa che Marx non ha mai
coerentizzato il suo sistema teorico, e non certo perché voleva virtuosamen¬te
lasciarlo "aperto", ed altre sciocchezze derivate dal totem postmoderno della
cosiddetta "complessità”, ma perché ad un certo punto è stato travolto proprio
dalla rivoluzione scientifica che ha contribuito ad effettuare. II
chiacchiericcio apologetico sul fatto che ha fatto benissimo a non "chiudere" il
suo sistema (che come è noto fu poi "chiuso"-con le belle conseguenze che
conosciamo- dal duo Engels-Kautsky nel ventennio 1875-1895), lasciando¬lo
virtuosamente aperto, nasconde il vero problema. Ed il vero problema sta a mio
avviso in ciò, che la compresenza contraddittoria di teorie incompatibili in
Marx (sul valore, sul comunismo, sulla democrazia, sullo statuto della
filosofia), per non parlare poi delle previsioni radicalmente errate
(sull'incapacità "modale" del capitalismo di sviluppare le forze produttive,
sulla capacita “modale" rivoluzionario-comunista della classe operaia, salariata
e proletaria di effettuare una stabile strategia globale anticapitalistica,
eccetera), fanno sì che sia impossibile un ritorno a Marx.
E’ oggi di moda (ma non penso più per molto) presso nicchie marxologiche
universitarie, dilettanti ideologici chiacchieroni, eccetera, pensare che sia
pos¬sibile e necessario un ritorno a Marx sulla base di una ascesi filologica
assoluta (esemplari i lavori di Fineschi), e che questo ritorno possa svol¬gersi
saltando un secolo di marxismo come grande equivoco e penoso fraintendimento. Ma
questo ritorno è impossibile, perché dovrebbe ritornare ad un nodo di
contraddizioni irrisolte e non coerentizzate.
Gettare via Marx, allora? Ma neppure per sogno. Smetterla invece con l'idea
generosa ma errata (Gramsci, Lukacs, eccetera) della cosiddetta autosufficienza
del pensiero di Marx. Inserire Marx all'interno di una tradizione più ampia come
momento di un pensiero della libertà, dell'eguaglianza e dell'emancipazione .
Considerarne gli errori, le reticenze e le ingenuità come momenti fisiologici di
un progetto ammirevole, e cominciare a considerarlo cro¬me Hegel considerava il
pensiero precedente a lui, cioè come qualcosa che aveva bisogno di una
Aufhebung, e cioè di un superamento-conservazione.
Un'ultima aggiunta. Personalmente, non mi ritengo assolutamente in grado di
compiere questa Aufhebung. Posso assicurarvi che mantengo il senso delle
proporzioni. Ritengo invece, e lo rivendico con tranquilla fierezza, di avere
aperto una prospettiva metodologica corretta. Le stroncature antitetico-polari
alla Bencivenga-Pasquinelli mi scivolano addosso come acqua fresca, in quanto so
bene che non toccano me come persona empirica, ma esprimono due forme esemplari,
apparentemente opposte ed in realtà ridicolmente convergenti, della stessa
riduzione. E la riduzione sta in ciò, che Marx deve essere "ridotto"
rispettivamente ad esempio di metafisica utopico-totalitaria, da un lato, e di
funzione ideologica per la legittimazione politico-gruppettara, dall'altro. Un
Marx problematico non serve a nessuno dei due, e quindi pensano di risolvere il
problema con un "Abbasso Preve" che continua a non farmi ovviamente né caldo né
freddo.
5. In secondo luogo (cfr.Storia critica del marxismo, La Città del Sole, Napoli
2006) l'idea dell'(impossibile)ritorno a Marx è solidale e complementare con il
bilancio parentetico di più di un secolo di marxismo (Cfr. Un secolo di
marxismo, Editrice CRT, Pistoia 2003). In sostanza, Marx resterebbe tuttora la
fonte cui ritornare, mentre un secolo di marxismo non sarebbe che una "caduta",
una "decadenza", un deplorevole fraintendimento degli epigoni, che non avrebbero
mai capito niente fino a quando l'ultimo professore universi¬tario marxista
arriva a "risolvere" il problema della trasformazione dei va¬lori in prezzi di
produzione o il problema dello statuto dialettico o meno del pensiero marxista,
eccetera, eccetera.
Questa storia del marxismo concepita come correzione con la matita rossa e blu
di prove di concorso universitario è un vero delirio partorito dalla divisione
universitaria del lavoro intellettuale che immagina che il mondo sia
ontologicamente ed epistemologicamente diviso in "fette", e cioè le fette
storica, filosofica, scientifica, giuridica, economica, sociologica,
antropologica, eccetera. La totalità così a farsi benedire, sostituita dalla
vacua supponenza dei baroni e dei baronetti. Anzi, la totalità è definita
"metafisica" (come in effetti è, ed è un bene che lo sia), e dal momento che
Habermas Io ha detto, tutti concordano come se fosse un'ovvietà che viviamo
ormai nell’Epoca del Disincanto e nell’Era Post-Metafisica. E poi ci si
stu¬pisce del fatto che pretoni di ogni tipo occupino la sedia vuota, e si
co¬mincia a strillare: "Il Laicismo è in pericolo! Ritorna il Medioevo?".
Una ricostruzione razionale della storia complessiva del marxismo è allora
necessaria. Non pretendo certo di essere stato il primo ad averne tentato di
dare un'interpretazione complessiva (da non confondere per - carità - con le
raccolte dossografiche tipo le storie collettive Einaudi o Feltrinelli) . Mi
sono anzi rifatto, come exemplum negativum, alla storia in tre vo¬lumi di
Kolakowski pubblicata in Italia da Sugarco, Milano. Perché exemplum negativum?
Perché Kolakowski, che pure sta mille miglia al di sopra come competenza e
profondità ai nanetti dogmatici delle storie sacre sovietiche (ora al macero),
scrive una storia teleologica, e cioè la storia dell’inevitabile fallimento di
un impossibile prometeismo ateo che voleva riscattare la natura e la società, e
che non poteva che finire male come è finita. Conclusione: disincanto liberale,
Popper, Isaiah Berlin, capitalismo eterno, eccetera.
Ripeto, meglio Kolakowski che le storie sacre sovietiche o le dossografie
opportunistiche italiane Einaudi e Feltrinelli. Si tratta di storie alla
Weber-Heidegger, e non alla Hegel. Una storia del marxismo alla Hegel sareb¬be
in grado di dare un senso dialettico alla vicenda marxista. Una storia alla
Heidegger deve invece sostenere che, dato il peccato metafisico inizia¬le, è
inevitabile la risoluzione integrale in Tecnica (Vattimo-Galimberti, in sintesi:
non c'è più niente da fare/è stato bello sognare, da Marx a Caterina Caselli).
Una storia alla Weber è egualmente teleologicamente sovraordinata, e dice più o
meno questo: il marxismo è stato l'ultimo episodio metafisico di un riscatto
escatologico del mondo, ma il mondo è irriscattabile, e quindi politeismo dei
valori (traduzione economica: ognuno coltivi i valori che vuole, purché se li
possa pagare).
La mia storia è un Anti-Kolakowski. Il marxismo è periodizzato in modo credo
sensato, anche se ovviamente discutibile. Aspetto critiche sensate alla mia
periodizzazione, e proposte di diversa periodizzazione. In ogni caso, c'è
un'idea forte, e cioè che si è chiuso un ciclo. Il marxismo avrà forse (anzi,
probabilmente) un futuro, ma lo avrà solo su nuove basi, nel senso delle
rivoluzioni scientifiche alla Kuhn. Rivoluzione scientifica che i mille
Testasecca del mondo, in buona fede e mossi dalle migliori intenzioni, faranno
il possibile per rimandare. Non ci riusciranno, ma ci faranno perdere ancora
molti decenni. Cosa peraltro non grave, se ci abituiamo a pensare in termini non
psicologico-esistenziali personali, ma storici, e cioè di lunga dura¬ta.
6. In terzo luogo, ritengo di aver proposto una interpretazione assolutamente
originale della filosofia di Marx come idealistica al 100% (cfr. Sto¬ria della
Dialettica, Editrice La Petite Plaisance, Pistoia 2006). Non si tratta in alcun
modo di una riproposizione o di una nuova versione della secolare controversia
fra marxismo hegeliano e marxismo anti-hegeliano.(cfr. il sempre attuale Iring
Fetscher, Marx e il marxismo, Sansoni, Firenze 1999). In questo classico
dibattito si dava sempre per scontato che Marx fosse materialista, in base a
quella che in linguaggio burocratico possiamo definire la sua "
autocertificazione", come se Freud non fosse mai esi¬stito e quello che uno dice
in buona fede su sè stesso fosse automaticamen¬te assodato, e che al massimo si
potesse poi dissertare sul quoziente di influenza hegeliana (Althusser e Della
Volpe 10%, Lenin 30%, Bloch e Lukacs 70%, e così via). Il massimo a cui si
arrivava, in nome del famoso rovesciamento della dialettica dalla testa ai
piedi, e cioè di quello che personalmente chiamo "marxismo acrobatico da circo",
era dire che "un ideali¬smo intelligente è meglio di un materialismo stupido"
(Lenin).
La mia impostazione rompe decisamente con queste mezze misure. Per me Marx è il
terzo ed ultimo grande idealista della scuola tedesca moderna (i primi due sono
Fichte e Hegel, mentre da me Schelling è "depennato", in quanto so¬no d'accordo
con Hegel che il suo è piuttosto uno "spinozismo kantiano"). Rimando al libro
sopraccitato, cui tengo molto perché è il primo di una trilo¬gia in cui
finalmente espongo un mio abbozzo di "sistema", per i numero¬si dettagli
analitici.
Naturalmente non mi faccio illusioni, perché conosco bene i miei pol¬li. Questa
proposta è talmente innovativa che semplicemente per ora non può essere
accettata. I "marxisti", che si proclamano soggettivamente rivoluzionari, sono
in genere i maggiori conservatori dell'orbe terracqueo. Il marxista medio, in
questo assai dissimile da Marx, è un moderato fautore della cosid¬detta
"complessità", e quindi il suo discorso sarà questo: non esageriamo, è chiaro
che ci sono in Marx "elementi" idealistici, ma l'insieme resta materialista,
eccetera, eccetera.
Il solo che a mio avviso ci ha capito qualcosa è stato Lucio Colletti, l'uni¬co
filosofo italiano (insieme parzialmente a Del Noce) che ha capito che lo statuto
filosofico di Marx era interamente idealistico? E infatti è proprio così. Solo
che ciò che per lui era male per me è bene, e ciò che per lui è stato il
pretesto per abbandonare radicalmente il marxismo in nome di un positivismo
disincantato e di uno scientismo estremistico (peraltro già contenuto in nuce
nell’anti-hegelismo empiristico, del suo maestro Galvano Della Volpe), per me è
invece un buon argomento per inseri¬re apertamente Marx nella linea
Platone-Aristotele-Spinoza-Fichte-Hegel, li¬nea che non posso ovviamente
chiarire qui perché comporterebbe decine di pagine.
7. In quarto luogo, infine, non ho certo trascurato lo studio del materialismo
(cfr. Storia del Materialismo, Editrice La Petite Plaisance, Pistola 2007, di
prossima uscita). Il fatto che io sostenga la natura pienamente idealistica
della filosofia di Marx non significa certamente che non si ponga un pro¬blema
di accertamento razionale e storico della nozione di materialismo, e cercherò di
chiarirlo in tre punti.
In primo luogo, mi sono permesso di rifiutare motivatamente sia il materia¬lismo
dialettico, nella sua forma ontologica (Engels-Lenin-Stalin, eccetera, con tutte
le sue inessenziali differenziazioni interne) ed anche nella sua distinta forma
gnoseologica (Ludovico Geymonat) o pessimistico-esistenziale (Sebastiano
Timpanaro), sia il materialismo aleatorio, sia nella sua forma dichiarata
(l’ultimo Louis Althusser), sia nella sua forma implicita (Gianfranco la
Grassa). L'ho fatto in modo motivato, razionale e dialogico, anche se (ma ne
sono abituato), non ho finora potuto leggere critiche argomentate da parte di
dissenzienti, che sarebbero i benvenuti, se sapessero scende¬re nel merito, e
non limitarsi ad affermazioni apodittiche.
In secondo luogo, ritengo che il termine "materia" in Marx non abbia mai nulla a
che fare con i significati che questo termine ha nelle scienze natura¬li e
sperimentali moderne, ma sia solo e sempre la metafora di due cose diverse,
l’ateismo (cioè l'affermazione dell'inesistenza di un Dio conce¬pito
personalisticamente ed antropomorficamente, inesistenza già chiarita in modo
magistrale ed ineguagliabile da Spinoza) e lo strutturalismo socia¬le, e cioè il
primato della struttura sulla sovrastruttura. A questo punto, che senso ha
filosofare per metafore, e non filosofare direttamente sulla cosa stessa!
Nessuno, a meno che si voglia filosofare in senso puramente ideologico (come
peraltro voleva Althusser, per cui la filosofia non era che lotta di classe
nella teoria).
In terzo luogo, infine (e tralascio qui la mia adesione alla tesi storiografica
della filosofa greca Maria Antonopoulou sulla funzione ideologico-sociale del
materialismo moderno, su cui mi sono ripetutamente soffermato nei miei recenti
scritti, come al solito nel più assordante silenzio), ho dato una mia
definizione filosofica di materialismo. Il materialismo, che non può essere nè
dialettico nè aleatorio, che non è né ateismo né strutturalismo (che bisogna
chiamare con i loro nomi, e non per deviazione metafori¬ca), e il metodo
storico-genetico della deduzione sociale delle categorie filosofiche, che hanno
anche (ma non si risolvono in) una ricaduta ideologica, in cui però l'eccedenza
veritativa filosofica non si risolve. Spero di essere stato conciso e chiaro.
8. Ho compendiato in quattro punti il mio complesso lavoro dell'ultimo
decen¬nio. Aggiungo ancora alcune osservazioni incidentali sulle mie aspettative
dialogiche e comunicative.
In primo luogo, mi aspetto pochissimo perché oggi il dibattito teorico marxista
è di nicchia, è stato escluso da praticamente tutti i quotidiani (in particolare
e soprattutto Unità, Manifesto e Liberazione, e non a caso, per¬ché è
incompatibile con il bla-bla no global, Liberazione, e postmoderno-negriano,
Manifesto), ed è anche di fatto egemonizzato da posizioni fortemente continuiste
ed identitarie. Le cose cambieranno in futuro, ma non credo però a breve
termine. I gruppi insediati nelle redazioni e negli apparati mediatici ed
universitari sono ormai relativamente stabili, e non è ipotizzabile una loro
"conversione culturale" a breve termine.
In secondo luogo, il gossip diffamatorio nei miei confronti continuerà, e questo
contribuisce ad "illegittimare" non tanto la mia persona, che non ha ambizioni
politiche o accademiche e quindi, come dicono a Roma, "non gliene può fregare di
meno", quanto i contenuti, teorici e filosofici. Mi si accuserà di pubblicare
per il Settimo Sigillo o per Controcorrente (che almeno mi pubblicano e mi
diffondono come possono) e non per la Manifestolibri, (che non mi pubblicherebbe
e che rifiuterebbe qualsiasi mia proposta di pubblicazione, in quanto non
postmoderna-negrista-politicamente corretta). In definitiva mi si accusa di
voler pubblicare anziché accettare il cassetto inedi¬to. Si tratta di una
cialtroneria particolarmente pittoresca, ma non credo che alla mia età abbia
senso accettare l’interdetto sciamanico della impu¬rità e del contatto impuro.
In terzo luogo, credo che il silenziamento continuerà, in quanto oggi il modo
civilizzato di escludere i guastafeste non è più il vecchio ed artigianale rogo
per gli eretici, ma è il silenziamento organizzato, quel¬lo che i sociologi
della comunicazione chiamano disconferma cognitiva. Per questo non posso che
ringraziarvi per questa intervista, che è per me una provvidenziale tribuna
pubblica anti-gossip.
In quarto luogo, infine, sono moderatamente ottimista sul fatto che i proble¬mi
che ho cercato di porre andranno avanti, e si apriranno la loro stra¬da, anche
se probabilmente questo avverrà per opera di altre persone ed in lingua inglese,
e non credo che avverrà nel corso della mia restante vita terrena. Dico questo
senza alcun pathos e senza alcun retrogusto lamentoso, ma semplicemente sulla
base di una "analisi materialistica della congiuntu¬ra teorico-politica
attuale".
E con questo, passiamo al terzo ed ultimo punto da te evocato.
9. Mi chiedi: "Quali elementi marxiani possono essere oggi utilizzati per
comprendere il divenire della società capitalistica ed eventualmente poter
essere usati per produrre una rottura politica anticapitalistica?"
Ecco una domanda da un milione di dollari. Cerchiamo di rispondervi
gratuita¬mente, attraverso caute approssimazioni successive.
10. In primo luogo, l’espressione “elementi marxiani" , nel suo apparente
minimalismo, coglie invece correttamente la situazione teorica di fondo della
discussione marxista attuale. Il sistema marxista fondato da Engels e Kautsky
nel ventennio 1875-1895, e che è rimasto nelle sue strutture portan¬ti poco
modificato fino a due decenni fa, è crollato, almeno a mio pare¬re. Restano solo
elementi, così come è avvenuto per molti palazzi medioevali che sono stati
ricostruiti con pietre romane. In questo senso, siamo in una situazione che
definirei di epistemologia provvisoria. Che cosa intendo con questa buffa
espressione? Intendo dire che le disjecta membra delle vecchie sintesi marxiste,
sia pure in rovina sono però ancora migliori di quello che passa oggi il
convento intellettuale che si vuole postmarxista e postcomunista. Senza neppure
farla troppo lunga abbiamo solo l'imbaraz¬zo della scelta.
Michael Walzer, considerato comunitarista e pacifista. Questo brigante, sionista
militante, aderente al governo che ha disperso nel sud del Libano micidiali
bombe a grappolo ammazza-bambini ed al governo che ha fatto in Irak in 3 anni
più di mezzo milione di morti, ebbene, questo brigante è considerato uno dei
migliori intellettuali mondiali, ed ha effettivamente stabilito un record
difficilmente superabile: elaborare una teoria della guerra d'aggressione come
guerra giusta. Sono sicuro che il vecchio Grozio, se lo sapesse, si rivolterebbe
nella tomba.
Jurgen Habermas, il seppellitore dei francofortesi tanto migliori di lui, il
teorico dell’argomentazione veritativa e del dialogo basato sulla in¬tenzione
veridica. Questo brigante, quando gli hanno fatto notare che nel 1999 in
Jugoslavia non c'era nessun genocidio serbo, eccetera, ha fatto finta di niente
ed ha sostenuto egualmente l'intervento "umanitario" bombardatore nel Kosovo.
Norberto Bobbio, l’indiscusso vate della seconda repubblica nata da Mani Pulite.
L'uomo delle regole, che ha sostenuto che non era possibile una fon¬dazione
sostantiva della convivenza comunitaria su basi metafisiche (leggi religioni e
comunismo), ma solo una fondazione formale sulla base del rispet¬to delle regole
concordate, arrivata la guerra del 1999, guerra in cui si vio¬lavano tutte le
regole formali possibili (consiglio di Sicurezza dell'ONU, che non l’aveva
consentita, costituzione italiana, che non consentiva espres¬samente una guerra
di aggressione, eccetera), l'ha subito accettata ed addirittura sponsorizzata
(con il duo Montanelli, Scalfari , che Dio li punisca tut¬ti nell’al di là!).
Richard Rorty che ha rovesciato tutta la critica di Socrate al princi¬pio di
maggioranza come insufficiente per stabilire e garantire il Bene Politico,
affermando che la filosofia non ha alcun valore veritativo, ed il solo criterio
è la democrazia manipolata USA e le sue decisioni.
E potremmo ancora continuare in questo museo degli orrori, ma non sarebbe per
niente divertente. E allora di fronte a tutto questo persino i marxisti
dogmatici rimasti (per non fare nomi: Domenico Losurdo, Andrea Catone, eccetera)
sono mille volte superiori sia sul piano morale, come è ovvio, sia anche sul
piano conoscitivo. Essi si almeno si ispirano ancora agli elementi
episte¬mologici marxiani rimasti (teoria del valore e dello sfruttamento, teoria
dell' imperialismo, eccetera), che sono tuttora superiori ai pasticci di tipo
neo-contrattualistico, all'ideologia dei diritti umani, eccetera. La natura
aborre il vuoto, e così pure la legittima pulsione conoscitiva legata alla
resistenza contro l'ingiustizia e l'oppressione.
Ma tutto questo è soltanto necessario, ma non ancora sufficiente.
11. In secondo luogo, e questo secondo punto è di gran lunga più importante del
precedente, è venuto meno oggi il nesso fra teoria, prassi e prospettiva
storica, i tre elementi che hanno nutrito e sorretto la riflessione marxista per
più di un secolo. Si tratta di un fatto visibile ad occhio nudo e difficilmente
rimuovibile: ma che viene sistematicamente rimosso dal Partito Struzzista
Unificato (PSU), quello che unifica idealmente e materialmente gli struzzisti
tradizionalisti e gli struzzisti futuristi.
Mi spiego meglio. La grande forza del marxismo si è sempre basata su due colonne
fondanti. La prima era costituita dall’unione fra una filosofia universalistica
dell'emancipazione umana, erede delle concezioni religiose e giusnaturalistiche
precedenti, ed un'ipotesi che si voleva "scientifica" sull’evoluzione
considerata necessaria e determinata della dinamica riprodutti¬va del modo di
produzione capitalistico moderno, ritenuto portatore di ine¬vitabili sviluppi
socializzatori della produzione complessiva in direzio¬ne prima socialista e poi
comunista. La seconda era costituita da un nesso fra teoria marxista, sia pur
diversamente interpretata, prassi politica orga¬nizzata in sindacati, partiti,
organizzazioni e centri ideologico-culturali "comunisti", ed infine prospettiva
storica più o meno credibile della fattibilità concreta dell'utopia comunista,
di cui gli stati socialisti, esistenti, pur con tutti i mostruosi difetti
visibili ad occhio nudo, erano visti come le prime realizzazioni storiche
necessariamente ancora imperfette.
Tutto questo, è venuto meno. Nel PSU alcuni se ne rammaricano (struzzisti
tradizionalisti di tipo neostaliniano e neotogliattiano) ed alcuni se ne
compiacciono (struzzisti tradizionalisti di tipo neotrotzkista e struzzisti
futuristi di tipo negriano con il loro motto Good-bye, Mister Socialism) Ma al
di là delle reazioni complementari degli aderenti del PSU, è bene constatare che
il venir meno del nesso filosofia-scienza e del nes¬so teoria-prassi-prospettiva
ci lascia per ora solo un cumulo di macerie. Ca¬pito: un cumulo di macerie.
Capito: un cumulo di macerie. E potrei scrivere questo per cento volte, come
facevano fare le vecchie maestre autoritarie agli alunni riottosi, e non sarebbe
mai ancora sufficiente. Prendiamo il vecchio tema della cosiddetta prassi.
Tralascio la sua demenziale accezione affermatasi nel plebeismo picista italiano
della prima repubblica, per cui "teoria" era restare a casa a leggere libri, e
inve¬ce "prassi" era distribuire volantini e friggere salsicce nei festival di
par¬tito. E tralascio anche il problema filosofico se il marxismo abbia o no uno
statuto filosofico di filosofia della prassi (in sintesi: no, il suo statuto
filosofico è quello di una ontologia dell'essere sociale, su cui solo dopo si
innesta una prassi trasformatrice). Io considero qui soltanto il nesso
prassi-prospettiva, per cui non ha senso darsi da fare (se non in senso
difensivo o economicistico) se non si vede una prospettiva in fondo al tun¬nel,
per lontano che sia.
Faccio l'esempio della più grande lotta sindacale di massa d'Europa (ottobre
2006), che il circo mediatico europeo unificato ha messo sotto silen¬zio. I
maestri elementari greci sono in sciopero di massa da più di un mese, per
rivendicazioni economiche (il governo gli dà 900 euro, e loro ne voglio¬no 1400,
eccetera). Bene, da più di un mese le scuole sono chiuse. Il governo ha cercato
di mettergli contro i genitori dei bambini, e non solo non c'è riuscito, ma i
genitori si sono messi nella loro stragrande maggioranza a fianco degli
scioperanti. E questo perché ormai in Grecia, con l’introduzione dell'euro, la
vita costa come in Italia, e tutti capiscono che con 900 euro non si vive più. A
tutt'oggi, non so come le cose andranno a finire. Immagino, con un compromesso,
come avviene sempre per le lotte economiche dei lavoratori statali.
Ma ciò che conta è altro. Un tempo, finché il socialismo appariva una
prospet¬tiva possibile e desiderabile, tutte le lotte economiche, compreso le
più economicistico-redistributive, apparivano come momenti di un processo
prospettico di emancipazione sociale complessiva. Oggi non è più così. I maestri
greci potranno strappare, con la solidarietà della stragrande maggioranza del
popolo greco, 1000, 1100, 1200 euro, eccetera, ma nessuno più vede le cose come
un processo prospettico di avvicinamento al socialismo e tanto meno al
comunismo.
Non dobbiamo allora stupirci del fatto che il marxismo oggi sopravviva soltanto
in piccole nicchie universitarie, prevalentemente anglofone, in quanto il
marxismo francese e italiano è stato l'oggetto di un processo di autodistruzione
suicidaria da parte dei gruppi intellettuali sessantottini passati dalle urla
rauche in favore di Mao, Trotzky, Guevara ed il Culo Sacro dell'Operaio
Fordista(CSOF) alle urla altrettanto rauche in favore dei bombardamenti
umanitari fatti per imporre i dirit¬ti umani a dittatori baffuti e/o barbuti ed
a stati-canaglia vari. E come potrebbe essere diversamente? Se manca la
prospettiva manca tutto. Già il vecchio Lukacs lo aveva detto nel 1956 in modo
cristallino.
12. Concludo questa mia prima risposta lanciando quella che è a mio avvi¬so la
parola d'ordine teorica adatta alla fase in cui viviamo, e cioè:
Basta con le Mezze Misure!
E mi spiego meglio. Un caro amico francese, un dotato marxista critico
re¬centemente scomparso, Jean-Marie Vincent ha scritto in un suo ultimo
libro-testamento (cfr. Un autre Marx. Aprés les marxismes, Editions Page Deux,
Paris 2001, pp. 221-237) un capitolo cruciale intitolato "Come sbarazzarsi del
marxismo?", inteso come operazione preliminare per un nuovo rapporto di
relazione con lo stesso Marx. Io sono meno radicale di lui, e l'ho anche
scrit¬to nella prima parte delta mia risposta, ma credo che Vincent colga, sia
pure in modo estremisitico, il centro della questione.
Non parlo del PSU, da lasciare ai suoi riti continuisti e/o futuristi. Parlo a
chi ha preso atto del fatto che siamo in un campo di macerie. Campo di ma¬cerie,
però, in cui direi per usare un linguaggio da scalpellino e da sculto¬re che le
pietre non sono state polverizzate, frammentate e sbriciolate, ma si sono
mantenute largamente intatte, e possono essere quindi in qualche modo riciclate
e riusate.
Mi occupo sistematicamente da circa trent'anni di storia del marxismo, e
ri¬tengo di essere pervenuto ad un soddisfacente sguardo d'insieme, in cui la
presa in considerazione monografica di ogni singolo albero non mi ha fatto
dimenticare che esiste una foresta, e solo la foresta conta in uno sguardo
olistico e strutturale dell'insieme. Ebbene, se dovessi compendiare in una so¬la
formula trent'anni di studio assiduo (e talvolta anche entusiasta in quan¬to
ispirato alla "fusione di orizzonti" alla Gadamer), direi che il peccato
originale anche dei più grandi teorici marxisti novecenteschi (Gramsci, Bloch,
Lukacs, Althusser, eccetera) è stato il credere di potersi fermare alle Mezze
Misure, come l'astronomo danese Tycho Brahe rispetto ai sistemi incompatibi¬li
di Tolomeo e di Copernico. Ed in questo modo, ovviamente, una rivoluzione
scientifica di paradigma alla Thomas Kuhn non poteva innescarsi ed essere
portata a termine.
So bene ovviamente perché questo è avvenuto. Questo è avvenuto non certo per
insufficienza teorica di questi spiriti magni, ma per la paura ideologica di
scandalizzare le basi di riferimento sociali del movimento comunista, basi
subalterne e quindi desiderose di sintesi religioso-messianiche mescolate con il
nuovo feticcio scientifico della "previsione infallibile", unita alla paura
psicologica di essere scomunicati (chi vi paga?chi vi paga?) dalla mar¬maglia
burocratico-nichilistica, che peraltro sappiamo bene come è andata a finire dopo
il triennio dissolutivo 1989-91.
Valeva la pena essere cauti, continuisti, compromissori, talmudistici,
modera¬ti, per non irritare i burocrati e non scandalizzare la plebe militante
(uso volontariamente parole forti ed insultanti, visto che lisciare il pelo per
un secolo non è servito a niente)? La plebe non diventa popolo se è adulata e
lisciata, ma se è messa di fronte ai problemi radicali. Tutti devono prima o poi
giungere alla maggiore eta' (Kant in Che cos’è l’ Illuminismo).
Per questo Costanze Preve, e cioè lo scrivente, non è più disposto ad accettare
Mezze Misure (MM) nella riformulazione della teoria rivoluzionaria. Posso
sba¬gliare, ed anche sbagliare di grosso, ma è meglio rischiare piuttosto che
continuare a salmodiare mantra continuisti rassicuranti. E così come ho
rifiuta¬to di sottomettermi all’interdizione sciamanica del contatto con gli
impuri, nello stesso modo rifiuterò sempre di sottomettermi ai paurosi per cui
trop¬pa innovazione è pericolosa ed esagerata.
Se mi, volete, e questa intervista dimostra che mi volete, mi dovete volere
co¬me sono.
RISPOSTA ALLA SECONDA DOMANDA DI GIANLUCA AMODIO.
Grazie per la domanda. Si tratta di una domanda molto ricca ed articolata, che
mi dà l’occasione per chiarire i fondamenti del mio pensiero e mi co¬stringe ad
esporli in modo il più possibile sistematico. Come sempre, lo fa¬rò per punti
successivi, senza sunteggiarli preventivamente, in modo che il lettore possa
seguire un filo conduttore.
1. La mia definizione attuale del progetto marxiano (parlo del progetto
mar¬xiano, non del suo statuto filosofico, che come ho già chiarito nella mia
prima risposta è un idealismo universalistico dell’emancipazione) è in bre¬ve
quella di una “utopia scientifica". Attenzione, di una utopia scientifica, non
di una scienza utopica, perché la scelta della diade sostantivo-aggettivo non è
innocente, in quanto il sostantivo è primario e l'aggettivo qualificativo è
secondario. Il progetto marxiano è quindi un'utopia scientifi¬ca, ma nel senso
che la sua intenzione primaria utopica si munisce necessariamente di una
indispensabile protesi scientifica.
2. Sono perfettamente consapevole del fatto che si tratta di un ossimoro. Ma
tutto il pensiero di Marx è in una certa misura ossimorico. Chi ci vuole ad ogni
costo applicare il metodo analitico di quello che Hegel chiamava l'intelletto
astratto della separazione, da Karl Popper a Lucio Colletti, dovrà
necessariamente abbandonarlo in toto prima o poi (e generalmente più prima che
poi).
Discutiamo ora separatamente le aporie di chi ha scelto, fra i due corni
dell'ossimoro, o soltanto la scienza o soltanto l'utopia, e si vedrà che
en¬trambe le posizioni non reggono, o meglio danno luogo a catene dialettiche
contraddittorie e dissolutive. Analizziamo prima la variante scientifica e poi
la variante utopica.
3. Il fatto che la dottrina di Marx fosse caratterizzabile come passaggio del
socialismo dall'utopia alla scienza, fu - come è noto - opera di Engels in un
capitolo dell’Anti-Duhring, scritto fra il 1876 ed il 1878, é quindi quando Marx
era ancora in vita, e poi raccolto in un opuscolo indipendente che ebbe un
successo sfolgorante, fu letto molto più di qualunque altra opera di Marx,
compreso il Capitale nei suoi tre libri successivi (1867, 1885 e 1894). Marx era
ancora vivo, e non smentì l’interpretazione scientisti¬ca di Engels da cui si
può dedurre che fosse d'accordo e vi si riconoscesse ampiamente.
Il successo della formulazione di Engels (passaggio del socialismo dall'uto¬pia
alla scienza) non fu certo casuale, perché forniva al suo destinatario e
committente storico, la classe operaia sindacalmente e politicamente
orga¬nizzata prima della Germania e poi gradatamente del mondo intero, un
sinteti¬co Vangelo Proletario di tipo religioso-positivistico. Come tutte le
reli¬gioni, essa si strutturò sulla doppia verità sistematica nella divisione
fra giorni feriali riformistico-miglioristi e messa domenicale
utopico-rivoluzionaria (cfr.E.Matthyas, Kautsky ed il kautskismo De Donato, Bari
1971), cerimonia per i credenti e specchietto per le allodole per intellettuali
utopisti. Chi ha conosciuto le (terribili) sezioni del vecchio PCI nel periodo
1948-1991 (ma più esattamente,1948 fino al 1975 circa) sa benissimo che Matthyas
(e Max Weber, e Robert Michels, eccetera) era al di sotto della grot¬tesca
realtà, e non al di sopra.
La formulazione di Engels era organicamente collegata ad una metafisica di tipo
crollistico del capitalismo (cfr. F. Maggiora, Il dibattito sull'economia
nell’ambito del marxismo, Loescher, Torino 1978, ed anche il precedente
dibattito fra Lucio Colletti e Claudio Napoleoni sul dilemma fra crollo e
sviluppo). Che poi questo crollismo fosse "puntuale", tendenziale, prevedi¬bile
con strumenti matematici, aleatorio, eccetera, non cambiava il fatto che sempre
di "crollismo" si trattava. Venuta meno la vera e propria teoria del crollo (la
cui ultima formulazione sistematica è quella di Grossmann nel 1927, in ambito
francofortese e non terzinternazionalista) resta però una generica "idea di
crollo", che i marxisti si sono portati dietro fino al 1991, anno del crollo
della Galassia Centrale, come direbbe Isaac Asimov. La scientificità del
marxismo viene in questo modo di fatto, nonostante inessenziali distinguo,
identificata con l'idea di crollo e la sua prevedibilità strutturale.
E’ chiaro qui come il fermarsi a Mezze Misure non faccia che rimandare il
momento della verità. In realtà è possibile che il capitalismo finisca con il
danneggiare gli equilibri ecologici del pianeta, ma è a mio avviso da escludere
invece che possa "crollare". Merito di La Grassa è stato anche quello di
piantarla con le mezze misure e con la sindrome della paura di tagliare il ramo
in cui si è seduti, Sindrome che definirò del Ramismo Gravitazionale (SRG).
4. La considerazione del marxismo come scienza è praticamente la sola for¬mula
che fa da minimo comun denominatore delle quattro varianti marxiste
novecentesche italiane storicamente esistite, lo stalinismo, il trotzkismo, il
bordighismo ed il maoismo occidentale marxista-leninista. E questo non è un
caso, perché si tratta dei quattro figli di un unico padre, e cioè Lenin, che
aveva ereditato da Engels la concezione scientistica del marxismo, e per di più
in una forma notevolmente peggiorata, quella di Plechanov.
Antonio Gramsci è un caso particolare. Da un lato (vedi la sua critica al
Manuale di Bucharin, peraltro coeva a quella praticamente identica fatta da
Lukacs), Gramsci non ama la metafisica deterministico-scientistica ,e non perde
l'occasione per dirlo, e per opporle la sua formulazione di "filo¬sofia della
prassi" (di indiretta origine gentiliana). Dall'altro, anche Gramsci è
completamente interno alla concezione dell'inevitabile declino produt¬tivo del
capitalismo e della connessa idea di "sostituzione progressiva" della produzione
capitalistica con una produzione pianificata socialista (con annessi taylorismo,
fordismo, eccetera). Non possiamo quindi concludere, con tutta la buona volontà
del mondo, che un "ritorno a Gramsci" possa essere un'alternativa allo
scientismo deterministico. Non lo è. Gramsci non è nep¬pure a mio avviso un
pensatore "eretico", ma è soltanto un geniale pensatore completamente interno al
terzinternazionalismo del periodo storico in cui visse, e da cui non poteva
ovviamente sottrarsi. Tutti i concerti laudati¬vo patriottici PCI-PDS-DS,
tendenti a far diventare Gramsci il pensatore del "marxismo nazionale" (concetto
del tipo di matematica italiana, fisica francese, chimica scandinava, eccetera )
meritano un solo giudizio epistemologico: fregnacce!
5. È necessario non chiudere ancora qui il discorso sul vicolo cieco cui por¬ta
il programma scientifico puro del marxismo. Questo programma comporta una sorta
di clausola di dissolvenza, o se vogliamo di meccanismo automati¬co di
autodistruzione, come avviene per le valigette-portavalori che quan¬do vengono
aperte senza la formula giusta fanno andare a fuoco i documen¬ti. Conosco almeno
sette o otto marxismi scientifici, di cui quello di Bordiga è il più coerente, e
di conseguenza il più rigoroso in senso allucinatorio (e consiglio la lettura di
alcune annate di Lotta Comunista, in cui si presuppone che l'aumento numerico
mondiale della classe operaia di fabbrica e dei servizi, effettivamente
rilevabile statisticamente, comporta la razionale attesa della ricomposizione
sociologica ed ideologica della classe operaia mondiale - a questo punto, meglio
il "meteorite" di Gianfranco La Grassa!). Ma qui, per brevità, mi limiterò alle
clausole di dissolvenza del¬le scuole di Galvano Della Volpe (dissolvenza nello
scetticismo liberale) e di Louis Althusser (dissolvenza nel cosiddetto
materialismo aleatorio e nell'attesa del meteorite).
6. Non c'è qui lo spazio per riassumere analiticamente il programma teorico di
Galvano Della Volpe (o quello molto simile del suo equivalente spa¬gnolo, Manuel
Sacristan) . L’ho già fatto altrove, e ci saranno di sicuro occasioni per
rifarlo di nuovo. Della Volpe credeva di poter ricostruire il pro¬getto
filosofico di Marx come Galileismo Morale (GM), cioè come applicazione di fatto
alla scienza sociale unificata dichiarata "critica dell'economia politica del
metodo della scienza moderna seicentesca”. E siccome questo me¬todo è estraneo
alla cosiddetta "dialettica", sia nella variante platonica sia in quella
hegeliana, Della Volpe voleva togliere da Marx tutto l'hege¬lismo che c’era.
Questo salasso integrale è possibile, ma comporta la sicura morte del paziente.
E così è stato.
Lucio Colletti se ne è accorto, ed aveva perfettamente ragione, perché è vero
che la teoria economica del valore e la teoria filosofica dell’alienazione sono
una sola ed un’ unica teoria, ed è ancora più vero che se uccidi Hegel anche
Marx muore. Ed infatti Colletti ha effettuato il doppio omici¬dio rituale (cfr.
Intervista politico-filosofica, Laterza, Bari-Roma 1975), se¬guito dai suoi
paggi e famigli (Badeschi, Albanese, eccetera). Il fatto che sia andato con
Berlusconi, poi, me lo rende anche più simpatico, perché ha mostrato di
fregarsene, da buon romanaccio verace, del gossip dei bigotti e dei bacchettoni.
Ma qui conta un altro fatto, e cioè che il suo esito è stato un penoso empirismo
scetticheggiante da "accademico disincantato", con connesso peggioramento del
suo stesso livello filosofico, per cui quando si è dovuto confrontare sulla
contraddizione e la dialettica con l'aristotelico cristiano Enrico Berti è
finito letteralmen¬te "mangiato” (cfr. AA.VV., La contraddizione, Città Nuova,
Roma 1977).
Lo ritengo un esito prefissato. Il marxismo è una scienza filosofico-utopistica,
non certamente una scienza newtoniano-galileiana. Innestare Hume e Kant su Marx
comporta un rigetto inevitabile, per vera e propria incompatibilità genetica.
7. Passiamo ora alla critica della seconda grande corrente recente di cosiddetta
"scientificizzazione integrale" del marxismo, e cioè l'althusserismo, il cui
grande successo internazionale è dovuto a mio avviso proprio ai suoi meriti, in
quanto era più coerente, sistematico, radicale ed attraente del dellavolpismo.
Rimando per i dettagli ad una prossima risposta a Giovanni Petrosillo. Mentre
una critica al dellavolpismo è oggi in un certo senso archeologica, perché il
dellavolpismo si è ormai suicidato nello scettici¬smo empiristico
tardo-collettiano (cfr. C. Corradi , Storia dei marxismi in Italia,
Manifestolibri, Roma 2005), l'althusserismo c'è ancora, sia come corrente della
filosofia universitaria europea, sia come filosofia implicita del no¬stro amico,
compagno e maestro Gianfranco La Grassa. E per questo bisogna criticarlo.
Non mi soffermerò qui sui tre althusserismi successivi, manifestazione del
carattere irrequieto dello stesso Louis Althusser. Si tratta dell'Althusser I
(la filosofia come teoria degli insiemi teorici), dell’Althusser II (la
filosofia come lotta di classe nella teoria) ed infine l' Althusser III (la
filosofia come materialismo aleatorio). Chi ha seguito il mio lavoro critico sa
che non condivido radicalmente nessuna di queste tre varianti, e nel¬lo stesso
tempo do egualmente dell’althusserismo un giudizio storico (atten¬zione, storico
e non teorico) moderatamente positivo.
E tuttavia, per usare una metafora, alluderò alla canoa dei pellirosse
americani. Come è noto, la canoa non era assemblata con pezzi distinti, ma era
ricavata scavando dentro un singolo tronco d'albero. Se però lo scava¬tore
scavava troppo, bucava il fondo dell'albero, ed in questo modo il tronco
diventava inutilizzabile, perché lo scavatore aveva scavato troppo e non si era
fermato in tempo. Nello stesso modo Althusser "scava" nel tronco del vecchio
marxismo tradizionale, scava Hegel e la dialettica, scava l’Umanesimo, scava il
Soggetto, scava l’Economicismo, scava lo Storicismo, scava l'arco Origine-Fine,
eccetera, fino a bucare il fondo del tronco. A questo punto, bu¬cato tutto il
bucabile, reso il tronco inutilizzabile, il tronco è da getta¬re via, perché non
ne resta più niente. Questo si chiama "materialismo aleato¬rio". Distrutto
tutto, resta l'attesa del comunismo come "meteorite" (cfr. La Grassa,II gioco
degli specchi, Ermes,Potenza, p.123).
8. Con questo concludo sul vicolo cieco dell'utopia scientistica irrealizzabile.
Il marxismo non può essere una scienza nel senso di Engels, Bordiga, Della Volpe
e Althusser, eccetera, nel senso che non è un sapere di tipo
galileiano-newtoniano, ma semmai una scienza filosofica nel sen¬so di Fichte e
di Hegel. Ma una scienza filosofica può soltanto costituirsi dialetticamente,
fenomenologicamente e speculativamente come ideali¬smo al cento per cento, e non
certo come materialismo, non importa se volga¬re, aleatorio, dialettico,
pessimistico-leopardiano, eccetera. Prima lo si capisce, meglio è. Comunque io
ho fatto la mia scelta. Chi vuole la "scienza marxista" pura vuole l’araba
fenice (che ci sia/ciascun lo dice/ove sia/ nessun lo sa). Questo Marxismo alla
Metastasio lo si coltivi pure, anche se a mio avviso gli UFO e soprattutto i
Meteoriti sono più probabili. '
E passiamo ora alla utopia, o meglio al marxismo come utopia.
9. Se è una illusione fuorviante ritenere che il marxismo possa fondarsi su di
uno statuto filosofico anti-hegeliano, anti-idealista, galileiano-newtoniano,
materilaistico-dialettico, materialistico-aleatorio, eccetera, è altrettanto
illusorio pensare che possa riattestarsi su di un statuto utopico,
messianico-religioso, escatologico, eccetera. In proposito - e lo rivendico con
una certa fierezza - il mio primo lavoro pubblicato ventidue anni fa era già
dedicato, dopo aver sviluppato un'analisi delle correnti contraddittorie
contenute in Marx e nel marxismo successivo, ad un esame comparato delle
ontologie di Lukacs e di Bloch, la prima in quanto ontologia realista, e la
seconda in quanto ontologia utopica (e vedi su questo non solo il classico
blochiano Experimentum Mundi ma anche i commenti blochiani di Remo Bodei e di
Gerardo Cunico). Si tratta del mio saggio La filosofia imperfetta, Franco
Angeli,1984, oggi introvabile, ma che comunque rivendico integralmente, perché
mi considero sempre per così dire "interno" a questo programma filosofico.
In estrema sintesi, il marxismo a mio avviso non ha bisogno oggi (sul domani non
mi pronuncio, perché non lo conosco) di una integrazione utopica, ma anzi di un
dimagrimento utopico, a cominciare dalla insostenibile tesi della cosiddetta
estinzione dello stato (cfr. il sempre ottimo lavoro di Danilo Zolo, La teoria
comunista dell' estinzione dello stato, De Donato,Bari 1974). mentre l'orizzonte
utopico è una cosa seria, il chiacchiericcio utopico-burocratico tipo “camminare
eretti " oppure "corrente calda contro corrente fred¬da", veri e propri slogans
rispettivamente per ortopedici e per idraulici, è da lasciare alle baracchette
fiancheggiatrici di Bertinotti. Qui stiamo parlando della cosa più seria che c'è
oggi al mondo, la rifondazione di un credibile pensiero rivoluzionario, non
della glossolalia compatibile con l'integrazione sistemica subalterna della
cosiddetta "sinistra europea". E questo sia detto una volta per tutte e chi ha
orecchi da intendere intenda.
Ed ora passiamo alle e cose serie.
10. L'utopia è una cosa seria, e sono d'accordo con Ernst Bloch, che diceva che
una buona utopia non si occupa della progettazione ingegneristica del futu¬ro,
ma "si occupa solo del presente". Ed infatti è così. Il più grande utopista
dell'ottocento, il francese Charles Fourier, progettava falansteri comunisti
basati sull'integrazione industria-agricoltura, sulla libertà sessuale,
sull'alimentazione sana a base vegetariana, sulla rotazione dei lavori in mo¬do
che nessuno fosse inchiodato per tutta la vita a lavori umili e ripetiti¬vi,
eccetera. Tutta roba serissima, molto al di sopra della perpetuazione del
rapporto dominanti burocratici-dominati frammentati e privi dei diritti
po¬litici del modello del comunismo storico novecentesco recentemente defunto
(1917-1991). Dunque, non ha senso sparare sull'utopia.
Engels, il primo grande classico anti-utopista, poteva legittimamente pen¬sare
che l'utopia dovesse essere lasciata alle spalle grazie all'arrivo della
"scienza predittiva" del crollo della produzione capitalistica della
polarizzazione crescente dicotomica Borghesia-Proletariato e della formazione
del lavoratore cooperativo collettivo associato alleato con il famoso (e non
an¬cora negriano ) General Intellect. Dal momento che tutto questo non è
avve¬nuto, ed è rimasto un dogma di fede del solo Partito Struzzista Unificato
(PSU) anche la "stroncatura" dell'utopia da parte di Engels deve considerar¬si
ormai obsoleta e da riconsiderare. È anche interessante notare che il gran¬de
stroncatore dell'utopia, e cioè Engels, abbia difeso invece la parte più
indifendibile ed utopica del pensiero di Marx, e cioè la teoria della estinzione
dello stato politico. Questo merita un piccolo richiamo ulteriore.
11. La teoria dell'estinzione dello stato politico equivale di fatto alla teoria
dell'estinzione della politica, sostituita dalla sansimoniana "amministrazione
delle cose". Questo elemento sansimoniano (cfr. L. Meldolesi, L’utopia realmente
esistente. Marx e Saint-Simon, Laterza, Bari-Roma 1982) non può essere difeso
alla luce della dialettica e della teoria del¬l’autocoscienza umana, ed ha come
premessa la fine definitiva di ogni con¬traddizione e pertanto è una variante
delle teorie della "fine della storia". Personalmente, e lo dico con tutta la
fermezza possibile, non credo nel modo più assoluto nella teoria della fine
della politica sostituita dalla "razionalità distributiva assoluta" della
amministrazione del¬le cose. L’ultima variante di questo equivoco sta
nell'attribuzione di Althusser a Kojève di questa teoria, e di conseguenza,
all'estensione a Hegel di questa utopia reazionaria.
Una parentesi. Nella tua domanda tu parli di "sistema dei bisogni" e di "eticità
dello stato" come di componenti borghesi che una critica alla possibilità di
estinzione dello stato necessariamente porterebbe con sé. Ottima rifles¬sione.
In sostanza, se l'estinzione dello stato è politicamente (e quindi
an¬tropologicamente, politikòn zoon, eccetera) impossibile, dovremo portarci
die¬tro anche nel comunismo l’eternità immodificabile anche del sistema dei
bisogni e dell'eticità dello stato?
Dipende. Dipende infatti da cosa intendiamo per stato democratico, sistema dei
bisogni ed eticità dello stato. Naturalmente d’accordo qui con Marx, non penso
che si possano scrivere ricette comuniste per le osterie del fu¬turo. Ma così
come per Croce tutto il passato è storia contemporanea, nello stesso modo in
un'ottica marxiana tutta la prefigurazione del futuro è in realtà specchio di un
dibattito contemporaneo. Dimmi che cosa prefiguri di un futuro possibile e ti
dirò che cosa pensi in realtà del presente e del¬le sue tendenze!
E allora metterò le carte in tavola su questo punto delicatissimo.
12. Non credo personalmente nella teoria dell'estinzione dello stato politi¬co,
e su questo rimando alle argomentazioni del prezioso libro di Zolo pri¬ma
citato. Ovviamente, non escludo neppure che questo possa avvenire in un lontano
ed imprevedibile futuro, ma siamo allora in una prospettiva aleato¬ria da
"meteorite" alla La Grassa. Credo in breve che la "politica" faccia par¬te
costitutivamente dell'antropologia comunitaria umana, e l'ho ampiamente
argomentato in due recenti opere politiche che complementari (cfr. Il Popolo al
potere, Arianna, Casalecchio 2006 e Elogio del Comunitarismo, Controcorrente,
Napoli 2006). L'uomo in comunità è necessariamente politico, a meno che
intendiamo la comunità in modo non democratico, e cioè gerarchico-organicistico,
che non è ovviamente il mio caso. Paradossalmente, la teoria dell’ estinzio¬ne
dello stato ha un presupposto ultraliberale, ed è infatti un'utopia
ultra-individualistica, di atomi riuniti insieme da una sorta di Armonia
Prestabi¬lita di tipo economico. I presupposti di questa teoria sono Leibniz
(teoria dell'armonia prestabilita) e Smith (mano invisibile rovesciata, non più
del mercato ma del piano “razionale"). E si veda su questo il concetto di
"capitalismo utopico" di Pierre Rosanvallon, in un libro mai tradotto in
italiano ( ma si veda il mio lavoro I Secoli Difficili, CRT, Pistoia 1999,
P.38).
Ci sarà in futuro un "sistema dei bisogni"? Nella forma esposta da Hegel nel
1821 probabilmente no. Ma neppure possiamo ipotizzare che uno stato panoptico
finirà con il conoscere i "veri" bisogni dell'uomo deducendoli da una na¬tura
umana inevitabilmente biologizzata. Questo è trasparenzialismo puro, ed il
trasparenzialismo puro è sempre una variante del dispotismo illumina¬to. Io, il
despota, ispirato ovviamente dal "vero Marx", che solo io conosco (e per
sicurezza ne vieto hobbesianamente la libera interpretazione), conosco i "veri
bisogni" dell'uomo, e ne pianifico il soddisfacimento mediante il piano
produttivo. Con questo, non intendo per contrasto sostenere un concetto
"mercantile" di socialismo. Non seguo neppure Agnes Heller, che ruppe con il suo
maestro Lukacs ( tanto migliore di lei sul piano teoretico e poli¬tico) perché
connotò il socialismo come "dittatura sui bisogni" diventando un'apologeta
integrale del capitalismo liberale. Niente di tutto questo. Sem¬plicemente, mi
rifiuto di pensare l'emancipazione comunista come statalizzazione integrale del
sistema dei bisogni, appunto per il carattere plastico-storico dell'evoluzione
del sistema dei bisogni stessi. Se i bisogni umani fossero solo "naturali",
allora avremmo un russovianesimo marxista di tanti Emilio che soddisfano i "veri
" bisogni umani. Ma il russovianesimo, lo si noti bene, lungi dall'essere
collettivistico, si basa in realtà su di una ipo¬tesi ultraindividualistica di
tipo robinsoniano (ed il Robinson Crusoè, in¬fatti, era il libro preferito da
Rousseau).
Ci sarà in futuro uno "stato etico"? Per il momento, constatiamo che non c'è, e
che lo stato è il luogo della menzogna organizzata (Kosovo 1999, Irak 2003,
eccetera). Il termine "etico" ha cattiva fama, perché evoca semanticamente la
prescrizione moralistica obbligatoria ostile alle forme di vita sociale e
sessuale in qualche modo non conformiste. questa "eticità" è in realtà solo
moralismo repressivo e bigotto, ed a mio avviso non c'entra niente con il
significato filosofico hegeliano del termine, che alludeva soltanto
all'im¬possibilità di identificare l'etica sociale e comunitaria con la
concezione individualistica ed astratta della morale di Kant, la quale a sua
volta (almeno secondo me) oggi gode di tanta buona fama perché è pienamente
compatibile con l’individualismo capitalistico, di cui insieme coscienza
infelice e raddoppiamento moralistico. Ma qui siamo ben dentro il fenomeno
sociale e non congiunturale della antipatia verso Hegel, l’orizzonte
com¬prensivo della successiva antipatia verso Marx.
Se invece per "etica" si intende non il moralismo prescrittivo coatto, ma
comuni¬tarismo libero necessariamente inquadrato in forme statali
costituzionali¬stiche (almeno fino alla per ora del tutto non concettualizzabile
unificazione politica del pianeta, che personalmente non auspico per nulla
perché finirebbe con l'essere imperiale, e gli imperi sono costitutivamente
dispotici - molto meglio un'utopia federalistica e nazionalitaria), allora non
ve¬do perché non dovrebbe esserci nel comunismo uno "stato etico". Mica la
parola implica persecuzione degli omosessuali, velo obbligatorio alle donne e
tribunali moralistici a base religiosa!
In sintesi: io non so assolutamente se il comunismo sarà o no possibile, anche
se mi rifiuto di pensarlo in modo aleatorio (meteorite, eccetera, il qua¬le
meteorite è solo il rovesciamento non dialettico della precedente "eclisse
prevedibile" di Hilferding). Io lo penso in modo ontologico-sociale, come
possibilità ontologica in senso aristotelico (dynamei on). In quanto al libe¬ro
sistema dei bisogni ed allo stato etico (etico=costituzionale, democrati¬co e
protettore di tutte le forme di vita non costrittive verso gli altri, e quindi
non protettore della dismisura capitalistico-crematistica), devo dire che ne
sono un moderato fautore. So che questo non può piacere ad un arco di posizioni,
che vanno dai bordighisti agli anarchici, fautori per ragioni assolutamente
opposte della teoria dell'estinzione dello stato e del siste¬ma dei bisogni, ma
il fatto è che non si può piacere a tutti.
E questo è infatti un principio dialogico essenziale: non si può piacere a
tutti, e quando ti insultano, e allora non ti curar di lor/ma guarda e passa.
13. Un’ultima annotazione marginale sulla corrente utopica del marxismo. Non ne
sono affatto un nemico, come mi sembra lo sia maggiormente Domenico Losurdo.
Riconosco ad esempio che l'orizzonte utopico aiuta a non farsi invischia¬re dal
pessimismo antropologico di tipo cattolico (Cornelio Fabro, Augusto Del Noce),
il cui argomento fondamentale contro il comunismo di Marx è che esso viola il
principio del peccato originale. E siccome il comunismo vio¬la il dogma del
peccato originale con il suo (presunto, e da me mai condiviso) ottimismo
prometeico, mettiamoci con Buttiglione a fiancheggiare Bush e tutta la merda
imperialistica. Risponderò con un detto della commedia all'italiana: ma per
favore, non facciamoci ridere dietro da tutti!
Riconosco che il tentativo di Ernst Bloch di "allargare" oppor¬tunamente le
cosiddette "parti integranti e fonti del marxismo", che per Lenin erano solo tre
(filosofia classica tedesca, economica, politica inglese e socialismo politico
francese), ad altre tre integranti (messianesimo ebraico-cristiano,
giusnaturalismo borghese rivoluzionario, ontologia utopica del
Non-Essere-Ancora) è stato e resta tuttora fecondo, pertinente e quindi da non
gettare via. Ma confermo la mia opinione sostanzialmente anti-messianica, per
cui meno messianesimo c'è e meglio è, in quanto la sobria ontologia dell'essere
sociale di tipo aristotelico, spinoziano e hegeliano è forse meno mobilitante
(anzi, è certamente meno mobilitante), ma è più concreta e realistica sul medio
e lungo periodo.
Quindi, nessuna diffamazione del pensiero utopico, così come nessuna
diffa¬mazione della scienza moderna. Ma invece consapevolezza del nesso organico
fra patologia scientistica e patologia utopica, che lungi dall'es¬sere opposte
sono in realtà collegate in forma antitetico-polare. Il marxi¬smo è infatti a
tutti gli effetti un’utopia scientifica, e proprio come utopia scientifica deve
essere interrogato e poi successivamente corret¬to.
E questo mi porta a discutere l'ultima parte della tua domanda.
14. Il problema è dunque riassumibile in questo modo sintetico: se il marxi¬smo
è un'utopia scientifica nel suo significato di ossimoro, e se non è soltanto
scienza o soltanto utopia, dobbiamo prenderlo così com'è oppure dob¬biamo
provare a correggerlo, tenendo conto del fatto che la sua riduzione unilaterale
a sola scienza (Althusser) o a sola utopia (Bloch) è un vicolo cie¬co da non
seguire?
Lo discuterò nell'ultima parte della mia risposta.
15. Partiamo dalla mia formulazione che tu cortesemente riporti: "Il comuni¬smo
è un'antropologia sociale contenuta in una filosofia della libertà, che utilizza
in seconda istanza metodi razionali in economia (principio del piano)".
Discutiamola ancora.
Ho già detto in precedenza che il principio del piano, che personalmen¬te vedo
come un primato della comunità sulla semplice individualità atomiz¬zata e
dell'economia sulla crematistica, non deve però essere interpretato in modo
"dispotico illuminato" come una pretesa di stabilire una gerarchia di cosiddetti
"bisogni naturali" al di fuori di ogni mediazione politica, che potremmo anche
definire come intervento della eticità sul semplice siste¬ma dei bisogni.
Dunque, no ad ogni inutile e fuorviante utopia della trasparenza, dell'armonia
prestabilita fra unità economiche che si relazionano in modo semplicemente
mercantile, e dell'estinzione dello stato, la cui estin¬zione comporterebbe
paradossalmente l'unità degli opposti (e cioè comunismo utopico=capitalismo
utopico, entrambi senza stato), nella forma di unità produttive autogestite ed
autogovernate che si relazionano reciprocamente senza mediazione politica. E
allora non ci ritorno più sopra. Il comunismo presuppone una fondazione
filosofica in termini di antropologia sociale. Non ritorno su quanto ho già
detto sulla mia nozione di idea¬lismo e di materialismo, senza la cui
accettazione - con rispetto parlando - non ci si può considerare o dichiarare
"previani" (non è ov¬viamente necessario esserlo, ma si sappia almeno che il
"prevismo" è un sistema filosofico coerente, strutturato ed organizzato).
Dunque, non può fondarsi su di una considerazione del soggetto come "snodo di un
reticolo" o del comunismo come "meteorite". Se polemizzo con La Grassa è perché
siamo vicinissimi per molti altri aspetti, e polemizzare amichevolmente e
fraternamente con i vi¬cini è più produttivo che polemizzare con i lontani, in
quanto con i vicini abbiamo in comune un progetto, e se il progetto parte con
“equivoci pendenti" la sua futura frammentazione è quasi inevitabile.
Il comunismo è una filosofia della libertà, e non dell'eguaglianza (su que¬sto
chi ha scritto cose profonde è stato il francese Jacques Texier). È pe¬rò anche
una filosofia dell'egalibertà (uso qui un termine di Etienne Balibar). Più
esattamente, l'eguaglianza è una derivazione secondaria di una con¬cezione
etico-ontologica della libertà, in quanto gli uomini nascono sia eguali che
diseguali (Norberto Bobbio), e la riduzione dell'arco della disuguaglianza
naturale e sociale si chiama etica, o se si vuole eticità (ma è meglio chiamarla
etica e basta). Non hanno dunque tutti i torti quegli stu¬diosi che hanno
insistito sulla dimensione etica del marxismo (cfr.G.Ragona, Maximilen Rubel
(1905 -1996), Franco Angeli, Milano 2003) come dimensione fondante. Il marxismo
infatti non è solo morale, ma anche morale (cfr.AA.VV.,Marxismo e giustizia, II
Saggiatore, Milano 1983). Per fare contento Lillo Testasecca, dirò che ogni
tentativo di creare un "marxismo immoralista" equivale veramente a tagliare
l'albero su cui si è seduti.
Se qualcuno mi obbietterà che la nozione di libertà nel pensiero occidenta¬le
nasce classista e signorile (cfr. C.Preve, L' eguale libertà, Vangelista, Milano
1994), gli risponderò che ne sono perfettamente consapevole, ma che bi¬sogna
egualmente distinguere fra la genesi (Genesis) di una costellazione con¬cettuale
e la sua validità veritativa (Geltung). Questa distinzione ontologi¬ca
presuppone preventivamente che si distingua accuratamente fra la genesi
ideologica particolare di un concetto (cfr. Elogio del comunitarismo,pp.81-181),
e la sua eventuale eccedenza filosofica veritativa posteriore.
Ma come distinguere fra genesi storica particolare, necessariamente ideologi¬ca,
di un concetto (in questo caso"libertà"), e sua posteriore validità ontologica
veritativa? In assenza di una garanzia trascendente, divina ed ultraterrena
(cfr. gli interventi recenti di Joseph Ratzinger) , e/o di una garanzia
storicistica, deterministica, messianica, predittiva, eccetera (cfr. il co¬dice
marxista tradizionale) non resta che una Terza Via (TV), che ho per ora
individuato in una forma democratica di comunitarismo (si legga con attenzio¬ne
la mia recente sintesi, ancora largamente migliorabile, in Elogio del
Comunitarismo ,Controcorrente, Napoli 2006).
16. Costanzo Preve è dunque "passato" dal marxismo al comunitarismo? Chiunque mi
può ovviamente interpretare come vuole. Ma come dice l'etica giornali¬stica,
l’interpretazione è libera, ma i fatti sono obbligatori. E nel mio ca¬so i
"fatti", gli incontrovertibili fatti, sono le posizione scritte che ho cercato
pazientemente di sistematizzare in questi ultimi anni, incurante del gossip
diffamatorio, della chiacchiera equivoca, del silenziamento e della (non
casuale) disconferma cognitiva.
Se queste considerazioni scritte vengono studiate con pazienza, credo venga alla
luce un "pensiero originale, che mescola elementi marxisti e non marxisti, ma
che resta intenzionalmente nel clima filosofico della critica al capitali¬smo di
Marx e della sua tendenza al cosiddetto "comunismo" . Questo almeno è il modo in
cui - me lo si consenta – vedo me stesso .
DOMANDE A CURA DI GIOVANNI PETROSILLO
1) Prof. Preve, Gianfranco La Grassa ha elaborato un documento-manifesto per la
“Costruzione della Terza Forza” dove vengono delineate le caratteristiche e la
struttura che dovrà avere una nuova forza antiegemonica ed anticapitalistica in
grado di proporsi quale agente di rivoluzionamento dei rapporti di forza tra
“classi sociali”. Lei però ha già fatto presente che, dal suo punto di vista,
qualcosa non quadro nell’elaborazione lagrassiana. Non ne condivide la portata
strategica oppure si riferisce a qualcos’altro?
2) La Grassa parte da un dato di fatto inequivocabile - e sul quale anche lei ha
scritto pagine di gran valore (vedi “L’ideologia Italiana” ed. Vangelista) –
circa il fatto che le precedenti teorie anticapitalistiche (oltre che marxiste)
sono diventate ormai inutilizzabili a causa di errori teorici intrinseci e per
non aver saputo cogliere le modificazioni avvenute nello “spazio sociale” che si
pretendeva di spiegare e trasformare. Mi spiego meglio, col fondamentale
passaggio dalla formazione economico-sociale borghese a quella dei
funzionari(privati) del Capitale tutte le vecchie categorie del marxismo d’antan
sono cadute ( Capitale Vs Lavoro, Borghesia Vs Proletariato, formazione del
General Intellect ecc.). Di qui la necessità espressa da La Grassa di una nuova
Teoria Sociale dello Sviluppo Ineguale dei Capitalismi (TSSIC) con l’obiettivo
di cogliere la direzionalità “delle cose del mondo” hic et nunc, e con la
possibilità di avere una griglia teorica, a maglie larghe, per una minima
previsione degli sviluppi futuri della società capitalistica. La Grassa sostiene
che il “Capitalismo” non esiste come categoria “assoluta”, meglio sarebbe
parlare di lotta tra diversi capitali da intendersi come “motore” di una
dinamica competitiva più vasta (di potenza geopolitica), dipanantesi all’interno
della formazione sociale mondiale(capitalistica). In funzione di ciò lo sviluppo
ineguale indicherebbe, allora, la disomogeneità propria alle diverse parti che
compongono la formazione sociale mondiale. Questa disarticolazione è alla base
del modificarsi dei rapporti di forza, in quanto precipitato dello scontro tra
segmenti di dominanti che puntano alla predominanza sugli altri dominanti
“potenziali”. La convince questa impostazione? E qual è secondo Lei il ruolo che
i dominati possono giocare nell’ambito di tale “disputa”?
3) Negli ultimi anni si è levata contro di lei una canea di accuse per aver
accettato di pubblicare i suoi scritti con case editrici di destra. Oltre a
questo, ha anche scelto di dialogare con persone molto “distanti” dalla cultura
comunista (in questo caso la parola distanti è un eufemismo dato che molti di
questi intellettuali provengono dal “movimentismo fascista”). Premesso che per
questo blog l’antifascismo militante non è un totem sacro (mentre restiamo
ancora antifascisti nella valutazione storica dei fatti del ventennio e degli di
anni di piombo), dove pensa possa portare questo dialogo tra culture così
antitetiche? Lei stesso ha più volte affermato che la destra è stata sempre
ammalata di “autoritarismo” e che la lotta dei “destrorsi” all’inegualitarismo
della società del denaro è finalizzata ad affermare un altro inegualitarismo,
quello fondato sul nomos della terra e del sangue. Allora, cui prodest questa
apertura?
4) Prof. Preve, per concludere, ciò che oggi la avvicina di più ai teorici della
nuova destra è, soprattutto, quello che lei e De Benoist avete definito la lotta
all’“anglobalizzazione”. Non pensa che possa trattarsi di un concetto che
nasconde aspetti troppo anticulturalistici e meno politici rispetto alla coppia
concettuale lagrassiana egemonismo/antiegemonismo? Altro tema a voi caro, e sul
quale La Grassa ha già espresso nel manifesto sulla Terza Forza il suo totale
dissenso, è un certo antimodernismo che sfocia poi nelle tematiche della
decrescita. Già Latouche aveva esposto questo tema facendo riferimento al
programma delle sei “R”: ridistribuire, riutilizzare, riciclare, ristrutturare,
rivalutare, ridurre. Per De Benoist, invece, la decrescita non è un ritorno al
passato quanto piuttosto un “accordamento” dello sviluppo umano con gli
equilibri della natura. Noi crediamo che queste questioni siano delle
“romanticherie” quando si tratta di contrastare la dinamicità del capitalismo,
il quale ha, come sua specificità, lo sviluppo costante delle forze produttive
(ovviamente, non come mero processo lineare ma in quanto
articolazione/disarticolazione continua delle varie sfere sociali umane), che,
per altro, finora ha prodotto disuguaglianze odiose ma è stato comunque in grado
di migliorare il tenore di vita della gran massa della popolazione mondiale. Non
le sembra che ci si stia ponendo (per usare una parallelo lucacciano a lei caro)
in una contraddizione antitetico-polare rispetto a chi vede, invece,
nell’avvento dell’era della Tecnica planetaria il destino ineluttabile
dell’umanità?
RISPOSTA ALLA PRIMA, SECONDA E QUARTA DOMANDA DI GIOVANNI PETROSILLO
Grazie per la domanda. Ho deciso di “scorporare” la tua terza domanda, che parla
del tema della mia opinione teorico-politica sull’attualità del Fascismo e
dell’Antifascismo, e di “accorpare” la prima, seconda e quarta, che riguardano
tutte il modello teorico di Gianfranco La Grassa (d’ora in poi sempre GLG). In
questo modo il discorso sarà più coeso, coerente e comprensibile. Gli elementi
critici e polemici, ovviamente, sono rivolti a stimolare il successivo
auspicabile dibattito.
GLG, infatti, mi è tuttora amico e maestro, almeno per quanto riguarda l’aspetto
della dinamica economica capitalistica., che mi ha insegnato a non considerare
progressivo-lineare-crollistica (come avevo originariamente imparato nel mio
primo apprendistato marxista), ma ciclica. Il bilancio storico degli ultimi anni
ha per ora verificato le sue ipotesi, mentre ha per ora falsificato sia lo
Struzzismo Tradizionalistico dei gruppetti comunisti fondamentalisti sia lo
Struzzismo Futuristico dei credenti nella mistica della Moltitudini. Nello
stesso tempo, il dibattito con GLG è reso difficile dal fatto che in genere non
risponde mai ordinatamente punto su punto alle obiezioni che gli vengono
rivolte, ma sceglie solo quello che vuole, ed in questo modo si apre a volte un
dialogo tra sordi. Preferisco qui la sincerità all’inutile autocensura. Ed ora
cerchiamo di discutere ordinatamente punto su punto.
1. Iniziamo dal problema della Terza Forza (TF). Il problema della TF è del
tutto legittimo, ed è anzi politicamente parlando il solo problema di cui abbia
senso parlare. Al di fuori di esso c’è soltanto quello che io chiamo la Guardia
Plebea del grande capitale finanziario a egemonia americana, oppure la Coazione
a Ripetere dell’eterna formazione di gruppetti di marxismo fondamenlistico di
varie (e tutte convergenti) osservanze. Guardia Plebea fiancheggiatrice del
grande capitale finanziario e Coazione a Ripetere di tipo
gruppettaro-fondamentalista sono il problema, non la soluzione, e nulla è più
sconsolante e tragicomico di un Problema che si crede una Soluzione. Porre il
problema di una TF, invece, è impostare correttamente il tema che ci interessa,
e merito di GLG è di aver individuato il centro del problema. Tutte le mie
critiche che seguiranno si situano all’interno del problema della TF posto da
GLG, e ne presuppongono non solo la legittimità, ma anche la centralità e la
crucialità.
2. Una TF non può mai essere “clonata” per via teorico-filosofica, ma risulta
sempre dalla precedente crisi del bipolarismo dominante. Nel caso dell’Italia di
oggi (ottobre 2006), siamo di fronte a un bipolarismo articolato reso certamente
possibile dal sistema elettorale, ma fondato su tradizioni ed anagrafi
ideologiche vecchie di almeno mezzo secolo, nonostante gli sconvolgimenti (più
superficiali che profondi) provocati da quello sporchissimo colpo di stato
giudiziario extraparlamentare chiamato Mani Pulite, colpo di stato i cui
“mandanti” devono essere cercati in settori di “dominanti” prevalentemente
finanziari, assai più stranieri che “nazionali”.
Oggi come oggi, questo bipolarismo manipolato con due centri omogenei e contigui
e due guardie plebee estreme fiancheggiatrici che coprono il ruolo di
“supplemento d’anima ideologico” (neocomunisti e neofascisti in cordiale e
rissosa solidarietà antitetico-polare) tiene ancora fortemente, nonostante
scricchiolii non certo strategici, e per questa ragione non c’è ancora lo spazio
politico-sociale per una TF. Al massimo, si può parlare delle precondizioni
ideologiche preliminari. Più di questo, credo, non può portare che a frettolose
illusioni sistematicamente seguite da laceranti delusioni. I tempi, purtroppo,
non sono “sincronizzati” con i tempi psicologici e biologici di ci oggi è
anziano o anche solo di mezza età.
3. Il quadro che tiene è costituito, in termini gramsciani di Blocco Storico, da
una alleanza di classe dell’Alto con il Basso contro il Mezzo. Più esattamente,
di un’Alleanza di classe (intesa in senso sociologico più che politico) del
grande capitale finanziario multinazionale “globalizzato” ad egemonia
politico-militare USA (l’Alto) con i ceti salariati, operai e proletari
sindacalizzati o assistiti (il Basso), alleanza rivolta contro la galassia dei
cosiddetti “ceti madi”, dal piccolo impiegato al medio industriale e
professionista (il Mezzo). E questo non è un caso, perché per usare una vecchia
espressione di GLG bisogna “sgrassare” l’eccednza adiposo-monetaria superflua.
Il basso non ha nulla da sgrassare, l’Alto ha bisogno di capitali mobili per la
speculazione finanziaria nel quadro della cosiddetta “concorrenza globalizzata”,
e solo il Mezzo può essere ancora convenientemente “sgrassato”. Il partito
ideale degli “sgrassatori”, e cioè il PCI-PDS-DS, sorto per sgrassare i borghesi
ed ingrassare i proletari in nome dell’uguaglianza comunista universale
dell’umanità finalmente emancipata, non ha avuto difficoltà alcuna a
riconvertirsi, o più esattamente a riconvertire il suo avido e cinico ceto
politico professionale, ingrassatori dei ceti medi. La riconversione ideologica
– come tutti sanno anche se pochissimi lo hanno capito nella sua dimensione
modale e strutturale – è avvenuta con il passaggio dallo Storicismo
Progressistico Marxista di tipo togliattiano al profilo di partito degli onesti
e della Gente (anzi, della ‘ggente alla Veltroni), contrapposti prima dal
cinghialone Craxi e poi dal paperone Berlusconi.
Non mi soffermo oltre su questa Commedia all’Italiana perché i suoi termini
storici sono largamente noti a tutti, all’infuori che ai tifosi dei due
schieramenti ed alle due guardie plebee di fiancheggiamento. Il circo mediatico
e la corporazione universitaria degli storici contemporaneisti e dei sociologi
di regime hanno la funzione di non permettere di capire come stanno veramente le
cose, e per questo , e solo per questo, sono tanto lautamente pagati. In questo
modo, questi mercenari si sottraggono allo “sgrassamento”.
Mi sembra però che questo quadro sia per ora ancora solido e stabile, nonostante
alcuni scricchiolii, e per questo sono molto scettico e pessimista sulla
possibilità di passare in tempi brevi o medi a dimensioni politiche realmente di
TF. Se la storia mi smentirà sarò il primo ovviamente a rallegrarmi. Ma non
credo, e lo credo proprio perché mi ispiro al metodo strutturale di Marx.
Discutiamo allora solo delle precondizioni ideologiche e teoriche , e passiamo
allora al modello di GLG. Dico subito che questo modello presenta difetti
strutturali di tipo prima filosofico e poi politico. Per chiarezza, e discutendo
punto per punto , esaminerò prima i difetti strutturali di tipo filosofico, e
poi i difetti strutturali di tipo politico.
4. L’amico GLG è un esempio da manuale della tesi esposta da Engels, l’amico di
Marx, per cui tutti gli “scienziati” (non importa se “naturali” o “sociali” )
che pretendono di non essere ispirati da fondamenti filosofici di alcun tipo,
sono in realtà sistematicamente succubi di cattiva filosofia che agiscono
implicitamente nel loro modo di “costruire” le loro tesi scientifiche. In
proposito, l’amico GLG da decenni suona sempre il solito organetto : non mi
occupo di filosofia, non ne so abbastanza, la lascio all’amico Preve, per quanto
mi riguarda l’Uomo non esiste, ammesso che esista non l’ho mai incontrato (tesi
nominalistica ben esposta dal teorico ultrareazionario De Maistre) eccetera.
Ma come aveva ben capito Engels, questo rituale schermirsi (sono uno scienziato
sociale, costruisco modelli, eccetera) si poggia su di una cattivissima
ultrafilosofia, quella di Althusser, acquisita da GLG quarant’anni fa , e mai
più abbandonata. Non c’è qui lo spazio per esporre questa filosofia (ma l’ho già
fatto e strafatto altrove). In breve, si tratta di una buona filosofia
decostruzionistica di forme ancora peggiori di marxismo, mentre è una cattiva
filosofia, diciamo così, ricostruzionistica. E pertanto, diciamolo una buona
volta, non è possibile ipotizzare una vera TF in assenza totale di un buon
sfondo filosofico.
Non vi chiedo di credermi sulla parola. Per questo discuterò separatamente
quattro punti, tratti liberamente dalle premesse althusseriane di GLG.
Nell’ordine i temi del soggetto , dell’Umanesimo, dell’Economicismo ed infine
dello Storicismo. All’interno del tema dell’Economicismo aprirò due parentesi
ulteriori sul tema della Tecnica e della Decrescita. Mi dilungherò un poco, ma
solo in questo modo sarà possibile capire che il modo “scientifico” di GLG di
concepire la TF è pesantemente condizionato dalla sua (cattiva) filosofia.
Esattamente come il vecchio Engels aveva già detto fra il 1875 ed il 1895.
5. Althusser odiava stupidamente Hegel, l’indiscusso maestro di Marx, perché lo
confondeva con l’interpretazione che ne aveva dato Kojève (cfr. G. Barberis, il
regno della libertà, Liguori, Napoli, 2003). Qui il suo incredibile
dilettantismo trovava la sua massima manifestazione.
Nel suo stupido odio verso Hegel, mirato a depurare Marx di ogni possibile
“residuo idealistico” (ma vedi contra di 180 C. Preve , Storia della Dialettica,
La petite Plaisance, Pistoia 2006), Althusser salva una sola cosa in Hegel, il
cosiddetto Processo senza Soggetto. Hegel avrebbe in altre parole costruito una
dialettica interamente anonima, impersonale e desoggettivizzata. Ma chi conosce
anche solo un poco la storia della filosofia sa bene che questo Hegel non
esiste, ed Althusser lo scambia per Heidegger. Per Hegel il soggetto ovviamente
esiste, ed è la Ragione Umana (logos). Su questo si veda, definitivo, il
giudizio filologicamente ineccepibile di lucio Colletti (cfr. Intervista
Politico – Filosofica, Laterza, Bari – Roma 1975, p.34).
Nei suoi bizzarri Elementi di Autocritica (cfr. Feltrinelli, milano 1975), in
cui riduce lo spazio filosofico ad integrale spazio ideologico (filosofia=lotta
di classe nella teoria), riduzione inaccettabile al massimo grado, Althusser
ringrazia Spinoza per averlo liberato dalla “illusione del soggetto” (sic!). Ho
letto anch’io Spinoza, e non me ne ero mai accorto. Spinoza contesta la
concezione antropomorfica ed antropomorfizzante della divinità monoteistica, ed
in questo senso è un potente anticipatore della critica dell’ideologia, che ha
quasi sempre uno statuto grande narrativo, e quindi antropomorfizzante (cfr.
Andrè Tossel). Ma i critici del soggetto come illusione sono David Hume e
Nietzsche. Hume non ha bisogno del soggetto perché ci pensa già a costituire il
mondo la rete di automatismi anonimi, dello scam¬bio capitalistico, ed in quanto
a Nietzsche il soggetto è ridotto ad un flusso energetico della Volontà di
Potenza.
Riassumiamo. Primo, Marx è del tutto incompatibile con qualsiasi teoria del¬la
cosiddetta "illusione del soggetto". Per Marx il soggetto c’è, ed è esatta¬mente
lo stesso di Hegel, con la differenza che è "arricchito" dalla conoscen¬za della
critica dell'economia politica e del metodo del materialismo stori¬co. Solo per
i capitalisti, il soggetto non è necessario, perché gli automatismi riproduttivi
del capitale, sia pur "strategici" quanto si vuole ma sempre interni a questa
riproduzione, bastano ed avanzano per moltiplicare ed al¬largare la baracca.
Secondo, se il nostro GLG accetta queste sciocchezze di Althusser lo faccia
pure, ma sappia allora che di Marx, tolto il soggetto, non resta niente, a meno
che pensi che la concezione marxiana della storia sia un "processo senza
soggetto". Ma questo ci porta direttamente al secondo pun¬to, che è quello del
cosiddetto Umanesimo.
6. Passiamo ora al cosiddetto Umanesimo. Chi ha letto con attenzione le mie due
precedenti risposte ad Amodio sa già che cosa penso in proposito: la natura
filosofica del progetto comunista di Marx è quella di un idealismo
umanistico-universalistico (e quindi non di un materialismo, dialettico o
aleatorio che sia), mentre la natura epistemologica di questo stesso pro¬getto
comunista è quella di uno strutturalismo scientifico, ed infine la somma di
queste due componenti dà luogo ad un ossimoro, e cioè ad un'utopia scientifica.
Althusser identifica positivamente (si tratta infatti di un codice teorico
positivistico, e solo positivistico) il codice filosofico con il codice
epistemologico, che sono invece ben distinti, ed in questo modo si inibisce
radicalmente la comprensione minima del problema, come del resto avviene anche
in GLG.
Da un punto di vista filosofico, infatti, il marxismo è un umanesimo, o se
vogliamo una metafisica umanistica dell'immanenza e del trascendimento stori¬co,
o ancora più esattamente la terza forma di idealismo dopo le prime due platonica
e fichtiano-hegeliana. Rimando alle risposte ad Amodio.
Da un punto di vista epistemologico, invece, il marxismo ovviamente non è un
umanesimo, perché non basa il suo modello conoscitivo del passato e del presente
storici sulla nozione di Uomo, ma sulle quattro diverse nozio¬ni di modo di
produzione, di forze produttive sociali, di rapporti sociali di produzione, ed
infine di ideologia e di formazioni ideologiche. Per capire questo bisogna
contare fino a due(2), cosa che Althusser e GLG non sono mai stati disposti a
fare. Personalmente, mi sono stancato di cer¬care di raddrizzare le gambe ai
cani. Ognuno filosofeggi come sa e come può, ma non creda(Engels docet) che il
suo modo di filosofare non influenzi la ri¬caduta sociale di quanto dice,
compreso il presente tema della TF.
7. Una necessaria parentesi storica. Per capire la questione della lotta
all’umanesimo bisogna riandare alla congiuntura ideologica del decennio 1956-58
(tempo) e della filosofia politica francese (spazio). La conosco come un
chirurgo può conoscere l’appendicite, perché ero allora studente in Francia, e
quindi potete credermi, perché so esattamente di che cosa parlo. E allora, in
breve, mentre in Italia il PCI con la sua "tolleranza repressiva" (Marcuse)
aveva rinchiuso gli intellettuali marxisti in uno zoo-parco teolo¬gico per
deficienti, cui il massimo di libertà stava nel discutere il tema demenziale se
il circolo conoscitivo fosse l'Astratto-Concreto oppure il Concreto-Astratto (e
Colletti alla fine della sua vita le avreb¬be correttamente definite "tutte
fregnacce"), in Francia, paese sovrano sia in politica che in filosofia, si aprì
una vera discussione sullo statuto del marxismo. I quattro gatti che mi stimano
sappiano che personalmente ven¬go di lì, perché se avessi dovuto giostrarmi fra
Badaloni e Luporini a quest'ora sarei potuto andare a vendere castagne.
Sartre cercò di trasformare il suo esistenzialismo individualistico in una sorta
di esistenzialismo comunitario di massa (cfr. Critica della Ragione Dialettica).
Io non ne condivido una sola parola e la ritengo radicalmente sba¬gliata, ma
almeno si trattò di un tentativo serio. Lucien Sève scrisse l’ultimo manuale
sistematico di materialismo storico e dialettico uscito nell’Europa Ociidentale
(cfr. Une Introduction a’ la philosophie marxiste, mai tradotta in italiano,
stimata a suo tempo da Ludovico Geymonat con cui mi confrontai a lungo partendo
da questo testo, stroncato poi da Georges Labica, ma comunque mille volte più
interessante delle vaghezze del pensie¬ro PCI-PDS-DS). Roger Garaudy
sistematizzò un marxismo umanistico convincen¬te, basato però sulla confusione
fra statuto filosofico ed epistemologico, e pertanto facilmente criticabile. Ma
a Garaudy interessava l'assoluto, e lo trovò finalmente nella religione
islamica, il che a mio avviso, alla luce dei più recenti avvenimenti storici, è
comunque meglio che trovarlo nel Postmoderno e nella metafisica bombardatrice ed
assassina dei Diritti Uma¬ni. Althusser, per cui la filosofia era sempre e solo
intervento politico nella lotta ideologica (e qui sta ad un tempo la sua
indubbia grandezza e la sua inenarrabile miseria), colse correttamente il fatto
che l'umanesimo marxista di Garaudy copriva una proposta politica interclassista
(come peraltro era il caso di Adam Schaff in Polonia e di Lucio Lombardo Radice
in Italia), e gli contrappose correttamente il primato della lotta di classe nei
rapporti di produzione. Come noterà GLG, se leggerà con attenzione quanto ho
scritto, ho scritto due volte correttamente.
Ma, appunto, questa correttezza fa parte di una congiuntura storica ormai finita
(il dodicennio 1956-1968), ed in più presuppone la centralità dello scontro di
classe Borghesia contro Proletariato, contrapposizione cui giustamente GLG non
crede più.
Si ha allora il seguente tragicomico paradosso, per cui GLG non crede più al
presupposto sul quale Althusser fondò la sua critica all'uma¬nesimo
interclassista, e cioè il primato dello scontro di classe Borghesia contro
Proletariato, si lamenta che l’althusserismo sia oggi diventato un fenomeno
esclusivamente universitario (ma non riesce poi a capire il perché, che pure è
lapalissiano), e continua imperterrito a sparare sull'umanesimo, a dire che
l'Uomo non esiste, eccetera, ignaro che questa posizione è vecchia come il
cucco, e si chiama nominalismo.
Che dire? Dirò che il marxismo di GLG è un marxismo calviniano, nel senso di
Italo Calvino, e cioè del Barone Rampante, del Cavaliere Inesisten¬te e del
Visconte Dimezzato.
8. E passiamo ora all’Economicismo. Nel significato classico della triade
Althusser-Bettelheim-La Grassa "economicismo marxista” significa primato
as¬soluto dello sviluppo delle forze produttive in quanto tali, con
marginalizzazione totale dello scontro di classe all'interno dei rapporti
sociali di produzione. Si tratta della corrente ultraegemone del marxismo dopo
Engels e Kautsky. Robert Brenner l'ha correttamente definita "marxismo
smithiano", perché si tratta di uno sviluppo ricardiano-sraffiano di sinistra
dell’originale paradigma di Adam Smith 1776, in cui la critica marxiana
dell'economia politica semplicemente sparisce. Più concisamente il suo
princi¬pale esponente teorico nella storia del marxismo mondiale, il cinese Deng
Hsiao Ping, l'ha riassunta nella formula divinamente concisa seguente: "Non
importa che il gatto sia bianco o nero, purché prenda i topi". La Cina del 2006
è il frutto di questa impostazione smithiano-economicistica, alla faccia dei
proletari di tutto il mondo, unitevi.
Bene, GLG si è distinto per alcuni decenni in Italia come il principale
"'bettelheimiano" italiano, ed ancor recentemente in morte di Bettelheim ne ha
fatto un elogio mistico. Bene, è possibile cambiare idea di 180 gradi, ma pe¬rò
bisogna dirlo ed avvertire i lettori. GLG è oggi un seguace di Deng e del¬la
centralità assoluta dello sviluppo delle forze produttive in funzione
geo¬politica anti-USA (posizione geopolitica che è peraltro anche la mia, almeno
in via di principio), e irride con disprezzo a tutte le teorie e le ideolo¬gie
che in qualche modo potrebbero indebolire lo sviluppo delle forze pro¬duttive.
Niente di male. Chiunque può cambiare idea. Io l'ho fatto molte volte. Ma
allo¬ra, caro GLG, che ne è del maoismo occidentale, della "teoria reaziona¬ria
delle forze produttive", della critica althusseriana all'economicismo, del
lascito teorico di Bettelheim, eccetera, eccetera?
Una risposta cristallina sarebbe gradita, anche perché, caro GLG, qui si tratta
di trent’anni del tuo stesso pensiero precedente. E non è una corre¬zione
marginale, ma una inversione di rotta di 180 gradi.
9. Una parentesi sulla cosiddetta critica alla Tecnica. Sono pienamente
d'ac¬cordo con GLG che oggi, nella congiuntura ideologica specifica dell’Europa
Occidentale del ventennio 1990-2010, la critica alla Tecnica è diventata la
copertura "colta" (esemplare la collaborazione di Umberto Galimberti al
"supplemento donna" del quotidiano"Repubblica") di una sottomissione al pri¬mato
industrialistico-militare USA ed alla religione sionista del comples¬so di colpa
eterno verso l'Olocausto. Su questo non ci piove. Ed infatti chi scrive non è un
sostenitore della metafisica pessimistico-heideggeriana della Tecnica. Se il
motto dell’economicismo è "non importa se il gatto è bianco o nero, purché
prenda i topi", il motto dell'avvento inesorabile del¬la Tecnica, come esito
terminale necessitato e fatale della lunga storia del¬la metafisica occidentale
è invece "non c'è più niente da fare/è stato bel¬lo sognare".
Ma, ma, ma. C’è sempre un ma di cui tener conto. La prognosi heideggeriana
sul¬l’avvento di un mondo tecnico inteso come Gestell (impianto
anonimo-imposizione soverchiante) non è solo un accorgimento ideologico per
sacra¬lizzare l'impotenza oppure una moda accademica per intellettuali
ex-marxisti caduti in una sindrome depressiva per palese impotenza
trasformativa, anche se ovviamente è anche e soprattutto questo. Questa prognosi
heideggeriana, debitamente tradotta e riformulata in linguaggio marxista,
connota un fatto realmente esistente, e cioè la palese (almeno per ora)
integra¬zione nella riproduzione capitalistica più o meno globalizzata di
colo¬ro che correttamente GLG chiama i Dominati. E siccome questo fatto esiste
veramente, e sta anche alla base dell'attuale pensiero di GLG, perchè irridere
una teoria che dice poi di fatto sostanzialmente la stessa identica cosa?
Le mode ideologiche alla Galimberti vanno e vengono, i supplementi donna del
circo mediatico vanno e vengono, il pessimismo depressivo del ceto intellettuale
universitario post-sessantottino è del tutto temporaneo, ec¬cetera, ma il
problema posto da Heidegger, che non a caso è diventato per suoi incontestabili
meriti uno dei principali (e forse il principale ) filosofi novecenteschi,
resta, eccome se resta.
E allora piantatela, per favore, di irridere un vero problema (ripeto per tut¬ti
i sordi ed i semisordi: il problema della palese impotenza progettuale dei
dominati di fronte ad un apparato economico-tecnologico integrato di cui non si
riesce per ora neppure a concettualizzare le forme storiche del suo possibile
superamento). Si potrà dissentire dal modo astorico con cui Heidegger lo ha
impostato e lo ha a suo modo risolto (e difatti neanch'io concordo con Heidegger
e con gli heideggeriani italiani, Gianni Vattimo, Umberto Galimberti, eccetera).
Ma piantiamola di continuare a sparare verso qualcosa che pal |