|
Riflessioni sull’auspicabile nascita di Associazioni Culturali per la Ricerca della Verità
“Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”
Un titolo così enfatico ha bisogno di qualche spiegazione. Le riflessioni più specifiche, riguardanti i contenuti, verranno fatte nella seconda parte di questo documento. Prima però riteniamo opportuno indicare le ragioni che ci hanno spinto ad individuare in un Associazione Culturale per la Ricerca della Verità un orizzonte di senso collettivo, in questo inizio millennio. La prima ragione è sostanzialmente la coscienza di essere finiti in un nuovo ciclo storico, con tutte le conseguenze di “spiazzamento” che questo comporta per chi, come noi, dispone di un solo mondo con cui fare i conti per quanto riguarda il senso da attribuire alla vita e alle possibili estrinsecazioni “pratiche” di essa, nel contesto in cui viviamo. La seconda ragione è strettamente connessa alla prima. Infatti, se dal punto di vista strategico nulla è cambiato, non così si può dire per quanto riguarda la tattica. Mi spiego. Se il nostro fondamento teorico resta una visione anticapitalistica della vita, volendo sintetizzare nell’aggettivo un’avversione totale allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ed al modo di produzione più scarsamente interessato alle sorti dell’umanità dall’inizio dei tempi storici, lo spazio “deputato” per poter combattere il capitalismo, vale a dire la politica, in questo nuovo ciclo storico è scomparso. Non formalmente, perché, come sempre avviene nelle cose umane, essa continua a trascinarsi da morta, avendo dunque totalmente cambiato significato. E come se non bastasse, continua ad avere parvenze da viva per moltissime, troppe persone. Non si vuole con questo dire che, al posto della politica ci mettiamo le Associazioni, magari collegandole, e via col tango! Non c’è alcuna idea organizzativistica mascherata in queste riflessioni, sicuramente c’è la volontà di uscire fuori da logiche castranti e fondamentalmente nichilistiche. Ma per evitare espressioni che finirebbero per risultare generiche, è necessario passare alla parte analitica, che descrive le caratteristiche del ciclo storico passato e quelle emergenti del nuovo ciclo.
Parte prima
L’individuazione di grandi linee di tendenza, la valutazione della loro importanza e la stessa definizione di un ciclo storico sono necessarie per illuminare gli orizzonti dell’esistenza collettiva e per viverli con libertà interiore. A far questo dovrebbero aiutarci gli storici di professione. Costoro, nella maggior parte dei casi non lo fanno. Di fatto, la storiografia accademica riflette l’attuale nichilismo dei saperi e, quando è seria, è ricerca accurata in ambiti parcellari, senza approdo a sintesi globali di significato, altrimenti è pura riproduzione, mascherata da ricerca, dell’odierna povera ideologia del disincanto e dell’empirismo sociologico. C'è da dire che Eric Hobsbawm ha tentato di aiutarci, con una fondamentale intuizione, sostenendo che le molteplici manifestazioni del Novecento possono essere ricondotte all’unitarietà di un ciclo storico, qualora il secolo sia inteso in modo cronologicamente ridotto, come secolo breve, (dal 1914 al 1991). Noi pensiamo che, dall’individuazione e dalla comprensione delle tendenze che hanno caratterizzato il Novecento, possa nascere la comprensione del mondo attuale, in quanto generato dall’esaurimento di quelle tendenze, dal compimento di quel ciclo. Hobsbawm sostiene giustamente che la più netta cesura storica, dopo la Rivoluzione francese, è stata la prima guerra mondiale. Essa inaugura la storia del Novecento, “il secolo più violento della storia del genere umano” (William Golding), introducendo nell’Occidente sviluppato, come nuovo mezzo di conseguimento di fini politici, la promozione e l’organizzazione della violenza di massa, attraverso pratiche di internamento, deportazione, sterminio. Tutte pratiche queste, già attuate e addirittura legittimate, nei confronti dei popoli di colore, ora però estese, in larga scala, ai popoli bianchi. Fino al 1914, l’Occidente sviluppato aveva teso a considerare i popoli bianchi come appartenenti ad un’unica razza, cultura e civiltà, con il corollario della subordinazione, quanto meno in linea di principio, della violenza al diritto. Nel 1914, all’improvviso, i governanti additarono, ai loro popoli, i popoli nemici come selvaggi estranei alla civiltà, legittimando così nei loro confronti una violenza senza più limiti. Le forze armate messe in campo dagli Stati belligeranti non furono più eserciti professionali separati dalle rispettive società, ma furono organizzazioni di milioni di uomini sottratti alle loro normali occupazioni civili, assoggettati per anni alla feroce disciplina delle trincee, e scagliati periodicamente gli uni contro gli altri in immani carneficine. Ci furono singole battaglie che, come quella di Verdun e quella della Somme, durarono diversi mesi, ed ebbero un milione di morti complessivi ciascuna. La tesi di Ernst Nolte, secondo la quale le ragioni dell’uso di tanta violenza al di fuori di ogni regola di diritto, vanno ricercate nella rivoluzione bolscevica del 1917, che avrebbe suscitato una guerra civile europea, non ha alcun fondamento nei fatti, è propaganda anticomunista travestita da storiografia. La rivoluzione bolscevica fu una guerra alla guerra tra i capitalismi, e cercò di trasformare in guerra di classe la guerra civile europea già in atto da tre anni, della quale Nolte non si è mai accorto! Nella conduzione della guerra poi, ogni campo si fece promotore di lacerazioni interne nel campo avverso. Gli Imperi centrali stimolarono la rivolta irlandese in Gran Bretagna, e l’Intesa alimentò i contrasti di nazionalità all’interno dell’Impero austro-ungarico. Questo trasferimento all’interno dell’Occidente sviluppato di forme di violenza di massa che esso aveva dapprima allestito al suo esterno, ha segnato profondamente la storia del secolo. In particolare, da esso è nata l’assimilazione della milizia politica alla pratica militare, che ha creato i partiti armati e rigidamente gerarchizzati del ventesimo secolo. La prima guerra mondiale ha inaugurato il nuovo secolo anche sotto altri aspetti. 1) Ha plasmato la forza e l’identità di due classi sociali, la borghesia delle imprese e delle professioni da un lato, il proletariato di fabbrica dall’altro, che soltanto nel secolo breve risulteranno essere le massime protagoniste della storia dell’Occidente. Infatti sarà proprio questa guerra a spazzare via le ultime basi delle vecchie aristocrazie in Europa, collocando in posizione dominante i capitani d’industria e portando alla ribalta anche i ceti medi, che, attraverso i ruoli di comando ricoperti nelle forze armate, acquisirono nuove ambizioni e comuni miti e stili di comportamento. I fascismi germinati nel dopoguerra sarebbero impensabili senza la coscienza di classe, e la volontà di contare politicamente, promosse dalla guerra proprio in ampia parte dei ceti medi. 2) E’ stato il primo conflitto armato in cui la potenza militare è dipesa interamente dalla produzione industriale, con grande sviluppo delle fabbriche e con impiego più stabile, concentrato ed integrato degli operai di mestiere. Con la mobilitazione a fini bellici della manodopera industriale cominciarono a scomparire le originarie figure semiproletarie, legate ancora all’economia di sussistenza degli ambienti rurali da cui provenivano, e crebbero così la coesione interna e la coscienza di classe del proletariato di fabbrica, preparando il terreno ai grandi cicli di lotte operaie che caratterizzeranno il secolo breve. 3) Ha segnato il momento in cui la storia è stata determinata, come mai prima, dalla sfera politica della società. L’epoca moderna della politica, certamente è cominciata prima, con la Rivoluzione francese, ma, fino alla prima guerra mondiale, larghe masse popolari, soprattutto contadine, mantennero i loro rapporti sociali in una sfera pre-politica, rimanendo estranee agli Stati liberali e a quelli autoritari, accomunati da uno spiccato carattere oligarchico. Inoltre il mondo degli affari tendeva a non confondersi con il mondo politico. Essa scoppiò proprio perché i grandi centri di potere economico dell’Occidente si erano affidati sempre più alla protezione politica dei loro Stati di appartenenza e così il capitalismo tedesco si servì del governo imperiale e del militarismo prussiano per aprirsi spazi di investimento, i capitalismi dei paesi dell’Intesa si difesero dall’aggressività tedesca sostenendo la guerra dei loro Stati contro il militarismo prussiano e alimentando l’ideologia liberaldemocratica, il capitalismo americano tutelò i suoi crediti finanziari ed i suoi sbocchi commerciali attraverso la politica democratica ed interventista wilsoniana. La conduzione della guerra, che esigeva il mantenimento di milioni di combattenti e la produzione industriale della potenza di fuoco, richiese poi una mobilitazione politica delle risorse economiche, logistiche e demografiche delle diverse società. Emerse così una maggiore estensione delle funzioni pubbliche, un inquadramento delle masse più globale nella vita statuale, ivi comprese le masse contadine, attraverso il loro impiego bellico, una più forte territorializzazione dei capitalismi negli Stati nazionali. Da tutto questo derivò uno degli aspetti caratterizzanti del secolo breve, e cioè la capacità della politica di organizzare le masse, di suscitare grandi passioni collettive, di orientare lo sviluppo delle società, di influenzare l’evoluzione delle economie. Di conseguenza la militanza politica ha plasmato, nel corso del Novecento, gli orizzonti di senso e gli ideali di vita di milioni di persone, come, in altre epoche, ha fatto la religione. Questo terzo aspetto, trascurato da Hobsbawm, è ben evidenziato nel saggio di Massimo Bontempelli, “Un bilancio storico del secolo breve”, di cui ci avvarremo per “ridurre” ancora la durata del secolo che diventerà brevissimo, e per trarre le conclusioni di questa chiacchierata preliminare. Lungi da noi l’idea di riassumere “Il secolo breve” o il saggio di Bontempelli. Salteremo perciò a piè pari tutto il periodo della seconda Guerra dei Trent’anni, per fare alcune considerazioni sul secondo dopoguerra. Gli anni Cinquanta e Sessanta sono stati, per l’Occidente sviluppato, una vera e propria età dell’oro, secondo la definizione di Hobsbawm. L’industria si estese e conobbe ritmi di crescita impressionanti, e la crescita economica si tradusse anche in innalzamento del tenore di vita di interi popoli. Sembrava che la storia avesse imboccato strade del tutto nuove rispetto a quelle della prima metà del secolo. Si affermò, sia pure con resistenze e ritardi locali, un nuovo stile individualistico, basato sul consumo di massa. Le forme estreme di violenza politica tornarono a scaricarsi sui paesi a capitalismo dipendente, dove il grande processo di decolonizzazione, favorì la sostituzione del capitalismo americano a quello delle vecchie potenze coloniali. Eppure, se studiati con attenzione, gli anni Cinquanta e Sessanta si rivelano ancora interni al ciclo storico aperto dalla prima guerra mondiale. Le classi sociali che ne sono protagoniste sono le stesse che la prima guerra mondiale aveva portato al massimo dinamismo, e cioè la borghesia delle imprese e delle professioni da un lato e il proletariato di fabbrica dall’altro. I diversi settori di tali classi, inoltre, hanno trovato la loro identità culturale nelle diverse ideologie politiche a cui hanno aderito. L’ideologia politica ha continuato ad essere la forma attraverso cui la società ha rappresentato a se stessa il suo assetto, le sue dinamiche, i suoi conflitti. Le grandi passioni sotto la cui spinta la gioventù socialmente più attiva d’Europa ha cercato il posto nella sua vita adulta, come erano state di natura politica nella prima metà del secolo (si pensi alle scelte anche esistenzialmente decisive tra interventismo e neutralismo, nazionalismo e pacifismo, fascismo ed antifascismo), così lo furono negli anni Cinquanta e Sessanta (con il grande discrimine tra liberali, cattolici e socialdemocratici da un lato, comunisti dall’altro). La spaccatura dell’Europa tra un campo capitalistico guidato dagli Stati Uniti d’America, e un campo comunista, guidato dall’Unione Sovietica, subentrata all’alleanza antifascista della seconda guerra mondiale, non segnò quel mutamento profondo che i contemporanei immaginarono. In realtà non ci fu mai un effettivo pericolo di guerra tra Stati Uniti ed Unione Sovietica. La vera radice del conflitto, di cui in Europa si manifestavano le tensioni, stava nella forte attrazione che il sistema economico statalizzato e a sviluppo autocentrato dell’Unione Sovietica esercitava sui movimenti popolari e su alcuni settori delle stesse borghesie dei paesi a capitalismo dipendente. Questa attrazione era inaccettabile per il capitalismo liberale dell’Occidente sviluppato, basato sul colonialismo economico anche dopo la fine del colonialismo politico, tanto che esso se la rappresentava ideologicamente come espansione segretamente pianificata del comunismo mondiale, e come pericolo di conquista comunista del mondo, che non era certo nei piani di Stalin, che aveva tentato di scoraggiare persino la rivoluzione comunista di Mao in Cina. Nella realtà, il comunismo storico novecentesco non ha rappresentato una sfida all’esistenza dell’Occidente, nemmeno al tempo della guerra fredda. Esso ha semplicemente espresso l’esigenza di uno sviluppo economico autonomo, separato dal mercato capitalistico mondiale, di alcuni paesi del mondo. Ha anche rappresentato una forza d’attrazione per le classi operaie dei paesi capitalistici, alcuni settori delle quali ne sono stati parte integrante, deviandole. Il comunismo storico novecentesco, in quanto interno ai paesi capitalistici, non ha perseguito se non obiettivi, sociali e politici, sempre compatibili con il sistema capitalistico. Le sue lotte sociali, che tanto hanno contribuito a migliorare le condizioni materiali e la dignità umana delle classi lavoratrici, non hanno mai costituito un attacco al sistema capitalistico. Anzi, la presenza del comunismo ha obbligato i paesi capitalistici a politiche sociali d’intervento nell’economia che hanno consentito l’eccezionale sviluppo dell’economia capitalistica. Nell’agosto del 1971, viene meno, ventisette anni dopo la sua instaurazione, il sistema mondiale di cambi fissi, nato a Bretton Woods. Il nuovo contesto di cambi variabili porta, da un lato, all’indebolimento dei controlli statali sulle transazioni finanziarie internazionali, e dall’altro, alla nascita di nuovi strumenti finanziari che col tempo alimentano un abnorme sviluppo dei movimenti speculativi del capitale, tale da aggirare sempre più ogni genere di preesistente regolamentazione nazionale. Nel 1974, l’economia capitalistica mondiale conosce la sua prima fase recessiva dopo il 1929, che segna una svolta storica. La contrazione della produzione si intreccia in maniera inedita con spinte inflazionistiche (la stagflation vale a dire stagnazione + inflazione), e gli spostamenti dei capitali transnazionali neutralizzano le manovre nazionali sul tasso di sconto. Ai più acuti osservatori appare già chiaro all’epoca, che il modello di accumulazione capitalistica dei miracoli economici postbellici è giunto ad esaurimento, sotto la congiunta pressione di un’inflazione da costi e di una mancanza di sbocchi di mercato. Qualcuno immagina che questo esaurimento sia il preludio di una rivoluzione proletaria. Nessuno, allora, vi legge invece l’emergere di un nuovo orizzonte storico, anche se le ristrutturazioni capitalistiche di risposta alla crisi si caricano, negli anni successivi, di novità enormi. Nello stesso periodo, inoltre, l’economia pianificata del campo sovietico si dimostra incapace di ulteriore sviluppo e la crescita dei consumi è dovuta in gran parte all’ampliamento dei legami esterni con il commercio capitalistico internazionale. L’Occidente si trasforma poi in paese esportatore di prodotti agricoli verso i paesi a capitalismo dipendente, poiché la sua produttività agricola è tale che il suo differenziale in termini di produttività risulta superiore al differenziale dei costi salariali nell’agricoltura. Di fatto, tutte le novità che siamo soliti associare agli anni Ottanta e Novanta (vale a dire reaganismo economico, erosione del Welfare, liberalizzazione di movimenti di capitali, nuova legislazione sui rapporti tra banca e industria, crollo dei sistemi comunisti, crescenti differenziazioni tra i paesi del Terzo Mondo, fino alla perdita del suo concetto) sono implicite nella svolta della metà degli anni Settanta. Ad uno sguardo retrospettivo, sembra di poter dire, con Bontempelli, che quello che Hobsbawm ha chiamato il secolo breve, è stato piuttosto il secolo brevissimo. Già negli anni Ottanta, anche se non ce ne eravamo accorti, ci trovavamo in un nuovo ciclo storico. Proviamo a riprendere le cose dette. Abbiamo visto come uno degli aspetti caratterizzanti del secolo sia stato la capacità della politica di organizzare le masse, di suscitare grandi passioni collettive, di influenzare l’evoluzione dell’economia e della società. Sotto questo fondamentalissimo aspetto comincia, a partire dalla metà degli anni Settanta, una storia nuova. Non si tratta di una semplice crisi delle politiche keynesiane, ma di una progressiva perdita d’influenza direttiva della sfera politica, e di una determinazione immediatamente economica della società, ad opera di un meccanismo capitalistico sempre più autoreferenziale e pervasivo. Dalle stelle keynesiane del controllo di quanti intendevano movimentare capitali a scopo speculativo, si passa alle stalle friedmaniane del totale anonimato dei movimenti di capitali, che si affrancano da qualsiasi regolamentazione pubblica, e non conoscono le frontiere degli Stati nazionali. Gli Stati tendono a destatalizzarsi, privandosi, a vantaggio del capitalismo privato, di controlli proprietari, strumenti d’intervento economico, funzioni socialmente strategiche. La legittimazione del potere sociale si trasferisce così dalla sfera della politica a quella del mercato e, parallelamente, le motivazioni dell’agire collettivo si spostano dallo spettro delle ideologie politiche a quello delle opzioni di consumo. Le ultime battaglie autenticamente politiche sono state quelle combattute e vinte dalla Thatcher e da Reagan contro le resistenze politiche a tali mutamenti. Esse hanno costituito le ultime propaggini del secolo brevissimo, durante le quali l’ultima manifestazione di vitalità della sfera politica è stata volta ad eliminare le condizioni stesse di una politica statuale. Un mutamento più epocale di questo non sarebbe facilmente immaginabile. Viviamo ormai, da prima ancora della dissoluzione del comunismo storico novecentesco (che era politicamente già morto, quando si è anche amministrativamente dissolto), in un secolo postpolitico. La società, cioè, non rappresenta più a se stessa la propria dinamica globale attraverso la politica, e non è più oggetto di progetti di trasformazione a partire da ideologie politiche. Ciò non significa affatto che siano finite le ideologie. Significa, invece, che le ideologie correnti non hanno più carattere politico, e non costituiscono più progetti di configurazione complessiva della società, i cui mutamenti avvengono in maniera sempre più incontrollabile ed opaca. L’ideologia più diffusa e consolidata del nuovo secolo in cui siamo entrati è anche quella più inconsapevole della sua natura ideologica, e più umanamente meschina. Si tratta dell’ideologia del mercato come ultimo ed indiscutibile principio regolatore delle relazioni sociali, e del successo mercantile come motivazione primaria dell’agire collettivo e individuale. L’ideologia del mercato non è l’unica presente nelle costellazioni ideologiche del nostro tempo, nelle quali essa s’intreccia invece con altre più nobili ideologie postpolitiche, come l’ecologismo, il femminismo, i fondamentalismi religiosi, i nazionalismi tribali. Ma poiché tali ideologie riducono l’intero sociale alle dicotomie proprie delle parzialità su cui si fondano, e sono quindi inadatte a far percorrere vie di ricomposizione su nuove basi della società, nelle loro applicazioni pratiche si lasciano limitare e condizionare dall’ideologia del mercato, che finisce per rappresentare lo sfondo inconsapevole delle loro espressioni concrete. L’estinzione della sfera politica nel nuovo secolo che stiamo vivendo potrebbe sembrare contraddetta dall’importanza, addirittura crescente, di apparati e funzioni statuali e interstatuali nelle strategie economiche dei grandi gruppi capitalistici. Se l’agire di tali apparati e di tali funzioni viene fatto rientrare nella sfera politica, partendo dalle loro definizioni, allora la sfera politica è rimasta di primaria importanza per l’economia capitalistica, e addirittura sono diventate politiche le scelte stesse dell’impresa. Ma la sfera politica si qualifica come dimensione di scelte entro la quale si confrontano idee diverse sulla direzione complessiva della vita associata, con attori che si muovono su un piano distinto da quello economico. Soltanto avendo in mente questa nozione di politica, individuata nel Settecento da teorici come Rousseau e Sieyès, si può riconoscere il processo di estinzione della politica, e di depoliticizzazione degli Stati, iniziato a partire dalla metà degli anni Settanta, dopo il secolo della politica che è stato il secolo brevissimo. Oggi infatti, i poteri che continuiamo a chiamare politici sono in realtà poteri amministrativi, di pura gestione delle condizioni economiche e degli effetti sociali di un meccanismo di accumulazione capitalistica che determina automaticamente e immediatamente l’evoluzione della vita collettiva. Se le lotte di potere che per inerzia di linguaggio continuiamo a chiamare politiche sono oggi così meschine, e condotte da attori così privi di qualunque grandezza, è perché il potere che ne costituisce la posta non influisce più sulla direzione di sviluppo della società, e perché coloro che se lo contendono non mettono in campo idee realmente politiche, e non sono propriamente politici, ma amministratori dell’economia capitalistica. Facciamo il punto. Il mondo nel quale viviamo forma un’unità dinamica che nessun’altra epoca passata ha potuto costruire. La nuova “economia globale” con tutto il suo corollario di leggi di mercato e di norme rigidamente predeterminate, governa e orienta ormai l’esistenza degli uomini dell’intero pianeta. In questo contesto i detentori dei vari tipi di potere non fanno che amministrare le necessità inderogabili create dall’interazione tra soggetti economici, cosicché la dinamica della vita collettiva che ne deriva è da un lato ferreamente determinata, tanto da rendere impotente la libertà morale e da privare di effetti ogni idea progettuale, e da un altro lato completamente indeterminabile dalle scienze sociali, paradossalmente proprio quando risulta interamente determinata da un funzionamento quasi meccanico della società. Le conseguenze scaturite da questa realtà hanno segnato in modo indelebile l’età contemporanea. La scienza non è più sapere dell’uomo sugli aspetti che strutturano in forma permanente la sua umanità (l’epìsteme greca), quanto piuttosto proiezione teorica della tecnologia, a sua volta semplice strumento dell’economia. La libertà come forza morale storicamente creatrice è smarrita, tanto che è senso comune intendere per libertà l’arbitraria ed astratta opzione entro un ventaglio interamente precostituito di contenuti materiali. Il corso storico appare indecifrabile e privo di significato, se non addirittura giunto ad un esito conclusivo, la fine della storia. Le soggettività, benché assorbite con una forza senza precedenti nell’unità mondiale della produzione sociale, non riescono a comprendersi attraverso questa comune appartenenza, ma si riconoscono soltanto nel campo di pensiero costituito dalla semplice riflessione della loro individualità.
Parte seconda
Il coraggio della virtù presuppone quello della verità
Nel momento storico presente ci sembra che il fondamento di un Associazione Culturale, per la Ricerca della Verità, possa essere costituito da una comunità di amici, programmaticamente libera da legami con apparati universitari e men che meno da apparati politici. Senza alcun intento di demonizzazione di nessuno, intendiamo chiarire molto sinteticamente perché siamo convinti che detti apparati non possano essere oggi il luogo stabile di una ricerca collettiva della verità. Negli apparati universitari, il sapere è parcellizzato e sottoposto ad impressionanti processi di frammentazione e di formalizzazione disciplinare, che costringono ogni apparato concettuale a conformarsi ferreamente ai rigidi confini della divisione del sapere consentita. Divisione non “neutrale”, evidente riflesso invece della divisione sociale e tecnica del sapere sociale, adatto alla riproduzione capitalistica complessiva. Analogamente, negli apparati politici, qualunque ricerca è sottoposta alla logica della produzione ideologica necessaria per mantenere e rafforzare l’identità, l’appartenenza e la rappresentanza dei militanti politici. Gli “amici della verità” non devono (e non possono) essere organici né a classi né a partiti. Devono sapersi organizzare in libere comunità, rette esclusivamente dall’amicizia filosofica. Ma l’amicizia filosofica non può avere nulla a che fare né con l’affinità politico-ideologica, (di destra, di sinistra), né con la condivisione di un campo disciplinare di conoscenza. Di fatto, la prima, che si fonda su di una genericità, in quanto tale mai definita, svolge un ruolo di nicchia protettiva per l’individuo impaurito dalla solitudine metropolitana contemporanea, conferendogli allo stesso tempo un apparente risarcimento in quanto membro di un gruppo, illusoriamente superiore. Ma per chi ricerca la verità, non c’è spazio per sentimenti di superiorità! La seconda invece, è un punto di partenza decisamente migliore rispetto all’affinità politico-ideologica, ma non è nemmeno essa esente da rischi. Diventa troppo spesso anch’essa una prigione concettuale dal momento che favorisce l’idea (l’illusione meglio!), che la verità possa essere ricercata (e trovata), nella rigorizzazione conseguente del campo disciplinare che già si possiede. Dunque la proposta di dar vita a comunità di ricerca basate sull’amicizia filosofica è una risposta meditata e realistica, commisurata all’attuale situazione. Purtroppo infatti, gli apparati universitari sono calibrati sostanzialmente per produrre il nichilismo della scienza, mentre gli apparati politici sono del tutto calibrati per produrre il nichilismo dell’ideologia. Anche di questa affermazione cercheremo di render ragione. La ricerca della verità presuppone l’illimitata libertà della ricerca. Una libertà questa, che non ha nulla a che vedere con l’attuale ideologia capitalistica della libertà, intesa come la libertà di competere fra sfruttatori. Spinoza, Hegel e Marx hanno messo tutti e tre il principio della libertà al centro del loro pensiero, proprio perché, chi si basa sull’unità di vero e di bene, ha bisogno della libertà non soltanto come presupposto metodologico, ma come un vero e proprio fondamento. Per noi la libertà non è soltanto un principio “provvisorio”, attivo durante il processo di ricerca della verità. Ciò avverrebbe se la verità fosse soltanto un principio ontologico. In questo caso infatti, la verità, una volta raggiunta, potrebbe essere riprodotta “scientificamente”, e non avrebbe senso “tollerare” il diritto all’errore, cioè la negazione soggettiva ed arbitraria della presa d’atto di questa riproduzione illimitata. Ma il carattere anche assiologico del principio della verità impone di considerare la libertà come una condizione permanente della sua possibile appropriazione. La verità è dunque un’identità di vero e di bene, in cui la libertà è categoria ontologico-assiologica permanente.
Giancarlo Paciello |