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PRODI: PROGETTO EUROPA?
In un’intervista concessa quest’estate agli organi di stampa il candidato premier dell’Unione, Romano Prodi, ha esplicitamente fatto riferimento al fatto che in caso di vittoria della sua coalizione, le truppe italiane verranno rimpatriate al più presto.
La dichiarazione, oltre a suscitare la solita canea dei destrorsi al Governo, ha suscitato anche il nostro interesse e considerazione per la sua nettezza e fermezza nel definire apertamente e per la prima volta le truppe italiane in Iraq come «forza di occupazione».
Prodi sa perfettamente che l’Italia in questo momento è pressoché un portavoce degli interessi americani in Europa e che, mentre l’asse franco-tedesco storicamente perno dell’Unione Europea sta valutando attentamente l’ipotesi di sganciamento definitivo dall’influenza di Washington strizzando l’occhio alla neoalleanza russo-cinese, l’Italia se non cambia rotta rischia di rimanere isolata in Europa con il solo ruolo di «guastatore USA» in sede europea.
La partita è grossa e richiede molta attenzione, perché l’«alleato» non starà a guardare senza far nulla. Gli strani movimenti che in questi mesi stanno avvenendo nelle Cancellerie europee allo scopo di ricompattare l’Europa su una nuova prospettiva più autonoma stanno destando oltreoceano più di una preoccupazione.
L’Italia è quindi il terreno ideale per misurare lo scontro in atto e, come avvenne all’epoca della Guerra Fredda tra USA e URSS, verrà scelto come terreno di battaglia stavolta tra filoamericani ed europeisti e vedremo nei prossimi mesi gli esiti di questa contesa.
Per ora Prodi sembra voler con realismo misurare, anche e soprattutto all’interno del suo schieramento, i margini di manovra del suo progetto, che conoscerà resistenze ed ostacoli proprio all’interno della sua coalizione, in modo particolare dalla componente che più si è lanciata tra le braccia dell’americanismo: i «convertiti» o «rinnegati» post-comunisti dei DS.
I DS dal 1999, anno in cui con il Governo D’Alema hanno contribuito fattivamente all’aggressione alla Jugoslavia, sono la componente più filoamericana dell’Unione, e non avendo alcuna vocazione europeista sono al pari degli ex-partiti comunisti dei paesi dell’est entrati a far parte dell’Unione Europea, i maggiori propugnatori dell’euroatlantismo e dell’americanismo, sia in campo sociale ed economico che dal punto di vista dei rapporti internazionali.
La guerra in atto per la leadership dell’Unione per le prossime elezioni politiche del 2006 nascondono oltre agli inevitabili giochi di partito ed alle ambizioni personalistiche, un divario progettuale ben più importante tra il gruppo prodiano e quello d’alemiano-diessino sul futuro assetto geopolitico ed internazionale dell’Europa e dell’Italia.
Tralasciando infatti lo storico ruolo di quinta colonna svolta dall’Inghilterra dal 1945 ad oggi, dopo la svolta zapateriana in Spagna e tolti alcuni paesi che non hanno alcun peso politico come l’Olanda e la Danimarca, l’unico paese di qualche rilevanza rimasto in Europa in campo apertamente «collaborazionista» è proprio l’Italia ed anche se il peso del Bel Paese non è proprio rilevante in termini politici, ancora una volta la sua posizione strategica ne fa un tassello importante per ri-definire assetti ed equilibri nel Vecchio Continente.
Prodi è stato per anni Presidente della Commissione Europea e quindi conosce bene i meccanismi interni ed esterni della costruzione della casa europea, e durante il suo mandato non è mai stato particolarmente amato dalla lobby anglo-americana che ne ha criticato in varie occasione le prese di posizione.
In questo quadro di guerra non dichiarata, c’è da aspettarsi un fiorire di dossier e di attacchi personali contro di lui da parte della solita stampa a pagamento come l’Economist, il Times ed altra roba similare che troveranno particolare eco proprio nei sedicenti giornali di «sinistra riformista» il megafono da Strapaese della stampa anglo-americana in Italia.
Anche la candidatura alle primarie del verboso ex-sindacalista Bertinotti non fa altro che cercare di indebolire la leadership di Prodi allo scopo di indebolirne il progetto principale e cioè riposizionare l’Italia nell’ambito del contesto europeo, alzando la solita cortina fumogena massimalista ed estremista nei toni, ma assolutamente velleitaria nei contenuti, gioco nel quale il Bertinotti è indiscusso maestro.
Non siamo di certo estimatori di Prodi, ma se l’obiettivo tattico di Prodi è quello che sembra, non si può non augurargli un successo per due motivi, tutti e due importanti:il primo è che finalmente saranno ritirate le truppe di occupazione italiane dall’Iraq e si potranno riannodare i fili del dialogo con il mondo arabo ed islamico, eliminando una volta per tutte le isteriche profezie di sventura neo-con che da mesi avvelenano l’aria, il secondo è che, se l’Italia riacquisterà un suo ruolo di appoggio all’asse franco-tedesco ed ai suoi propositi di riassetto autonomo dell’Europa, ciò rappresenterà di conseguenza l’automatico allentamento dei vincoli di sudditanza che oggi abbiamo nei confronti degli USA, vincoli sempre più soffocanti.
Non vorremmo sbagliarci e siamo pronti a chiedere venia se l’analisi di quanto sta accadendo risulterà errata, ma se questa è la posta in gioco oggi dobbiamo solo sperare che il Mortadella vinca le prossime elezioni.
Paolo Diretti