Pubblichiamo con piacere l'articolo che segue, ringraziando la Redazione della rivista La Contraddizione ed il compagno che ha digitalizzato l'articolo

Da La Contraddizione n°29 del marzo-aprile 1992

IL MARXISMO E LA POLITICA CULTURALE
Alcune osservazioni di metodo e di contenuto

 

Il tramonto storico della Prima Repubblica sta evocando un clima culturale nervoso e manipolato, regno di storici cialtroni in cerca di pubblicità e di “esternatori” che devono far dimenticare che i più grandi criminali italiani del XX secolo furono quelli che attaccarono l’Etiopia nel 1935, la Grecia nel 1940, l’Urss nel 1941. Chi scrive è però un ottimista storico, e confida che le bugie prima o poi mostreranno di avere le gambe corte. L’oggetto di queste note non è allora l’insieme del clima culturale italiano del 1992, e neppure la sua congiunturale deformazione legata alla campagna elettorale del 5 aprile, ma soltanto la questione del rapporto non episodico fra il movimento comunista in Italia ed il destino della teoria marxista, del suo sviluppo e della sua divulgazione. In proposito, svilupperemo quattro ordini distinti di osservazioni.


La forma-partito leninista e l’autonomia della ricerca scientifica marxista

È un fatto noto (anche se non ci si riflette mai abbastanza) che Karl Marx sviluppò progressivamente le sue analisi scientifiche sul capitalismo al di fuori di una committenza diretta di partito. Certo, è possibile dire che vi era in realtà una committenza “indiretta”, cioè il punto di vista anticapitalistico pratico del proletariato rivoluzionario, ma crediamo che in questo modo si crei di fatto un corto circuito fra una filosofia della storia ed una sociologia economica, in cui ciò che viene fatto “circuitare” è appunto la missione storica del proletariato (edificare il comunismo con la sua prassi “rovesciante”) e la titolarità dello sfruttamento della classe dei salariati (produttori strutturali di valore e di plusvalore). È meglio dunque attenersi al fatto storico innegabile per cui Marx lavorò al di fuori di ogni committenza culturale di partito. Bene o male che così sia stato, così è stato.
Il progetto di Lenin di partito politico comunista fondato anche e soprattutto (anche se non soltanto!) su di una legittimazione scientifica marxista intesa in senso forte si colloca storicamente fra il 1902 e il 1904. È bene rilevare che una legittimazione marxista di una politica socialdemocratica era già integralmente presente in Engels ed in Kautsky fin dal ventennio 1875-1895, ma che di fatto questa legittimazione era diventata una “ideologia integrativa” di una prassi opportunistica ed evoluzionistica ancor prima che Lenin pensasse e realizzasse il partito di tipo bolscevico. Possiamo quindi considerare Lenin come il vero fondatore a tutti gli effetti del partito comunista a legittimazione marxista (e ci pare che su questo punto lo storico postmarxista e postcomunista Massimo Salvadori colga correttamente l’essenza della questione). In Lenin l’analisi di tipo marxista è a tutti gli effetti fondativa per definire l’identità storica e politica del partito. La tattica, pur importantissima, è in Lenin subordinata alla capacità reale dei dirigenti di analizzare scientificamente le tendenze storiche del modo di produzione capitalistico all’interno della specificità della singola formazione economico-sociale in cui si trovano ad operare.
Si instaura dunque un triangolo fondamentale: la soggettività e l’identità del partito politico comunista e marxista; l’oggettività generale delle tendenze del modo di produzione; l’oggettività particolare delle tendenze della formazione economico-sociale. I dirigenti non possono dunque inventarsi la tattica e la strategia. Esse possono essere ricavate esclusivamente dalla doppia analisi scientifica del modo di produzione e della formazione economico-sociale. Non capiremmo nulla del Lenin filosofo se non cogliessimo a valenza politica del realismo gnoseologico che lo animava. chi scrive non ha alcuna obiezione su questo punto, ed anzi lo condivide pienamente. Non a caso, l’unica vera obiezione filosofica a Lenin, fatta implicitamente da Rosa Luxemburg, consiste nel dire che una legittimazione scientifica marxista di una politica comunista è superflua ed inutile, perché basta ed avanza la doppia azione dell’istinto rivoluzionario delle masse proletarie, da un lato, e del crollo economico del capitalismo, dall’altro. Il luxemburghismo ci sembra una forma di “misticismo sociologico”, che diventa indifendibile non appena i suoi sostenitori sono costretti a metterne a nudo le premesse metafisiche implicite. Non a caso essi non lo fanno mai, e ripiegano sulla figura storica di Rosa, effettivamente affascinante e trascinante (senza che questo, peraltro, sposti di un centimetro il cuore della questione).
Resta però un’obiezione di tipo storico. Di fatto, sulla base del bilancio dell’esperienza storica dal 1902 al 1991 a livello mondiale, il modello idealtipico del partito di Lenin (e ci si consenta per una volta questa categoria maxweberiana!) non è stato quasi mai applicato. Certo, esso ha di tanto in tanto prodotto dirigenti fortemente motivati sul piano teorico (da Gramsci a Trotsky, da Bordiga a Bucharin), ma in generale ha prodotto una selezione alla rovescia, in cui i tattici astutissimi nel vincere lotte di frazione e di cordata hanno sistematicamente fatto fuori i tipi umani e politici interessati ad una fondazione marxista seria del loro agire politico e tattico. Guardarsi intorno: ad esempio Occhetto e Gorbaciov.
È questa allora, ridotta all’osso, non tanto la nostra obiezione, quanto l’interrogazione che vorremmo porre, pacatamente, senza nessuna isteria e soprattutto nessuna saccenteria. La forma-partito costruita sul primato di fatto di una figura professionale di specialista a tempo pieno della tattica politica ci sembra produca e riproduca incessantemente e soprattutto strutturalmente una manipolazione della teoria marxista, che viene utilizzata sempre e soltanto come retorica populistico-umanistica della domenica o come pezza d’appoggio “colta” alle singole giravolte tattiche del ceto politico. E questo non può essere sempre e solo un caso. La Iotti e D’Alema, Occhetto e Veltroni, eccetera, varranno sempre mille volte di più di Benjamin e di Sweezy, di Lukàcs o di Althusser. Si tratta di un meccanismo strutturale inesorabile, che è legato alla “forma borghese della politica”, cioè alla legittimazione elettorale della rappresentanza che non deve appunto costituire soggettività antagonistiche non ancora esistenti, ma semplicemente “rappresentarle”.
Questo è, in breve, il nostro punto di vista. Se ci sbagliamo, vorremmo che ci si mostrasse dove esattamente sbagliamo, e non con la solita evocazione rassicurante di un modello ideale di “partito leninista” che poi non esiste concretamente da nessuna parte. I concreti partiti di tipo comunista, non appena diventano relativamente di massa, diventano anche macchine organizzative a dominanza strutturale di un ceto politico deideologizzato che è disposto ad utilizzare la teoria marxista soltanto come omelia domenicale o come bandiera e striscione di appartenenza sportiva di organizzazione.
Che fare? Non lo sappiamo. Ma il fatto di non saperlo non è un buon motivo per fingere di non sapere che in questo modo non si va da nessuna parte.


Il codice storico e teorico della rifondazione comunista

Il partito della rifondazione comunista, costituitosi in Italia nel 1991, non è certamente un partito di tipo leninista, neppure indirettamente e con le dovute mediazioni. Esso è la continuazione, nelle mutate circostanze, del partito comunista di tipo “italiano”, attraverso i due fondamentali stadi evolutivi del “partito nuovo” di Palmiro Togliatti e del “partito progressista a identità morale” di Enrico Berlinguer. Lenin non c’entra molto, e se volessimo sostenere che ci entra ci metteremmo da soli in una posizione insostenibile e in un vicolo cieco.
Vi è però almeno una caratteristica in cui rifondazione comunista riproduce e ripropone il codice genetico essenziale del partito comunista reale novecentesco. Si tratta, in breve, del fatto che le sue due polarità essenziali sono, da un lato, il dominio di un ceto politico professionale che trae la sua legittimazione non da un’analisi del modo di produzione capitalistico ma da un insieme di proposte di tattica parlamentare, e dal*l’altro, l’assenso di una massa di militanti cui spesso basta ed avanza il “patriottismo di organizzazione” e l’identità polemica differenziale rispetto agli altri partiti concorrenti dello scacchiere politico (in particolare, gli odiati-amati fratelli-nemici del Pds). Nello spazio di queste due polarità, la teoria marxista non ha letteralmente nessuno spazio. Essa, infatti, non deve legittimare nulla (la tattica politica si autolegittima giorno per giorno). Essa è un puro ornamento. Come ornamento, essa è come i fiori ed i tendaggi nelle sale. Tutti sono disposti a fare complimenti di rito all’arredatore, per passare poi alle cose serie.
Tutto ciò non avviene certo a caso. La genesi storica di Rc non è infatti derivata da un movimento politico o generazionale (come a suo modo quello del 1968) che volesse realmente rifondare, nel senso etimologico del termine, la teoria e la prassi del comunismo. Un simile movimento, storicamente esistito pur fra mille contraddizioni a partire dal 1956, si è estinto progressivamente nei primi anni Ottanta di questo secolo, e non solo in Italia. Rc è di fatto stata un movimento di orgoglio e di rivendicazione della tradizione comunista italiana, che si è voluta in tutti i modi continuare, contro chi voleva in tutti i modi liquidarla (gruppo di Occhetto) o farla vivere come corrente contrattata e subordinata in un partito esplicitamente postcomunista (gruppo di Ingrao).
I meetings convulsi ed entusiasti dei primi mesi del 1991 non lasciano adito ad equivoci nella determinazione storica della genesi concreta di Rc. Si è trattato di un felice incontro fra una base militante del vecchio Pci che rifiutava lo scioglimento (con striscioni che inneggiavano a Berlinguer di questo tipo: “Enrico, se tu ci fossi ancora”!), e di un ceto politico professionale all’inizio ristrettissimo ed ultraminoritario, che si è allargato soltanto quando (fra il gennaio ed il giugno 1991) è apparso chiaro che vi era una base organizzativa ed elettorale per la propria autoriproduzione. In questo “felice incontro” la teoria marxista non ha avuto nessun ruolo, neppure marginale. La differenza con il clima culturale del 1919-1921 (Gramsci e Bordiga, Tasca e Graziadei, eccetera) appare stupefacente.
Sia chiaro. Non intendiamo affatto “moraleggiare” sull’opportunismo di un settore di ceto politico professionale che ha fino all’ultimo sostenuto l’ipotesi di Pietro Ingrao per poi mettersi alla testa di militanti già pienamente “censiti” sul mercato. Tutto questo è assolutamente fisiologico, e corrisponde esattamente alle modalità di funzionamento normali della riproduzione del ceto politico. Il problema storico è un altro, ed occorre metterlo a fuoco almeno nell’essenziale, anche perché personalmente riteniamo assolutamente illusoria ed impraticabile almeno in questa fase qualunque ipotesi di aggregazione politica “comunista” alternativa e concorrenziale a Rc. È più produttivo invece capire bene che cos’è esattamente Rc.
Telegraficamente, essa è una continuazione comunista che si presenta come una rifondazione comunista. Da un lato, tutto il suo fondamentale tessuto militante e dirigente è un concentrato di “continuismo” del berlinguerismo e del Pdup-Dp nell’attuale congiuntura storica. Dall’altro, il crollo epocale del comunismo storico novecentesco, italiano ed internazionale, avvenuto nel triennio 1989-1991, la costringe a presentarsi come se fosse una vera e propria “rifondazione”. A parole, tutti infatti concordano sul fatto che il comunismo storico novecentesco non può essere semplicemente continuato con aggiustamenti parziali, ma deve essere radicalmente rifondato con mutamenti qualitativi e strutturali. A parole, appunto, perché nei fatti di questa rifondazione non c’è traccia.
Sul piano storico-universale, riteniamo che questo fatto, pesante come un macigno, non possa essere volontaristicamente aggirato. Si tratta infatti probabilmente di ciò, che Rc è un episodio storico di chiusura di un ciclo precedente, e non ancora di reale apertura di un ciclo storico nuovo. È dunque naturale che la dirigenza, il notabilato, i capi populistico-carismatici, i riti di identità, organizzazione, militanza, eccetera, siano ultratradizionali. Un abisso separa queste degne persone da tipi umani come Antonio Gramsci, formatisi in una lotta consapevole e senza quartiere con tutta la cultura del Psi dei primi due decenni del Novecento. Ancora una volta, è necessario che questa semplice ed elementare constatazione non serva da alibi psicologico per un ritorno a casa o per un disprezzo aristocratico da conventicola di illuminati. Chi scrive aborre questo atteggiamento paranoico e narcisista. Nello stesso tempo, sarebbe assurdo rimuovere questa elementare verità fingendo di essere in presenza di una vera rifondazione comunista. È tipico della pietas non ripetere troppe volte in pubblico certe elementari ovvietà, ma nello stesso tempo non esiste maggior stupido di chi crede sinceramente nelle proprie menzogne.


Quale politica culturale comunista?

Frutto del felice matrimonio fra una base di militanti e di volontari disinteressati ed un vertice composto da un ceto politico ultracollaudato, e proiettata verso una legittimazione elettorale che non potrà certo del tutto mancare il 5 aprile 1992, Rc non può certo avere una politica culturale. La sua semplice, nuda esistenza è già un principio di ragion sufficiente della sua legittimità. Il semplice fatto che essa abbia rifiutato la tradizionale soluzione all’italiana, trasformistica e consociativa, della corrente “contrattata” nel Pds, è già una ragione più che sufficiente per renderla meritevole almeno di attenzione. Uno storico del futuro, anche se sarà un superficiale semianalfabeta come Franco Andreucci, non potrà che rilevare che nel corso del cruciale 1990 tutto l’establishment politico-giornalistico (in prima fila il quotidiano il Manifesto, di cui consigliamo appunto lo studio accurato dell’annata 1990) si è capillarmente battuto perché Rc non potesse nascere, ed Ingrao rimanesse l’unico capo spirituale del “comunismo ideale” dentro il Pds.
Chi scrive ne sa qualcosa di questo feroce “silenziamento”. Tutti coloro che nel biennio 1989-1990 si batterono perché la tradizione della nuova sinistra ancora presente in Dp non confluisse integralmente nell’eco*logismo interclassista e postcomunista dei Verdi Arcobaleno e la tradizione comunista non si incanalasse nell’ingraismo contrattato del Pds furono ferocemente silenziati o diffamati come trinariciuti, veterocomunisti, “cossuttiani”, kabulisti, dogmatici, eccetera. È bene che su queste piccole ma significative vicende non scenda un totale oblio storico e documentario, perché si sappia a che punto di ferocia può giungere la manipolazione politica, specialmente “a sinistra”.
Per la sua genesi storica e la sua natura sociale, Rc non può avere una politica culturale. Questo è un bene, e non un male. È un bene, perché sappiamo per esperienza che cosa ha concretamente significato nella storia del marxismo italiano l’egemonia dello storicismo propugnata da Palmiro Togliatti come necessario correlato della strategia e della tattica del partito di massa di tipo nuovo edificato dopo il 1944 nelle inedite condizioni storiche dell’alleanza antifascista e della vittoria militare dell’Urss contro la Germania nazista. Una politica culturale di “partito”, pur fatta con tutte le migliori intenzioni gramsciane di egemonia su di un blocco storico guidato da un moderno Principe, significa il “silenziamento” o la marginalizzazione di tutti i progetti teorici e pratici incompatibili con una determinata linea politica (e da Galvano Della Volpe a Raniero Panzieri non c’è veramente che l’imbarazzo della scelta!).
È dunque un bene, lo ripetiamo, che Rc non abbia e non possa avere né la consistenza né il prestigio per egemonizzare strati consistenti di intellettuali (oggi sociologicamente assai più numerosi che al tempo di Gramsci e di Togliatti). È questa una delle precondizioni perché un reale dibattito non manipolato preventivamente da necessità di tattica politica possa sorgere e svilupparsi, anche se naturalmente non è di per se una garanzia, se non in “negativo”. Ci sembrerebbe pertanto assurdo ed autolesionista che si chieda a Rc di “dotarsi” di una “politica culturale”. In condizioni di primato strutturale di un ceto politico professionale e di una militanza patriottica di identità di organizzazione, essa non potrebbe che essere compatibilizzata a queste due determinazioni di fondo. Questo non deve avvenire, e per fortuna, non può avvenire (che è la sola vera garanzia perché non avvenga).
Era comunque difficilmente prevedibile che quasi nulla di ciò che fu l’elaborazione culturale della “nuova sinistra” italiana dal 1956 al 1989 sia passata in Rc, ma sia visibile soltanto una sorta di difesa e di valorizzazione storica dell’eredità di Togliatti e di Berlinguer. Chi scrive si è in proposito sbagliato di grosso, perché non credeva possibile che qualcosa del genere potesse avvenire, e dava per scontato che ci si sarebbe trovati di fronte ad un fecondo confronto fra le due distinte tradizioni culturali. Niente di tutto questo. Le ragioni sono molte, e per il momento non ancora chiare.
Conta certamente molto la progressiva degenerazione politica e culturale di Dp, che permise per lunghi anni ad un leader esibizionista ed incolto come Mario Capanna di imporre una identità pubblicitaria conforme ad un esagitato Pannella di estrema sinistra incapace di crescere e di uscire da un’eterna goliardia, e che giunse all’appuntamento della fusione senza eredità culturale da spendere, al di là di una confusa accozzaglia di motivi operaisti, ecologisti, pacifisti e femministi di maniera.
Vi è però una ragione storica molto più importante per spiegare questa “assenza”. I tentativi di rinnovamento teorico compiuti fra il 1956 ed il 1989 (e che definiremo per brevità storiografica “nuova sinistra”, anche se questa dizione è fuorviante, perché gran parte di questa identità proviene da precedenti eresie storiche marxiste risalenti addirittura agli anni Venti) non stavano infatti nelle “nuvole”, ma avevano come portatore empirico generazionale alcune “classi d’età”, nate in massima parte fra il 1940 ed il 1950. Ora, questa generazione, nella sua stragrande maggioranza statistica, è proprio quella che ha vissuto traumaticamente sulla sua pelle l’incapacità di realizzare la trasformazione delle forme teoriche e politiche del comunismo storico novecentesco concretamente esistente (e non di quello platonico o variamente “ideale”), che ha interiorizzato questa sconfitta senza riuscire ad elaborarne il lutto, e che ha finito con il divenire la portatrice empirica del riflusso postcomunista , del differenzialismo antidialettico, del postmodernismo fatalistico oppure del “modernismo” alla Habermas ed alla Dahrendorf (accettazione sistemica del capitalismo, ideologia della cittadinanza, “migliorismo”, eccetera).
L’assenza della generazione del Sessantotto ha dunque radici molto più profonde dell’inconsistenza culturale dell’ultimo decennio di vita di Dp e della sua degenerazione microparlamentare e microelettoralistica. Una parte del gruppo dirigente e della base militante di quest’ultima ha avuto almeno il merito storico di “confluire” nella rifondazione comunista, anche se la lunga tradizione dell’economicismo estremistico non poteva che sfociare inesorabilmente in una dis-egemonia culturale di fondo rispetto alla “lunga durata” del togliattismo.
È questa a nostro avviso la ragione per cui la sola linea culturale visibile di Rc sta nella difesa storica di Togliatti e della prima repubblica. Intellettuali come Luciano Canfora e Domenico Losurdo sono a nostro avviso esemplari per comprendere questo atteggiamento. Ci si intenda bene, e non ci si fraintenda. Non intendiamo qui affatto attaccare chi ci sta più vicino, secondo la deplorevole abitudine rissosa del settarismo. Al contrario. Questi intellettuali (ed altri che non citiamo per brevità) non sono soltanto migliori dei cialtroni che falsificano le lettere per i media craxiani e democristiani (che non sarebbe gran cosa), ma sono anche migliori di tutti i postcomunisti epocali che incitano alla conciliazione con il presente capitalistico trasfigurato in destino dell’economia e della modernità. Vogliamo anzi dire di più. L’essersi rifiutati di diffamare pregiudizialmente Rc unendosi al coro che la connotava come una pittoresca e patetica “adunata di refrattari” è anzi a nostro avviso una cartina di tornasole storico-culturale che connota una fondamentale etica storica ed anche un’apprezzabile capacità di resistenza al ricatto filosofico della “fine della storia”. Una storia degli intellettuali italiani degli anni Novanta dovrà anzi prendere atto di questo fenomeno, piccolo ma significativo, di resistenza.
Questo rilievo non modifica però i termini essenziali della questione. Una rifondazione comunista che crede di poter compiersi sulla base di un salvataggio storicistico di Togliatti e di una rivendicazione della giustezza strategica fondamentale della sua linea non è a nostro avviso una rifondazione comunista, e nessuna necessità tattico-elettoralistica di reagire alle esternazioni di Cossiga o alle falsificazioni di Intini può cambiare i termini fondamentali del problema. Occorre congedarsi dal proprio congedo, e non ripetere quello che in America si chiama il polish good-bye, in cui si sta due ore sulla porta senza decidersi a rientrare o ad andarsene. E questo ci porta al quarto ordine di considerazioni con cui concluderemo, che sono quelle cui attribuiamo incondizionatamente maggiore importanza.


Cinque punti di discussione all’ordine del giorno

Se è un bene che Rc non abbia una politica culturale definita, è un male che non sia in grado di offrire un tessuto per la discussione marxista. Non vogliamo un megafono o una tribuna, ci basterebbe una “rete”, e neppure questo c’è. La questione è che non c’è altro. Prendiamo ad esempio il quotidiano il Manifesto. Da un lato, ottimi reportages di politica estera, stimolanti contributi sul tempo di lavoro alienato e sfruttato, alcuni numeri della Talpa veramente buoni. Dall’altro, la chiacchiera politichese e sinistrese di chi va in viaggio di nozze a Samarcanda, insieme con quintali di demenziale massmediologia benetton-punk. Il problema, però, sta nel fatto che la Rossanda è l’unica che parla di marxismo, ed il rossandocentrismo non ci può aiutare. Una persona sola, anche se Rossanda, non può esaurire un dibattito. Neppure il sublime Kim Il Sung, con il suo principio del giu-ce, cioè del fare tutto da solo, ce la può fare. Il marxismo in una sola persona è impossibile come il socialismo in un solo paese. Non proseguiamo l’analisi per carità di patria. Eppure, vi sarebbero almeno cinque questioni da cominciare a discutere subito, che qui ci limitiamo per ragioni di spazio ad elencare sommariamente.
In primo luogo, è necessario riprendere un’analisi delle classi sociali in Italia ed in Europa, perché siamo sempre più ignoranti sulla composizione di classe del moderno capitalismo in rapida trasformazione. Sociologi ed economisti sembrano spariti. Un tempo si partiva dal presupposto errato secondo cui bisognava “individuare” i soggetti rivoluzionari, mentre ora sappiamo per fortuna che i soggetti devono essere tutti costruiti e la ricerca di soggettività rivoluzionarie già date nella società è analoga alla ricerca della pietra filosofale già data in natura. Ma questa non è una ragione per continuare ad essere tanto ignoranti a proposito dell’analisi anche quantitativa delle classi sociali. Vent’anni fa abbiamo già fatto l’esperienza tragicomica di cosa significa lasciare temi tanto complessi a personaggi come Sylos Labini.
In secondo luogo, bisogna riprendere a parlare direttamente e con conoscenza di causa di imperialismo. Le forze armate italiane stanno già ristrutturandosi apertamente come macchina da guerra di pronto intervento oltremare. La guerra del Golfo è stata un assaggio. Da un lato, la generalizzazione dell’obiezione di coscienza sarà funzionalizzata a gonfiare gli apparati di volontariato laico e cattolico, in modo direttamente proporzionale allo smantellamento del welfare state pubblico, ritenuto ormai (in modo purtroppo non privo di fondamento reale!) impiegatizio, freddo ed inefficiente. Dall’altro, con i giovani di leva che rimarranno si costruiranno corpi speciali di pronto intervento neocolonialista ed ultraimperialista (e si rifletta ai recenti usi dell’esercito nel Golfo ed in Albania). Su queste cose regna una reticenza assurda, ornata da chiacchiere pacifistico-esistenziali. Come disse a sua tempo Brecht: “Compagni, parliamo dei rapporti di produzione!”. L’Italia è un paese imperialista, e chi ha paura della parola perché gli sembra fuori moda ed “esagerata” ha in realtà anche paura della cosa, che vuole rimuovere ed esorcizzare come un tipico paziente nevrotico in analisi.
In terzo luogo, una discussione chiara e feconda sulla dialettica stenta a partire. La tradizionale discussione di due decenni fa è del tutto superata. Essa si incentrava sul rapporto di continuità o di discontinuità fra Hegel e Marx perché attraverso questo “schermo” si poteva in realtà discutere in modo esopico la questione dello storicismo come filosofia di inquadramento e legittimazione della linea politica del partito di massa di Togliatti, insieme con la connessa questione dei caratteri specifici e determinati del modo di produzione capitalistico in Italia che mettevano all’ordine del giorno il tema del comunismo. Questa vecchia e gloriosa discussione, durata almeno vent’anni (dal 1950 al 1970), è ormai storica, cioè archeologica.
Oggi si tratta invece di partire dall’attuale egemonia dell’ideologia antidialettica della differenza, che filtra in linguaggio filosofico l’attuale pretesa di eternità sistemica ed insuperabile del capitalismo. Chi scrive ha sempre notato che è estremamente difficile far capire che l’egemonia della teoria dei sistemi di Luhmann e Parsons nelle scienze sociali è in realtà la stessa cosa dell’egemonia delle attuali letture differenzialistiche di Nietzsche ed Heidegger compiute in modo apparentemente opposto ed in realtà convergente da Gianni Vattimo e da Emanuele Severino. Le seconde offrono un “supplemento d’anima” e di senso alla prima, apparentemente così fredda e disantropomorfizzata. Purtroppo, non siamo ancora riusciti a far comprendere questo legame in modo piano e semplice, accessibile all’intelletto comune poco allenato alla dialettica (a suo tempo, Lenin seppe fare ben di meglio in filosofia, cogliendo bene come l’empiriocriticismo non faceva sparire soltanto lo spazio ed il tempo, ma anche soprattutto il plusvalore). Il risultato di questa sbalorditiva incapacità dei filosofi marxisti (e chi scrive si mette tranquillamente nel mazzo) nel dar battaglia sulla questione della dialettica in modo creativo è sotto gli occhi di tutti.
L’ideologia della differenza, che è l’ideologia spontanea di soggetti individuali e sociali nell’epoca attuale, è anche l’ideologia egemone della “sinistra”, con il risultato che quest’ultima ha interiorizzato proprio le norme di autoriproduzione sociale capitalistica. In breve: la questione della dialettica nell’epoca storica della differenza è la questione della filosofia della rivoluzione. Vorremmo addirittura sbilanciarci maggiormente: così come negli anni intorno al 1840 il materialismo storico sorse genealogicamente dalla decostruzione dell’ideologia hegeliana dello stato e della società civile, analogamente in questo scorcio di secolo una possibile ripresa di una autonomia filosofica comunista sorgerà presumibilmente da una decostruzione dell’i*deologia della differenza (più esattamente: dell’ideologia della differenza nella sua intima complementarità segreta con la teoria dei sistemi).
In quarto luogo, si dovrà pure riprendere a parlare della nozione marxiana di valore in modo pertinente. Si possono fare le critiche più severe ad Antonio Negri detto Toni (e chi scrive ne ha fatte molte), ma non si può negare che quest’uomo ha posto in modo radicale la questione della “forma di valore” in relazione al*l’alternativa politica fra un programma socialista oppure un programma comunista. Se una formazione politica come Rc vuole semplicemente “galleggiare” nella quotidianità capitalistica posizionandosi giorno per giorno nel mercatino parlamentare è certo che una discussione come questa è del tutto inutile anzi “lunare”. Ma bisognerà pur chiedersi se il programma politico di un movimento comunista nell’epoca storica dell’au*tomazione del controllo dovrà avere un carattere comunista in senso marxiano, e che cosa voglia dire questa paroletta. Ha un senso fare lotta politica anticapitalistica in vista di una “costruzione del socialismo” ricalcata sui modelli del passato con in più soltanto, crocianamente, la “libertà” di opinione? Chi scrive pensa ovviamente di no, e nello stesso tempo non bisogna illudersi.
Senza una ripresa capillare ed esplicita di una discussione politica sul valore (questa cruciale nozione marxiana che non può essere eliminata in alcun modo) una nuova generazione priva di memoria storica può formarsi credendo sinceramente che il comunismo sia il vecchio socialismo reale con in più il pluralismo dei partiti, cioè appunto Togliatti in nuova confezione. Del resto, le premesse della confusione ci sono tutte. Da un lato, un’indagine puramente quantitativa del valore ha portato a Piero Sraffa ed alla virtuale eliminazione della critica marxista dell’economia politica (con una serie di metamorfosi prevedibili dalla scuola di Modena ultrasindacalistica ed ultraconflittuale dagli anni Settanta all’attuale compatibilismo subalterno degli economisti liberisti consiglieri di Occhetto). Dall’altro, un’analisi puramente qualitativa del valore ha portato Claudio Napoleoni all’evocazione di una società integralmente posteconomica, riflesso spiritualizzato del mondo di Ingrao e di Barcellona, che civettando con un linguaggio lucacciano vorremmo definire brevemente come “interiorità all’ombra del Pds”.
In quinto luogo, infine, non possiamo ignorare che stanno oggi delineandosi in modo più chiaro del passato due paradigmi parzialmente alternativi sulla natura del capitalismo. Ad esempio, il semplice lettore del*l’interessantissimo numero della Talpa del Manifesto del 16 gennaio 1992 dedicata alla nozione di modo di produzione capitalistico oggi, poteva rendersi agevolmente conto che si sovrapponevano senza confondersi almeno due modelli, il primo ispirato ad un “capitalismo lavorativo” che lasciava sullo sfondo il tema giuridico della proprietà, ed il secondo che invece riproponeva il “capitalismo proprietario” pur alla luce di stadi successivi della tecnologia (automazione dello strumento, del moto e del controllo). Questo lettore, però, aveva di fronte a se soltanto il “prodotto finito” della modellizzazione teorica, mentre gli restavano ignoti i momenti successivi necessari per compiere questa “produzione teorica”, di modo che egli non poteva che restare “espropriato” del processo di produzione della modellizzazione stessa. Ora, siamo convinti che esistano molte persone che hanno qualcosa di meditato da dire in proposito, e che non si accontentano di formulazioni riassuntive finali, ma vogliono intervenire su tutti i momenti di costruzione della teoria, dal momento che intervenire allo stadio finale non ha alcun senso. A quel punto, ci si potrebbe soltanto “schierare”, la cosa più assurda ed inutile nell’impresa scientifica.
Chi scrive ha maturato in proposito un’opinione personale, e come è noto non ama per carattere fare “il pesce in barile”, ma preferisce esprimere chiaro e tondo il proprio punto di vista. Vi saranno altre occasioni, speriamo presto. Ciò che conta, invece, e che ha un interesse pubblico e non solo privato, è che questo confronto di paradigmi possa svolgersi secondo modalità linguistiche e comunicative reali, che mettano a fuoco gli aspetti comuni e quelli differenziali, gli aspetti principali e quelli secondari, i presupposti filosofici impliciti e quelli espliciti. Una partita di football, o meglio di rugby, fra esponenti del modello “proprietario” e di quello “lavorativo”, sarebbe diseducativa. In queste cose, chi ha più filo tesserà, purché appunto i modelli teorici alternativi non si autoconvalidino crescendo su se stessi e producendo linguaggi e codici espressivi autoriproduttivi secondo le più viete tradizioni della metafisica.


Conclusioni

Abbiamo parlato molto di marxismo e poco di rifondazione, ed in fondo è esattamente quello che volevamo. La ricostruzione del marxismo (e del leninismo) è infatti a nostro avviso più importante di Rc e que*st’ultima ci interessa quasi esclusivamente in funzione di questa ricostruzione.
Sappiamo perfettamente che quanto diciamo può apparire quasi provocatorio. Chi scrive non appartiene però alla schiera degli intellettuali che si autoflagellano per la vergogna di essere tali. Un intellettuale può solo vergognarsi per la sua mediocrità, e per il suo non riuscire a progredire nel suo campo di studi. Rc dunque servirà soprattutto se contribuirà a creare un tessuto politico per lo sviluppo del marxismo e del leninismo. La lotta di classe, che certamente riprenderà in forme per ora inedite, sorgerà altrove, attraverso dinamiche sociali che non avranno quasi nulla a che vedere con aggregazioni politiche di tipo elettorale. La domanda allora è questa: quale marxismo? quale leninismo?
Quale marxismo. Un marxismo che certamente sappia ritornare alla radicalità della dimensione originaria della marxiana critica dell’economia politica, per cui l’economia non era una disciplina specialistica, ma il modo globale in cui la società borghese si autorappresentava. Questo ritorno non è però la semplice restaurazione di una posizione originaria nel frattempo perduta o “revisionata”, perché incorpora strutturalmente anche il bilancio del socialismo realmente esistito dal 1917 al 1991 e del capitalismo dello stesso periodo che a quest’ultimo si oppose con successo.
Quale leninismo. Un leninismo che sappia tornare alla radice del progetto storico di Lenin, in cui la forma organizzativa della militanza comunista era indissolubilmente legata ad una nuova forma della teoria marxista di riferimento. È questa l’essenza del leninismo, non certo l’affermazione generale della necessità di un partito politico di quadri disciplinati o un insieme di prescrizioni tattiche sulle alleanze fra classi e gruppi sociali. Rc in questo senso, non è un partito leninista non tanto nel senso per cui essa è piuttosto un ibrido che potremo definire una forma di “togliattismo minoritario” (cioè un “partito nuovo” senza però la pretesa di un’egemonia elettorale), ma in un senso molto più profondo e preciso. Essa non è un partito leninista perché non si pone neppure in modo indiretto il problema cruciale di Lenin, quello di elaborare una nuova forma della teoria marxista a partire dalla quale proporre poi una determinata forma organizzativa. Essa ha proposto da subito una forma organizzativa che potesse servire da contenitore ad un insieme di militanti e di elettori che non intendevano accettare lo scioglimento del vecchio Pci. In questo senso essa non è nata da una scissione (come il Pcdi di Gramsci e Bordiga nel 1921), ma da un’affermazione di continuità. Non intendiamo criticarla per questo. Questa sua nascita era inevitabile nel momento in cui avvenne, e non poteva avvenire diversamente. La stessa legittimazione elettorale del 5 aprile 1992, grande o piccola che sia, è la legittimazione non ad una rifondazione comunista, ma ad una semplice affermazione di continuità.
Dopo le elezioni devono però venire le cose serie, cioè la vera rifondazione, il chiarimento della propria ragion d’essere storica, del cosa significa essere un partito comunista oggi. Sarebbe triste che un gruppo di deputati, senatori ed altri notabili elettoralmente legittimati trasformasse la propria autoriproduzione per una ragion d’essere storica. Questo è possibile, ed anzi è probabile, ma il disordine sotto il cielo è tanto grande che potrebbe succedere anche l’opposto. È quanto francamente speriamo che accada.

Costanzo Preve

 

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