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PROVE TECNICHE DI EURASIA?

 

In questo numero di «Comunitarismo» i lettori troveranno la recensione all’ultimo libro di Costanzo Preve che tratta da un punto di vista filosofico, ma non solo, l’argomento geopolitica, con un capitolo dedicato all’Eurasia, intendendosi con questa espressione la possibile unione geopolitica tra l’Europa ed il Continente asiatico. Abbiamo già espresso su questa Rivista la nostra diffidenza verso certe concezioni eurasiatiche provenienti da ambiti di estrema destra neonazista che cercano di appropriarsi del concetto per inserirvi elementi imperialistici mutuati dall’esperienza nazionalsocialista e di riproporre il concetto di Lebensraum come motore di quest’unione.

Noi, pur rifiutando a priori queste impostazioni deliranti, ci siamo però chiesti se valesse la pena, invece, analizzare e discutere su alcuni avvenimenti che hanno caratterizzato questi ultimi mesi e che sembrano avvalorare una politica di avvicinamento tra alcuni paesi di questo blocco continentale.

Il primo avvenimento di portata storica è stato l’annuncio dato nei primi di agosto da parte di tutta la stampa dello svolgimento di manovre militari congiunte russo-cinesi in un’area di confine: la cosa ha destato scalpore perché mai nel corso della Storia dei due paesi ex-nemici si era verificata una cosa del genere.

I due eserciti hanno svolto manovre congiunte aeronavali e terrestri che, a detta dei portavoce dei rispettivi Governi, avranno un seguito.

Come infatti ha scritto Giulietto Chiesa «Come svegliandosi da un lungo sonno, i giornali di tutto il mondo “civile” hanno annunciato che Cina e Russia hanno cominciato in agosto le prime, grandi manovre militari congiunte della loro storia. Nemmeno ai tempi di Stalin e di Mao, di Chu Enlai e di Molotov, Russia (allora Unione Sovietica) e Cina si erano spinte a tanto. Certo erano – come si diceva allora – due paesi socialisti, avevano rapporti economici, l'URSS forniva armi alla Cina, ecc. Ma mai le loro truppe si erano messe insieme. C'erano stati momenti, al contrario, in cui le canne dei loro fucili si erano puntate reciprocamente le une contro le altre. Ma è acqua passata da molto tempo».

Ed, infatti, la seconda puntata di questa storia è che l’8 settembre scorso le agenzie hanno battuto un’altra notizia storica: oltre alle manovre congiunte Mosca venderà ai cinesi aerei militari, sistemi ad alta tecnologia per la difesa aerea, sistemi di puntamento, insomma tutto ciò che Mosca può fornire a Pechino nel campo dell’alta tecnologia militare.

Sempre Giulietto Chiesa, uno dei pochi giornalisti degni di questo nome, scrive: Il Pentagono pubblica i dati dell'armamento cinese, e rivela un segreto di Pulcinella: la Cina spende in armamenti dieci volte di più di quello che dichiara. Probabilmente le cifre americane sono attendibili, ma che cosa dicono? Dicono che i cinesi si stanno preparando alla stessa, identica cosa cui si stanno preparando gli americani: il momento in cui le risorse non basteranno per tutti e solo la forza deciderà chi potrà accedervi.

Sarà un momento drammatico e non è molto lontano. Avverrà nel corso del prossimo decennio. Da qui la corsa cinese a comprare tutto il comprabile e anche il non comprabile. Perché quando la maggiore impresa petrolifera cinese, statale, si affaccia a Wall Street con la regolare offerta di comprarsi la Unocal americana, offrendo un miliardo di dollari in più della massima offerta di una multinazionale a stelle e strisce, ecco che scattano tutti gli allarmi.

E quando Hu Jintao decide di rivalutare lo yuan di un modestissimo 2%, facendosi beffe della richiesta USA di rivalutare fino al 15%, l'occidente dovrebbe capire che Pechino non accetta ordini da nessuno. E procede – come Hu Jintao ha ribadito, con il sorriso sulle labbra e «denti d’acciaio» – secondo i suoi tempi, le sue esigenze, e non secondo le pressioni che vengono dall’esterno.

Le esercitazioni militari congiunte, Cina-Russia sono solo un segnale, prima della «tempesta perfetta» che si annuncia. Ma non basta. Sempre quest’estate arriva un altro annuncio, stavolta dalla Shangai Cooperation Conference, un organismo che riunisce Russia, Cina, Iran e India in cui si invitano gli USA senza mezzi termini a smantellare le basi presenti in Uzbekistan e Turkmenistan, perché dopo l’attacco del 2001 all’Afghanistan si ritiene che il loro utilizzo non sia più necessario.

 È ovvio che dietro la mossa di questi paesi si cela l’obiettivo di non consentire agli americani di utilizzare queste basi per futuri attacchi sia verso l’Iran che verso, in un futuro non troppo lontano, la Cina e soprattutto di arginare la disgregazione dello spazio russo che ha subito duri colpi in questi anni con le cosiddette «rivoluzioni arancioni» finanziate dalla Cia in Georgia e, ultima in ordine di tempo, in Ucraina con l’elezione del pupazzo Yuvschenko.

 

Ancora: quest’estate in qualche trafiletto di giornale filtra la notizia che la Cina stia vendendo all’Iran sistemi missilistici antiaerei in caso del paventato attacco Usa/Israele contro le centrali atomiche iraniane e che Cina e Iran stanno allacciando rapporti commerciali e militari sempre più stretti. E l’Europa? Sembrerebbe tagliata fuori da questo gioco di risiko planetario che si sta svolgendo quasi in sordina, dove molti Stati stanno correndo verso forme di riarmo «difensivo» nei confronti delle mire della superpotenza a stelle e strisce, ma non è proprio così…

L’8 settembre esce una notizia di agenzia che riportiamo integralmente per il suo indubbio valore politico: «Il presidente russo Vladimir Putin arriva oggi a Berlino per firmare con il cancelliere Gerhard Schroeder l’accordo per la costruzione di un mega-gasdotto del Baltico, che aggirando l’Ucraina, la Bielorussia e la Polonia, permetterà alla Germania a partire dal 2010 di ricevere 30 miliardi di metri cubi di gas all’anno, che successivamente dovrebbero salire a 55 miliardi di metri cubi. La firma del contratto era prevista inizialmente per il mese di ottobre a Mosca, ma le elezioni tedesche del 18 settembre e la probabile mancata rielezione di Schroeder hanno fatto anticipare la data. Il gasdotto lungo 1200 km, che partirà da Wyborg, nei pressi di San Pietroburgo, e terminerà a Greifswald, sulla costa baltica del Meclemburgo, sarà completamente sottomarino nei fondali del Baltico ed avrà un costo di 5 miliardi di euro. A partecipare al progetto sono l'azienda statale russa Gasprom, che deterrà il 51% della partecipazione, mentre il 49% verrà ripartito tra i due colossi energetici tedeschi Eon e Wintershall. La costruzione del nuovo gasdotto ha provocato parecchia irritazione nei Paesi baltici e soprattutto in Polonia, che adesso si vedono aggirati dalla nuova pipeline. Le reazioni della stampa polacca sono state durissime e anche il capo dello Stato, Aleksander Kwasniewski, ha affermato che il progetto è stato realizzato “sopra la testa della Polonia”. Il settimanale “Wprost”, che ha parlato al riguardo del “Patto Schroeder-Putin”, ha fatto addirittura un parallelo con il Patto Ribbentrop-Molotov del 1939, che decise la spartizione della Polonia tra il Terzo Reich nazista e l'Urss di Stalin. (AGI)».

Non solo i due partner tagliano fuori paesi legati a «filo doppio» agli USA come la Polonia e l’Ucraina dal progetto, ma Schroeder, da vero statista europeo,si cautela firmando il via libera al progetto prima della scadenza elettorale dove potrebbe – noi ci auguriamo di no – perdere con la filoamericana Merkel.

Ora non vorremmo giungere a conclusioni affrettate ma questi fatti se messi in una concatenazione logica non possono far tacere la sensazione che le cose sullo scacchiere eurasiatico si stiano muovendo in fretta e che i paesi più accorti si stiano preparando ad allineare i «pezzi» sullo scacchiere mondiale. 

L’asse franco-germanico scalpita in Europa e cerca di coinvolgere la Russia in un progressivo avvicinamento all’Europa, con vertici sempre più frequenti tra Chirac, Schroeder e Putin, che prevedono transazioni commerciali di natura strategica. La Russia, a sua volta, stringe febbrili alleanze militari con la Cina la quale sembra voler «uscire dal guscio» e giocare la partita che prevede l’allargamento della sfera di influenza sull’Asia Centrale e sul Medio Oriente, rinunciando alla politica di «laissez faire» perseguita sinora nei confronti degli Stati Uniti.

In conclusione, non sappiamo ancora se queste sono prove tecniche di «eurasiatismo» o più semplicemente alleanze tattiche allo scopo di dissuadere gli USA dal perseguire il controllo totale delle risorse e dello spazio geostrategico in quell’area vitale del mondo. Di una cosa, però, siamo certi: sono iniziate le «grandi manovre» per lo scontro prossimo venturo e, come diceva un detto antico, «chi si ferma è perduto»…

Maurizio Neri

 

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